28/03/2019

di Elias Gerovasi, Responsabile Progettazione e Innovazione di Mani Tese

 

Le ONG sono colluse con gli scafisti e favoriscono l’immigrazione illegale? Senza ONG arriverebbero meno migranti? Ci sarebbero meno morti in mare? Chi finanzia le ONG? Sono alcune delle domande e critiche più frequenti nel dibattito attuale sulle ONG a cui Mani Tese ha tentato di dare una risposta concisa e puntuale attraverso un mini dossier suddiviso in 10 domande che spiega in modo semplice e chiaro chi sono e cosa fanno le ONG, qual è il loro rapporto con la migrazione e da dove arrivano le risorse che impiegano per finanziare i propri progetti.

1. Che cosa vuol dire ONG?

ONG sta per Organizzazioni Non Governative: le ONG sono organizzazioni private non aventi fini di lucro, indipendenti dai governi e dalle loro politiche che ottengono almeno una parte significativa dei loro introiti da fonti private, per lo più da donazioni. Perseguono obiettivi di utilità sociale e cause politiche in vari settori, tra i più comuni troviamo la tutela dell’ambiente, la difesa dei diritti umani, la protezione delle minoranze e di specifiche categorie, la cooperazione allo sviluppo e l’aiuto umanitario.

L’espressione “organizzazione non governativa” compare per la prima volta nel 1945 nell’articolo 71 della Carta costituzionale dell’ONU che prevede infatti la possibilità che il Consiglio Economico e Sociale possa consultare “organizzazioni non governative interessate alle questioni che rientrano nella sua competenza”.

Le ONG possono avere diverse forme giuridiche a seconda delle legislazioni nazionali. La maggior parte sono costituite sotto forma di associazione o fondazione.

Nonostante la loro indipendenza dagli Stati e dagli organi sovranazionali, le ONG possono collaborare con le istituzioni pubbliche e ricevere contributi e/o finanziamenti per svolgere le loro attività statutarie.

2. Chi sono le ONG in Italia?

Nel nostro paese l’acronimo ONG si usa prevalentemente con riferimento alle organizzazioni che si occupano di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario. Questo perché l’unico riferimento normativo in Italia era la legge 49 del 1987 “Nuova disciplina della cooperazione dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo” che all’articolo 28 normava il “Riconoscimento di idoneità delle organizzazioni non governative”. Era compito del Ministero degli Affari Esteri concedere una specifica idoneità di organizzazione non governativa: le ONG riconosciute idonee erano 232 organizzazioni.

A partire dal 1 gennaio 2016 la legge 49 è stata abrogata in favore della riforma della Cooperazione allo sviluppo emanata con la legge 125 del 2014. Questa nuova legge ha eliminato il riconoscimento di idoneità delle ONG istituendo in sostituzione un elenco delle Organizzazioni della Società Civile (OSC) ed altri soggetti senza finalità di lucro attive nella cooperazione allo sviluppo. L’iscrizione a questo specifico elenco è gestito dall’AICS (Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo). Alla data odierna sono 227 le organizzazioni iscritte.

Mani Tese, per esempio, è costituita come associazione dal 1964 proprio per fare cooperazione allo sviluppo. Dapprima è stata riconosciuta idonea come ONG ai sensi della legge 49/87 e oggi è iscritta all’elenco delle OSC detenuto dall’AICS.

Nonostante questo in Italia la popolarità della parola ONG è molto recente e strettamente legata al caso delle organizzazioni di vario tipo che hanno operato in attività di ricerca e salvataggio di migranti nel Mar Mediterraneo e alle successive polemiche e strumentalizzazioni politiche e mediatiche.

cooperazione dossier ong mani tese 2019
I nostri collaboratori in Guinea-Bissau (Credits: Mirko Cecchi)

 

3. Le ONG sono colluse con gli scafisti e favoriscono l’immigrazione illegale?

Tra le accuse rivolte alle ONG che hanno operato in attività di ricerca e salvataggio di migranti nel Mar Mediterraneo c’è anche quella di collusione con le organizzazioni criminali di trafficanti di uomini e donne che, tra le varie cose, organizzano le traversate in mare dei migranti dalle coste libiche all’Italia.

Dopo circa un anno di proclami, accuse e minacce da parte di esponenti della politica e della magistratura le attività di alcune ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e salvataggio sono finite sotto inchiesta da parte della magistratura con l’accusa di favoreggiare l’immigrazione clandestina.

A oggi nessun procedimento delle procure di Trapani, Catania, Ragusa e Palermo ha potuto dimostrare una collusione tra le organizzazioni e gli scafisti. La maggior parte delle inchieste aperte sono state archiviate con il dissequestro delle imbarcazioni delle ONG.

4. Le ONG soccorrono i migranti per lucro?

 Il costo delle operazioni di ricerca e salvataggio di migranti nel Mar Mediterraneo effettuata dalle organizzazioni sopra elencate è stato totalmente a carico delle stesse organizzazioni. Nessuna di queste risulta aver ricevuto fondi pubblici a questo scopo.

Le ONG impegnate nei soccorsi non gestiscono centri di accoglienza in Italia e non accedono in nessun modo ai finanziamenti che il governo italiano riconosce alle organizzazioni che assistono i migranti e richiedenti asilo. È davvero improbabile quindi poter sostenere che ci sia un interesse delle ONG all’aumento dei numeri di migranti presenti sul territorio italiano.

Al contrario bisogna considerare che il costo sostenuto dalle ONG in questi anni di impegno in mare ha fatto risparmiare risorse importanti alle autorità italiane impegnate nelle attività di soccorso. Questo costo è stato quantificato in quasi un miliardo di euro.

5. Senza ONG arriverebbero meno migranti?

Basta analizzare le statistiche negli ultimi 5/6 anni per capire che la presenza delle ONG non è un fattore determinante che può far aumentare o diminuire il numero delle persone in mare. Bisogna infatti considerare che le operazioni delle ONG sono iniziate nel 2015 quando i flussi nel mediterraneo era già altissimi e hanno contribuito a mettere in salvo circa un terzo dei naufraghi. I restanti due terzi sono stati portati in salvo dalla guardia costiera e da altre imbarcazioni private.

Le cause che governano i flussi migratori sono invece da ricercare nei Paesi di partenza e di transito, come la Libia, dove sono le condizioni politiche e gli interessi delle organizzazioni di trafficanti a determinare le partenze.

Il motivo determinante che ha fatto crollare il numero di partenze a partire dal 2018 è invece legato alla politica messa in campo dal governo italiano a partire dall’estate 2017. L’Italia ha infatti siglato degli accordi controversi con la Libia (e con il Niger) che replicano in qualche modo il modello già utilizzato nel 2016 dall’Unione Europea con la Turchia: dare soldi e altre forme di sostegno in cambio di un’azione di contrasto delle partenze.

6. È vero che ci sono meno morti nel Mediterraneo da quando non ci sono più (o quasi più) le ONG?

Secondo i dati ufficiali dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), nel 2018 in Europa sono arrivati dal Mediterraneo 139.300 migranti, un calo di circa il 20 per cento rispetto ai 172.324 del 2017. Una diminuzione ancora maggiore degli sbarchi si è registrata in Italia. Nel 2018, gli arrivi via mare nel nostro Paese sono stati 23.370, un calo di oltre l’80 per cento rispetto ai 119.369 dell’anno prima.

A questa riduzione è corrisposto anche il calo del numero totale dei morti in mare. L’anno scorso, in tutto il Mediterraneo, l’UNHCR ha registrato 2.275 persone che hanno perso la vita o sono finite disperse, una diminuzione di circa il 28 per cento rispetto al 2017 (3.139). Discorso analogo vale per l’Italia: nel 2018, nella rotta centrale del Mediterraneo, sono morte 1.311 persone, meno della metà di quelle del 2017 (2.837).

Eppure oggi più che mai, la rotta del mar Mediterraneo è la più letale al mondo per i rifugiati ed i migranti. La riduzione delle capacità di ricerca e soccorso, insieme ad una risposta agli sbarchi non coordinata né prevedibile, ha portato ad un aumento del tasso di mortalità. Sulla rotta dalla Libia all’Europa, per esempio, il tasso di mortalità è passato da una vittima ogni 38 persone arrivate nel 2017 a uno ogni 14 nel 2018.

Da quando le ONG hanno dovuto sospendere le operazioni di SAR, la Guardia costiera libica ha progressivamente incrementato le proprie operazioni col risultato che l’85% delle persone soccorse o intercettate nella zona libica di ricerca e soccorso, di nuova istituzione, sono state fatte risbarcare in Libia, dove sono state detenute in condizioni tremende.

7. Perché le ONG non aiutano i migranti direttamente in Libia prima che partano?

 Bisogna premettere che La Libia vive ormai da anni una situazione di forte instabilità politica, a causa di guerre e tensioni interne tra le decine di milizie che controllano il territorio. La situazione della sicurezza è instabile, imprevedibile e sta limitando l’accesso delle agenzie umanitarie così come quello dei media.

Le ONG non possono accedere in Libia se non previo accordo con le autorità di quel paese. A seguito dei contestati accordi tra Italia e Libia il governo libico ha permesso all’Italia di far arrivare il sostegno delle ONG ad alcuni centri di detenzione di migranti nel paese. Sono sette le organizzazioni non governative italiane che hanno aperto dei progetti finalizzati a migliorare le condizioni delle persone migranti nei centri consentiti dal governo libico (Tareka Al Sika, Tarek Al Matar e Tajoura) con risorse stanziate dall’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo.  Si tratta di Cesvi, Cir (Consiglio italiano per i rifugiati), Cefa (Comitato europeo per la formazione e l’agricoltura), Gus (Gruppo umana solidarietà), Helpcode, Emergenza Sorrisi e Fondazione Albero della Vita. Queste ONG non possono comunque inviare personale italiano in loco se non per brevi missioni. Le attività in loco sono quindi svolte da personale locale o organizzazioni partner libiche.

8. Chi finanzia le ONG?

La maggior parte delle ONG operano grazie a una combinazione di finanziamenti privati e pubblici. Per finanziamenti privati si intendono le donazioni liberali di individui, organizzazioni, benefattori, filantropi e/o aziende. I finanziamenti pubblici sono invece contributi alla realizzazione di specifici progetti ad opera di istituzioni quali Unione Europea, agenzie delle Nazioni Unite, Ministeri, enti locali, agenzie governative, ecc.

Secondo i dati del portale Open Cooperazione aggiornati nell’ultimo triennio le principali ONG italiane hanno in media il 55% di entrate da donatori istituzionali e il restante 45% da fondi raccolti da donatori privati. I dati mostrano che i donatori pubblici più rilevanti per le ONG italiane sono (in ordine di importanza) il MAECI/AICS, la UE, Regioni ed enti locali, agenzie delle Nazioni Unite e ECHO. Le fonti più importanti di donazioni da privati sono (in ordine di importanza) gli individui, le fondazioni, le aziende, le chiese e il 5×1000. Esistono alcune organizzazioni che per scelta non utilizzano nessun finanziamento pubblico, operando quindi solo grazie a donazioni private.

9. Dove vanno a finire i soldi delle ONG?

 Le risorse delle ONG vengono spese da ogni organizzazione per realizzare la propria missione statutaria generalmente attraverso la realizzazione di progetti. Una parte dei fondi vengono impegnati nel funzionamento della struttura operativa e in attività di comunicazione e raccolta fondi. Il 33% delle ONG italiane impiega oltre il 90% delle sue risorse nella realizzazione della propria missione. Il 38% ne impiega tra l’80 e il 90%. La maggior parte delle organizzazioni (62%) spende in comunicazione e raccolta fondi meno del 5% delle proprie risorse finanziarie.

10. Le ONG sono poco trasparenti?

 Le ONG esistono grazie alle donazioni da parte di individui o ai contributi delle istituzioni. È quindi loro massimo interesse essere trasparenti e mantenere una buona reputazione con il pubblico. Più sono note e visibili all’opinione pubblica e più dovranno rendere conto delle proprie attività altrimenti i sostenitori smetteranno di finanziarle. La quasi totalità delle organizzazioni pubblica regolarmente sul proprio sito internet un rapporto annuale delle attività e il bilancio economico redatto secondo lo standard europeo in vigore. L’80% delle ONG italiane fa certificare il proprio bilancio da auditor esterni certificati.

In Italia nessuna realtà pubblica o privata è più trasparente delle ONG. A dimostrarlo sono soprattutto i fatti. Provate per esempio a cercare un rapporto di attività e un bilancio economico di un ente dello stato, di un partito politico, di una istituzione religiosa, di una azienda. Vi renderete conto che nessuno di questi attori mette a disposizione i dati al pubblico come fanno la stragrande maggioranza delle ONG italiane.

A partire da quest’anno inoltre, per effetto della riforma del Terzo Settore, in Italia è obbligatorio che ogni organizzazione pubblichi sul proprio sito la lista dettagliata dei finanziamenti ricevuti nell’anno solare precedente dalla pubblica amministrazione. Un’ulteriore garanzia di trasparenza che consente a chiunque di verificare la provenienza dei fondi pubblici che ogni ONG riceve.

Inoltre, le ONG iscritte all’elenco elenco delle Organizzazioni della Società Civile (OSC) attive nella cooperazione allo sviluppo gestito dall’AICS (Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo), devono sottoporre all’Agenzia stessa un rapporto annuale che viene verificato per rinnovare la propria iscrizione all’elenco stesso.

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