16/06/2020

L’emergenza COVID-19 mette alla prova anche gli attuali modelli agro-alimentari: da un sistema fondato sulle reti locali una possibile risposta per l’Africa.

Per molto tempo le reti locali del cibo in Africa sono state considerate più un limite che un valore. Il “Vangelo” della “rivoluzione verde” diceva che occorreva abbandonare l’agricoltura locale, residuo di un passato poco produttivo, e adottare nuovi sistemi importati dall’esterno. Contemporaneamente, le istituzioni internazionali imponevano un modello economico che apriva i Paesi in via di sviluppo alle merci estere e li spingeva a produrre uno spettro limitato di prodotti da esportazione in cui avevano un “vantaggio comparato”.

Si tratta di un modello che, in termini quantitativi, ha prodotto risultati rilevanti, sebbene con forti differenze geografiche e sociali. Complessivamente, la percentuale di popolazione sottoalimentata del pianeta è scesa nel corso degli ultimi decenni: nel periodo 1990-2015, la quota di persone che soffrono la fame si è ridotta dal 23% al 10%, da quasi un miliardo e 900 a 800 milioni di persone. Il modello della “rivoluzione verde” gode ancora di grande credito se una delle più potenti iniziative di sviluppo rurale, in grado di finanziare progetti per oltre 400 milioni di dollari, si chiama Alleanza per la Rivoluzione Verde in Africa.

Tuttavia, negli ultimi anni hanno iniziato a emergere prospettive diverse che rivalutavano i saperi e le economie locali rispetto alle tecnologie importate e alle reti commerciali globali. Hanno iniziato i movimenti contadini negli anni Novanta proponendo una strategia di “sovranità alimentare” incentrata sulla valorizzazione dei sistemi locali. Intorno a questo tema si è poi sviluppato un dibattito scientifico che si è progressivamente tradotto in decisioni politiche incentrate sulla dimensione locale del cibo (si pensi al Milan Urban Food Policy Pact firmato nel 2015). Questa dimensione, a maggior ragione nell’attuale fase di crisi per l’emergenza COVID-19, potrebbe rivelarsi decisiva. Secondo la FAO, infatti, la recente crisi legata al virus avrà un impatto sul sistema globale del cibo perché le restrizioni sui movimenti delle persone condizioneranno la produzione di cibo e dunque il prezzo sui mercati mondiali.

Sicurezza alimentare: rischio default

Se i dati sulla riduzione della fame a scala globale appaiono relativamente positivi, osservando il caso dell’Africa a Sud del Sahara l’orizzonte si fa più fosco. La quota di persone sottoalimentate è scesa dal 28,5% del 2000 al 21% del 2013, per poi risalire negli ultimi anni al 22,8%. In valori assoluti significa che la popolazione affamata in quell’area è passata da 180 milioni nel 2000 a 240 milioni nel 2018. In termini demografici significa che a Sud del Sahara c’è un’Italia affamata in più rispetto a vent’anni fa.

La questione però non è semplicemente quantitativa. Se in passato la fame era un problema tipicamente rurale, in un continente dove 4 persone su 10 vivono in città (saranno 5 su 10 tra quindici anni), la questione cambia connotati. Molto spesso non si tratta di crisi di produzione, come in passato, ma di impossibilità di accedere al cibo perché gli alimenti, perlopiù importati dall’esterno, sono troppo cari o temporaneamente assenti.

Il sistema agro-alimentare centrato sul mercato internazionale ha infatti prodotto un aumento straordinario delle importazioni di cibo in Africa a Sud del Sahara. Il valore delle importazioni di cereali dei Paesi africani è aumentato da 7 miliardi di dollari nel 2000 a 24 miliardi nel 2017. Una crescente dipendenza dal mercato internazionale significa anche un’esposizione sempre più forte alle oscillazioni di prezzo, che, come sottolineato, proprio con l’emergenza COVID-19 potrebbero aggravarsi. Inoltre, il rallentamento delle economie mondiali previsto per il prossimo futuro avrà un impatto diretto sulla possibilità delle popolazioni più povere di avere accesso al cibo di importazione.

Quale agricoltura?

La volatilità dei prezzi colpisce non solo i consumatori, ma anche i contadini vincolati alla produzione di merci da esportazione che si trovano a dipendere da processi politici, economici e ambientali al di fuori del loro controllo. Nel Benin settentrionale, ad esempio, negli anni 2000 molti contadini si sono trovati in difficoltà perché il cotone, il prodotto da esportazione che avrebbe dovuto finanziare la sicurezza alimentare della popolazione locale, ha visto scendere rapidamente il suo prezzo sul mercato mondiale. Sono queste famiglie di contadini che Mani Tese ha sostenuto negli ultimi 15 anni per favorire la transizione verso sistemi agro-alimentari locali basati sulla commercializzazione del gari, un derivato della manioca molto utilizzato nella cucina dei Paesi del golfo di Guinea.

La coltivazione del cotone – ma il discorso può essere facilmente esteso a tutte le monocolture – ha anche un forte impatto ambientale sul territorio locale: per ottenere rese sufficienti, i contadini beninesi utilizzano infatti fertilizzanti, diserbanti e insetticidi chimici, sempre importati, che si accumulano nei suoli con danni per le persone e per gli ecosistemi.

L’impatto ambientale del modello agro-alimentare globale non è però solo locale. Il Benin importa ogni anno 140 milioni di dollari di carne di pollo, perlopiù (85%) provenienti da allevamenti europei che vengono alimentati con la soia prodotta in Brasile deforestando vaste aree del Cerrado e del bacino amazzonico.

Allargando lo sguardo all’intero continente, si osserva che l’importazione di olio di palma è aumentata negli ultimi venti anni da 500 milioni a quasi 7 miliardi di dollari. In questo caso le importazioni provengono principalmente dall’Asia sud-orientale, Indonesia e Malesia in particolare, due tra le aree dove la deforestazione causata dalle piantagioni di palma da olio è più forte.

Secondo la FAO, l’agricoltura commerciale è responsabile di più del 50% della deforestazione mondiale. Occorre dunque uno sguardo globale che consideri il sistema produttivo nel suo complesso e i suoi effetti socio-ambientali lontani nello spazio e nel tempo: la deforestazione non solo contribuisce in modo decisivo alla crisi climatica globale, ma altera in modo irreparabile ecosistemi fragili, innescando processi di cui non conosciamo la portata. Il passaggio di malattie dalla fauna selvatica all’uomo, tanto per fare un esempio che ci tocca da vicino, è favorito dalla rapida riduzione di superficie forestale e dal contatto sempre più frequente e ravvicinato tra grandi concentrazioni di animali umani e non umani (grandi città, allevamenti intensivi), da una parte, e aree selvatiche, dall’altra.

Il futuro “si chiama” Quelimane

Il caso africano mostra come il modello agro-alimentare convenzionale sia inefficiente dal punto di vista sociale, economico e ambientale. I costi di questo sistema sono distribuiti a varie scale: gli affamati nei villaggi e nelle città, i contadini marginalizzati, le vittime del cambiamento climatico e dell’erosione degli ecosistemi. I profitti sono anch’essi significativi, ma sono perlopiù di tipo economico e sono estremamente concentrati nelle mani di pochi soggetti privati.

Un’alternativa però esiste. In Africa, come nel resto del mondo, già esistono sistemi agro-alimentari locali e sono già attive reti locali e internazionali impegnate a sostenerli. Non si tratta di un ritorno a una società pre-moderna di autoproduzione, peraltro mai realmente esistita. Si tratta di sistemi innovativi che superano la tradizionale competizione tra città e campagna, creando una nuova integrazione tra spazi urbani, peri-urbani e rurali in grado di sostenere le economie locali, difendere la biodiversità e produrre varietà socio-culturale.

A Quelimane – la città che raccontiamo in questo numero – come a Milano i contadini locali possono svolgere un ruolo di protagonisti nella costruzione del territorio di domani e non di meri esecutori di un’agricoltura globale che estrae prodotti dalla terra come fossero minerali da immettere sui mercati internazionali.

I due modelli agro-alimentari coesistono, non solo sul territorio africano, e sono in competizione: da una parte un sistema fondato sul commercio internazionale che fornisce cibo standardizzato a basso costo, garantisce profitti per pochi e distribuisce i costi sull’intera umanità. Dall’altra una molteplicità di reti locali che, mentre producono cibo, tutelano la diversità biologica e culturale, distribuendo costi e benefici in modo più equo.

A noi la scelta.

Dai progetti
Presidente Federazione Mani Tese

Valerio

Mi chiamo Valerio Bini, e ho iniziato a collaborare con Mani Tese nel 1999, al centro documentazione, perché cercavo un’organizzazione nella quale portare avanti una battaglia contro gli squilibri globali e lavorare concretamente a sostegno delle comunità più colpite dalle ingiustizie. Negli anni successivi ho collaborato a diversi progetti di cooperazione, soprattutto in Burkina Faso […]

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