Attualità | Diritti

SE SEI POVERO…, SE SEI DONNA…, SE SEI BAMBINO…SE SEI ANALFABETA…, SE IGNORI I TUOI DIRITTI…


01/08/2016

C’è un mondo vulnerabile che produce per un mondo che vuole tanto e a poco prezzo. Un sistema economico iniquo e la debolezza delle istituzioni sono il terreno di coltura dello sfruttamento dei più deboli. Oggi gli schiavi sono lontani, nelle fabbriche del lavoro forzato, eppure così vicini, nei prodotti del nostro consumo. 

Il termine “schiavitù” evoca immagini del passato, in netto contrasto con i concetti di modernità, interconnessione e globalizzazione con cui ci piace definire il mondo in cui viviamo. Un mondo in cui tutto è sempre più a portata di mano, mentre contemporaneamente si allontanano i luoghi dove viene prodotta la nostra quotidianità, dal necessario al superfluo fino all’illegale: cibo, scarpe, abiti, device tecnologici, cosmetici, tabacco, oro e pietre preziose, sesso e pornografia. Schiavi coltivano i pomodori che mangiamo, pescano il pesce e i gamberetti che finiscono sulle nostre tavole e negli alimenti per i nostri animali domestici; schiavi raccolgono il cotone delle magliette che altre schiave confezioneranno.

L’ILO stima che oltre 21 milioni di persone ogni anno siano vittime di forme moderne di schiavitù; di questi oltre 5 milioni sono bambini. La schiavitù può assumere le forme più diverse – traffico di esseri umani, lavoro forzato, schiavitù da debito, gravissime violazioni del diritto del lavoro, schiavitù domestica – ma è sempre finalizzata allo sfruttamento della persona e del lavoro allo scopo di ottenere benefici economici.

L’incidenza della schiavitù tende a essere maggiore nelle industrie informali, illegali e ad alta intensità di manodopera; in alcuni paesi è un regime imposto dallo stato stesso. Sebbene sia difficile quantificare con esattezza i guadagni generati dallo sfruttamento della schiavitù, le stime si aggirano intorno ai 133 milioni di euro all’anno.

Nonostante i numeri impressionanti, quindi, la schiavitù moderna rimane un fenomeno dai confini labili, vaste zone grigie in cui si succedono, senza soluzione di continuità, lavoro forzato, grave sfruttamento, riduzione in schiavitù. Le legislazioni nazionali e internazionali sono impegnate nello sforzo di ricondurre questa complessità a definizioni comuni e il più possibile universalmente condivise, armonizzandone le peculiarità.

Foto di Alessandro Brasile
Foto di Alessandro Brasile

REALTA’ DIVERSE, STESSE CAUSE

Se le manifestazioni possono variare in base al contesto, le cause rimangono tuttavia le stesse in tutto il mondo. La schiavitù affonda le sue radici nella povertà e nella vulnerabilità, nella mancanza di istruzione, in migrazioni che possono essere draconianamente suddivise in forzate ed economiche solo da chi ne ignora la reale necessità. Povertà e vulnerabilità, a loro volta, possono essere esacerbate dalla combinazione con altre caratteristiche personali e sociali: il genere, il grado di istruzione, l’appartenenza a una minoranza (etnica, politica, sociale, eccetera) emarginata o discriminata, il mancato o inadeguato accesso a risorse e servizi.

Sei maggiormente esposto al rischio di diventare schiavo se sei povero, se sei donna, se sei bambina, se sei analfabeta, se ignori i tuoi diritti di cittadino, se appartieni a una minoranza e subisci discriminazioni, se la guerra o una catastrofe naturale hanno distrutto la tua casa e i tuoi mezzi di sostentamento, lasciando intatta solo la tua volontà di sopravvivere; e se la sopravvivenza la puoi trovare solo migrando, solo accettando qualsiasi offerta di lavoro.

Le condizioni personali e sociali concorrono a rendere possibile la schiavitù, che però esiste e prospera perché si inserisce in un sistema economico iniquo e insostenibile, che punta a sfruttare risorse umane e materiali senza la giusta compensazione dei costi a carico degli ambienti naturali e delle popolazioni locali dove avviene la produzione. Le istituzioni politiche nazionali e internazionali non sempre regolano adeguatamente le attività di impresa. L’insostenibilità del sistema produttivo e la debolezza delle istituzioni accentuano a loro volta le vulnerabilità personali e sociali, contribuendo anch’esse all’aumento del rischio di diventare schiavi.

LA PROTEZIONE E LA PREVENZIONE

Da oltre 50 anni Mani Tese è impegnata in progetti di cooperazione allo sviluppo in Asia, America Latina e Africa, in azioni di educazione e sensibilizzazione, e nel proporre nuovi modelli di sviluppo.

Le realtà che osserviamo dai nostri molteplici punti di vista ci spingono a considerare i fenomeni nella loro interezza, e crediamo che le definizioni e le regole debbano essere rispettate e attualizzate affinché possano essere pienamente efficaci. Per questo condividiamo la convinzione che di schiavitù si tratti, e chiunque di noi si guardasse intorno ora, non faticherebbe troppo a trovare i segni di questa moderna schiavitù.

Attraverso il programma “I EXIST”, Mani Tese intende contribuire a una mobilitazione globale che con sempre maggiore forza, e da più parti, esiga il coinvolgimento attivo e l’assunzione di responsabilità di stati e istituzioni internazionali, delle realtà produttive e di cittadini e consumatori nella lotta alla schiavitù moderna – focalizzando l’attenzione su tre fenomeni in particolare: il lavoro minorile, il traffico di esseri umani e lo sfruttamento del lavoro nelle filiere produttive. Insieme ai nostri partner locali, espressione della società civile, lavoriamo sui binari paralleli della protezione e della prevenzione.

Protezione e assistenza per le vittime, in particolar modo le più fragili, come i minori, che devono essere accompagnate in percorsi faticosi e difficili di recupero e reinserimento. Prevenzione significa cambiare le condizioni che permettono alla schiavitù di esistere, incidendo sui fattori di vulnerabilità. Significa istruzione, informazione, sviluppo di economie locali, promozione di cambiamenti culturali endogeni e profondi. Significa, anche, lavorare perché la totalità, il sistema nel suo complesso diventi meno iniquo, più sostenibile per tutti.

Non chiediamo di rinunciare a un buon caffè con un cucchiaino di zucchero, allo smartphone, ad abiti alla moda, ma chiediamo che il prezzo di tutto questo non sia pagato dagli schiavi che li devono produrre. Se fosse uno schiavo a coltivare quel caffè, uno schiavo a tagliare la canna da zucchero, una schiava a confezionare quella T-shirt, se i minerali necessari alla produzione di quel telefono fossero stati estratti in zone di conflitto, sfruttando violenza e schiavitù, lo berreste ancora quel caffè? Lo comprereste ancora quel telefono? Indossereste ancora quella T-shirt sapendo che è stata cucita da una ragazza di 13 anni costretta a lavorare 18 ore al giorno, imprigionata in una fabbrica soffocante, con la polvere di cotone che le si deposita nei polmoni?

Le scelte individuali di consumo etico sono necessarie, ma non sufficienti. Devono cambiare anche le regole, e il sistema che con queste regole produce e si riproduce.

“I EXIST” – io esisto: una celebrazione della vita, della caparbietà di chi – bambini, uomini, donne di tutto il mondo – esiste e lavora per un futuro migliore, di chi sceglie la giustizia e di chi lotta perché i privilegi di pochi diventino diritti di tutti.

Siamo immersi nel problema; possiamo essere parte della soluzione.

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