La via per l’emancipazione socio-economica delle “manjaca”

Reportage dalla Guinea Bissau: ecco come Mani Tese punta su micro-credito e nuovi gruppi di risparmio al femminile, nell’ambito del progetto “Coinvolgiamo tuttə per costruire il nostro futuro”, co-finanziato da AICS

Frontiere politiche, barriere culturali

Nei primi anni Novanta, l’intensificarsi degli scontri armati tra l’esercito senegalese e gli indipendentisti della provincia della Casamance, al confine tra Senegal e Guinea Bissau, ha portato all’abbandono di molti villaggi del lato senegalese, la cui popolazione si è rifugiata in Guinea-Bissau.

Situato a 3 chilometri da São Domingos, a nord della Guinea-Bissau, Beguingue 2 è un villaggio fondato nel 1994 da rifugiati senegalesi sulle terre di Beguingue 1, con il sostegno dell’UNHCR e del governo guineano. Oggi, il villaggio è abitato principalmente dal gruppo etnico manjaco proveniente dal villaggio di Nhafena, in Casamance, ma in realtà originario della stessa Guinea-Bissau.

Quello manjaco è un gruppo etnico caratterizzato da forti valori religioso-tradizionali, che presenta una società patriarcale, nella quale le donne permangono in un rapporto di subordinazione e dipendenza. Per esempio, le donne manjaca non hanno il diritto di ereditare né dal padre né dal marito. In via eccezionale, una figlia può ereditare alcune delle proprietà acquisite dalla madre nel corso della sua vita.

Solo recentemente, le manjaca hanno acquisito il diritto all’istruzione, ma continuano a essere relegate alle faccende domestiche e ai lavori agricoli, dedicandosi al piccolo commercio o altre attività generatrice di reddito che devono però essere approvate dal marito.

L’emancipazione socio-culturale passa da quella economica. In questo senso, l’intervento di Mani Tese nel territorio di São Domingos, regione di Cacheu, mira a creare 10 nuovi gruppi di risparmio e (micro)credito – in inglese Village Savings and Loaning Groups (VSLG) – grazie al progetto Coinvolgiamo tuttə per costruire il nostro futuro: Politiche, formazione e lavoro per un business inclusivo!, co-finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS).

Un libretto per l’emancipazione economica

I gruppi VSL costituiscono una sorta di cassa di risparmio comunitaria, di solito composti a maggioranza da donne che possono così gestire in autonomia i propri guadagni e richiedere prestiti per svolgere delle attività generatrici di reddito senza dover ricorrere all’approvazione dei propri mariti, padri o fratelli.

Dallo scorso febbraio, Mani Tese sta formando i nuovi gruppi che riceveranno un fondo dal progetto per attivare il meccanismo di risparmio/prestiti, garantendo quindi l’autoalimentarsi della cassa del gruppo e la sua sostenibilità.

Nella comunità di Biguinge 2, la formazione si svolge, come di consueto, all’ombra di un grande mango, in prossimità della lingua d’asfalto rosicchiata e piena di buche che conduce fino alla frontiera con il Senegal e la Casamance. Nell’afa del primo pomeriggio, le donne manjaca del gruppo VSL denominato “No djubi” (letteralmente “vediamo”, nel senso di “vediamo come va l’esperienza…”), un po’ assonnate e provate dalla mattinata di lavoro nei campi o al mercato, ascoltano l’animatrice di Mani Tese, mama Zanda, che illustra il funzionamento della cassa, lo statuto del gruppo e il ruolo dei membri del comitato di gestione.

Per rendere la formazione più dinamica, l’animatrice fa degli esempi pratici mostrando il kit che ogni gruppo VSL ha ricevuto in dotazione: una cassaforte portatile, libretti di risparmio, sacchetti di stoffa (per i diversi “fondi” della cassa), calcolatrice, quaderni e timbri.

La pila di libretti gialli si erge sul tavolino al centro del cerchio di vesti e copricapi colorati delle manjaca. Ognuna riceverà un libretto sul quale saranno timbrate le “azioni” corrispondenti ai franchi depositati. Un timbro per ogni 500 franchi. Più timbri significano più azioni, ovvero una fetta di guadagno maggiore all’apertura della cassa di fine anno, quando verranno ripartiti i tassi di interesse (juros) accumulati dal gruppo. Ma risparmiare di più permette anche di richiedere prestiti più alti, secondo la proporzione 1:3. Per esempio, se risparmi 10.000 franchi, puoi chiedere un prestito di 30.000 franchi.

L’attenzione generale si ridesta quando si passa alla prova del risparmio. Una per una, le manjaca del “No djubi” vengono chiamate per depositare i loro risparmi della settimana nella ciotolina preposta. Gli animi si scaldano, il tono delle voci si alza, causando un po’ di confusione tra le due contabili incaricate di ricevere i franchi, contarli e annunciarli al resto del gruppo. Mama Zanda è brava a riportare l’ordine, servendosi di qualche barzelletta che fa scuotere dalle risate le donne più corpulente. 

L’importo minimo da depositare è di 500 franchi, ma non è sempre obbligatorio risparmiare, dipende dalla disponibilità del momento. Per cominciare a richiedere prestiti, invece, bisognerà attendere l’erogazione del fondo da parte di Mani Tese, al termine del ciclo di formazioni.

Aminata Mendes, 24 anni, contabile del gruppo VSL “No djubi”. È determinata a studiare medicina e a restare in Guinea-Bissau per aiutare la sua gente.

Tre donne e una cassaforte

“Sono figlia di questa comunità”, afferma con orgoglio Aminata Mendes, 24 anni, riferendosi a Beguingue 2. Non è ancora sposata ed è una delle poche ragazze della sua comunità iscritta al dodicesimo anno di scuola, equivalente al nostro ultimo anno di superiori. “Nella comunità non tutte le ragazze frequentano la scuola, a volte i genitori non le lasciano andare anche a causa della povertà.” Per il suo livello di istruzione e le sue capacità – durante la formazione era una delle più partecipi e ricettive – il gruppo “No djubi” l’ha scelta come una delle due contabili.

Aminata è determinata a studiare medicina, risparmiando i soldi che guadagna lavorando la terra durante la stagione delle piogge e chiedendo prestiti dalla cassa del gruppo per pagarsi gli studi a Bissau. “Sento la vocazione dentro di me, voglio dedicare la mia vita per questo.” A differenza di molti giovani della sua età, lei non intende emigrare. “Sono orgogliosa di restare a lavorare nella mia terra.” Quando sarà un medico affermato, desidera aiutare la sua gente costruendo una scuola nella comunità.

Eli Mendes, 42 anni, presidente del gruppo VSL “No djubi”, regge la cassaforte, la “cassa” di risparmio e prestiti della comunità di Beguinge 2.

La leader e presidente del gruppo “No djubi”, Eli Mendes, 42 anni, è sposata e ha 6 figli. Come la maggior parte delle donne del gruppo, anche lei lavora la terra e vende i suoi prodotti al mercato di São Domingos. Con suo marito, divide un campo di anacardi. “Lui è contento che io faccia parte di questo gruppo. Avevo sentito da altre comunità vicine che già avevano una cassa di risparmio così, allora ho manifestato il nostro interesse a Mani Tese.” Con i soldi che riuscirà a risparmiare, Eli vuole comprarsi delle cose per sé, dei terreni da lasciare alla figlia che secondo la tradizione manjaca potrà ereditare solamente quanto appartenuto alla madre.

Isaura Gomes, 30 anni, è sempre stata una donna laboriosa. Non ha potuto rivendicare alcun diritto sulle terre del marito, defunto l’anno scorso, in quanto per la tradizione manjaca una donna può ereditare solo quanto appartenuto alla madre.

Isaura Gomes, 30 anni, è originaria di Caio, nella regione di Cacheu. Nel 1997, tre anni dopo la fondazione del villaggio Beguingue 2, dove sono stati reinsediati i rifugiati senegalesi in Guinea Bissau, la piccola Isaura ha raggiunto la zia che già viveva nel villaggio. In seguito, ha sposato un giovane manjaco con cui ha avuto 5 figli.

L’anno scorso, suo marito è morto dopo una lunga malattia. Faceva l’autista del trasporto pubblico. L’auto che usava nel suo lavoro è stata venduta dai fratelli del marito, teoricamente per sostenere le spese di Isaura e dei suoi figli, rimasti orfani di padre.

In precedenza, suo marito aveva ereditato un campo di anacardi dal padre e ne aveva un altro che condivideva con suo fratello. Al momento, però, sono i fratelli e la famiglia del suo defunto marito a gestire questi campi. Isaura non può rivendicare alcun diritto di eredità e resta esclusa dalla gestione dei campi. Durante la raccolta degli anacardi, viene impiegata come semplice raccoglitrice e viene pagata in percentuale sulla quantità raccolta.

“Continuerò a lottare per la mia sopravvivenza e quella dei miei figli, per questo mi sono iscritta al programma di risparmio e micro-credito della comunità, in modo da avere l’opportunità di beneficiare di finanziamenti per le attività agricole e per la piccola impresa di prodotti locali che intendo avviare”, dichiara Isaura. “Questo mi aiuterà a non perdere la mia dignità e ad affermarmi tra le donne di Beguingue 2.”

The path to socio-economic empowerment of “manjacas”

Reportage from Guinea Bissau: Here’s how Mani Tese focuses on micro-credit and new women’s savings groups, as part of the project “Involve Allə to Build Our Future,” co-funded by AICS

Political borders, cultural barriers

In the early 1990s, escalating armed clashes between the Senegalese army and independence fighters in Casamance province, on the border between Senegal and Guinea Bissau, led to the abandonment of many villages on the Senegalese side, whose people fled to Guinea-Bissau.

Located 3 kilometers from São Domingos in northern Guinea-Bissau, Beguingue 2 is a village founded in 1994 by Senegalese refugees on the land of Beguingue 1, with the support of UNHCR and the Guinean government. Today, the village is mainly inhabited by the Manjaco ethnic group from the village of Nhafena in Casamance, but actually originating from Guinea-Bissau itself.

The Manjaca is an ethnic group characterized by strong religious-traditional values, presenting a patriarchal society in which women remain in a subordinate and dependent relationship. For example, Manjaca women do not have the right to inherit from either their father or husband. Exceptionally, a daughter may inherit some of the property acquired by her mother during her lifetime.

Only recently, manjacas have acquired the right to education, but they continue to be relegated to household chores and agricultural work, engaging in petty trade or other income-generating activities that must, however, be approved by their husbands.

Socio-cultural empowerment passes through economic empowerment. In this sense, Mani Tese’s intervention in the territory of São Domingos, Cacheu region, aims to create 10 new savings and (micro)credit groups – in English Village Savings and Loaning Groups (VSLG) – thanks to the project Involviamo tuttəper costruire il nostro futuro: Policies, training and work for an inclusive business!, co-funded by the Italian Agency for Development Cooperation (AICS).

A booklet for economic empowerment

VSL groups constitute a kind of community savings bank, usually composed mostly of women who can thus manage their earnings independently and take out loans to carry out income-generating activities without having to rely on the approval of their husbands, fathers or brothers.

Since last February, Mani Tese has been training new groups that will receive a fund from the project to activate the savings/loan mechanism, thus ensuring the group’s cash self-support and sustainability.

In the Biguinge 2 community, training takes place, as usual, in the shade of a large mango tree, near the gnawed and pothole-filled asphalt tongue that leads up to the border with Senegal and Casamance. In the early afternoon sultriness, the Manjaca women of the VSL group called “No djubi” (literally “let’s see,” meaning “let’s see how the experience goes…”), somewhat sleepy and rehearsed from the morning’s work in the fields or at the market, listen to Mani Tese animator Mama Zanda explain how the cash box works, the group’s bylaws, and the role of the members of the management committee.

To make the training more dynamic, the facilitator gives practical examples by showing the kit that each VSL group was given: a portable safe, savings books, cloth bags (for different “funds” in the cash register), calculator, notebooks and stamps.

The stack of yellow booklets stands on the small table in the center of the manjacas‘ circle of colorful robes and headdresses. Each will receive a booklet on which the “shares” corresponding to the francs deposited will be stamped. One stamp for every 500 francs. More stamps mean more shares, meaning a bigger slice of earnings at the opening of the year-end cash box, when the interest rates(juros) accumulated by the group will be apportioned. But saving more also allows you to borrow more, according to the 1:3 ratio. For example, if you save 10,000 francs, you can borrow 30,000 francs.

General attention is reawakened when the savings test comes around. One by one, the manjacas of the “No djubi” are called to deposit their savings for the week in the small bowl provided. Tempers flare, the tone of voices rises, causing some confusion among the two accountants in charge of receiving the francs, counting them and announcing them to the rest of the group. Mama Zanda is good at restoring order, serving up a few jokes that make the burlier women shake with laughter.

The minimum amount to deposit is 500 francs, but it is not always mandatory to save, depending on the availability of the moment. To start applying for loans, however, you will have to wait for the fund to be disbursed by Mani Tese after the training cycle is completed.

Aminata Mendes, 24, an accountant with the VSL group "No djubi." She is determined to study medicine and stay in Guinea-Bissau to help her people.

Three women and a safe

“I am a daughter of this community,” says Aminata Mendes, 24, proudly, referring to Beguingue 2. She is not yet married and is one of the few girls in her community enrolled in 12th grade, equivalent to our last year of high school. “In the community not all girls attend school, sometimes their parents don’t let them go also because of poverty.” Because of her level of education and her abilities-during the training she was one of the most participatory and receptive-the “No djubi” group chose her as one of the two accountants.

Aminata is determined to study medicine, saving the money she earns by working the land during the rainy season and borrowing from the group’s treasury to pay for her studies in Bissau. “I feel the calling inside me, I want to dedicate my life to it.” Unlike many young people her age, she does not plan to emigrate. “I am proud to stay and work in my homeland.” When she is an established doctor, she wants to help her people by building a school in the community.

Eli Mendes, 42, president of the VSL "No djubi" group, holds the safe, community savings and loan "bank" in Beguinge 2.

The leader and president of the “No djubi” group, Eli Mendes, 42, is married and has six children. Like most of the women in the group, she works the land and sells her produce at the market in São Domingos. With her husband, she shares a cashew field. “He is happy that I am part of this group. I had heard from other nearby communities that they already had a savings bank like this, so I expressed our interest to Mani Tese.” With the money he is able to save, Eli wants to buy things for himself, land to leave to his daughter who, according to Manjaca tradition, can only inherit what belonged to her mother.

Isaura Gomes, 30, has always been a hardworking woman. She has been unable to claim any rights to the lands of her husband, who died last year, as by Manjaca tradition a woman can only inherit what belonged to her mother.

Isaura Gomes, 30, is originally from Caio in the Cacheu region. In 1997, three years after the founding of Beguingue 2 village, where Senegalese refugees in Guinea Bissau were resettled, little Isaura joined her aunt who was already living in the village. She later married a young manjaco with whom she had five children.

Last year, her husband died after a long illness. He was a public transportation driver. The car she used in her job was sold by her husband’s siblings, theoretically to support the expenses of Isaura and her fatherless children.

Previously, her husband had inherited a cashew field from his father and had another field that he shared with his brother. At present, however, it is her late husband’s brothers and family who manage these fields. Isaura cannot claim any inheritance rights and remains excluded from managing the fields. During the cashew harvest, she is employed as a simple picker and is paid a percentage of the quantity harvested.

“I will continue to fight for my survival and that of my children, which is why I have enrolled in the community savings and micro-credit program so that I will have the opportunity to qualify for funding for the agricultural and small local produce business I plan to start,” Isaura says. “This will help me not to lose my dignity and establish myself among the women of Beguingue 2.”

Un Indice di Giustizia Ambientale, per affrontare le disuguaglianze e promuovere l’equità globale

Mani Tese pubblica il rapporto “Environmental Global Index – Una mappa globale della Giustizia Ambientale”, realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo e in collaborazione con Università degli Studi di Milano, Politecnico di Milano ed eNextGen

Fin dal 2012, Mani Tese è impegnata attivamente in un lavoro di studio e ricerca sul tema della giustizia ambientale, un argomento di vasta portata e ampiamente dibattuto, le cui radici affondano nella seconda metà del Novecento. Tuttavia, è stato solo nel nuovo millennio che il legame tra giustizia ambientale e sociale ha iniziato a emergere in modo più solido ed evidente, soprattutto dopo l’appuntamento di Kyoto nel 2005. In quel periodo, infatti, l’ampia disparità tra i Paesi del Nord e del Sud del Mondo è diventata una questione centrale, poiché si è reso necessario affrontare la relazione tra le responsabilità storiche, le capacità di azione e gli impatti a lungo termine.

 La creazione di un Indice di Giustizia Ambientale (per accedere alla piattaforma clicca qui), e la pubblicazione del primo rapporto periodico dedicato, rappresentano il culmine di un processo complesso e articolato, che ha visto Mani Tese intrecciare rapporti con istituzioni accademiche (Università degli Studi di Milano e Politecnico di Milano) e realtà scientifiche innovative come eNextGen (spinoff del Politecnico di Milano), grazie al fondamentale contributo di Fondazione Cariplo che, fin da subito, ha creduto nel progetto. Questo percorso ha incluso l’identificazione di indicatori appropriati, provenienti da fonti affidabili e open source, supportati da evidenze scientifiche riconosciute; l’analisi degli stessi, attraverso una metodologia volta a garantire la validità e la rilevanza delle informazioni raccolte; la revisione e l’aggiornamento costante degli indicatori per permettere un calcolo valido, quindi per garantire che l’indice rifletta in modo dinamico l’evoluzione delle problematiche ambientali, nonché le esigenze di interpretazione e aggiornamento nel corso del tempo.

L’intento è stato quello di stimolare un dibattito costruttivo e propositivo intorno al tema delle disuguaglianze ambientali, a livello globale e locale. L’approccio scientifico e rigoroso, unito a una comunicazione chiara e accessibile, si è proposto di offrire uno strumento per monitorare e influenzare politiche ambientali più giuste e sostenibili. In questo senso, pertanto, va inquadrata la scelta di dedicare un’intera sezione del Rapporto a un approfondimento sulla filiera del tessile, settore caratterizzato da gravi fenomeni di ingiustizia ambientale e sociale, con la presentazione di alcuni casi-studio emblematici, che dimostrano, invece, come sia effettivamente possibile un modello di “fare impresa” capace di guardare al cambiamento, all’innovazione e ai processi trasformativi.

Il primo rapporto di Mani Tese sulla Giustizia Ambientale

Il Rapporto “Environmental Global Index – Una mappa globale della Giustizia Ambientale” si avvale dei preziosi contributi di Emanuela Colombo – Professore ordinario e Delegato del Rettore per Science Diplomacy presso il Politecnico di Milano, Giacomo Crevani – Doctoral researcher del Politecnico di Milano, Alice Giulia Dal Borgo – Presidente del Corso di Laurea Triennale in Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio e docente di Geografia dell’ambiente e del paesaggio e di Analisi dei sistemi paesistico-ambientali presso l’Università degli Studi di Milano, Nicolò Golinucci, Co-founder e CEO di eNextGen SRL, Elisa Lenhard – Referente Educazione alla Cittadinanza Globale e Advocacy di Mani Tese ETS, Margherita Cecilia Maggioni – Junior researcher dell’Università degli Studi di Milano e Francesco Tonini, Senior researcher del Politecnico di Milano. Le conclusioni del Rapporto sono affidate a Marino Langiu, Direttore Generale di Mani Tese ETS

SCARICA IL RAPPORTO COMPLETO QUI.

An Environmental Justice Index, to address inequalities and promote global equity

Mani Tese publishes the report “Environmental Global Index – A Global Map of Environmental Justice,” produced with the contribution of Fondazione Cariplo and in collaboration with Università degli Studi di Milano, Politecnico di Milano and eNextGen

Since 2012, Mani Tese has been actively engaged in study and research work on the issue of environmental justice, a far-reaching and widely debated topic whose roots go back to the second half of the twentieth century. However, it was only in the new millennium that the link between environmental and social justice began to emerge more solidly and clearly, especially after the Kyoto meeting in 2005. Indeed, at that time, the wide disparity between countries of the Global North and South became a central issue, as the relationship between historical responsibilities, capacities for action, and long-term impacts had to be addressed.

The creation of an Environmental Justice Index (to access the platform click here), and the publication of the first dedicated periodic report, represent the culmination of a complex and articulated process, which has seen Mani Tese weave relationships with academic institutions (University of Milan and Milan Polytechnic) and innovative scientific realities such as eNextGen (a spinoff of the Milan Polytechnic), thanks to the fundamental contribution of Fondazione Cariplo, which, from the outset, believed in the project. This path included the identification of appropriate indicators, from reliable and open source sources, supported by recognized scientific evidence; the analysis of the same, through a methodology designed to ensure the validity and relevance of the information collected; and the constant revision and updating of the indicators to allow a valid calculation, thus to ensure that the index dynamically reflects the evolution of environmental issues, as well as the needs for interpretation and updating over time.

The intent was to stimulate constructive and purposeful debate around the issue of environmental inequalities, globally and locally. The scientific and rigorous approach, combined with clear and accessible communication, aimed to offer a tool to monitor and influence more just and sustainable environmental policies. In this sense, therefore, should be framed the decision to devote an entire section of the Report to an in-depth study of the textile supply chain, a sector characterized by serious phenomena of environmental and social injustice, with the presentation of some emblematic case-studies, which demonstrate, instead, how it is indeed possible a model of “doing business” capable of looking at change, innovation and transformative processes.

Mani Tese’s first report on Environmental Justice.

The Report “Environmental Global Index – A Global Map of Environmental Justice” draws on the valuable contributions of Emanuela Colombo – Full Professor and Rector’s Delegate for Science Diplomacy at Politecnico di Milano, Giacomo Crevani – Doctoral researcher at Politecnico di Milano, Alice Giulia Dal Borgo – President of the Bachelor of Arts in Environmental Humanities, territory and landscape and lecturer in Geography of environment and landscape and Analysis of landscape-environmental systems at the University of Milan, Nicolò Golinucci, Co-founder and CEO of eNextGen SRL, Elisa Lenhard – Global Citizenship Education and Advocacy Representative of Mani Tese ETS, Margherita Cecilia Maggioni – Junior researcher at the University of Milan, and Francesco Tonini, Senior researcher at Politecnico di Milano. The conclusions of the Report are entrusted to Marino Langiu, Director General of Mani Tese ETS.

DOWNLOAD THE FULL REPORT HERE.

Arti con Mani

Circular Economy Project for Youth

This Saturday, March 15, 2025, the youth circular economy project “Arti con Mani” kicks off.

Thanks to the collaboration between Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali and Mani Tese, a group of high school youths will be able to participate in a workshop to sort and sort second-hand goods for sale in the fair-trade second-hand market run by Cooperativa Sociale Mani Tese Onlus (Gorgonzola office at Via Giuseppe Parini, 60).

The idea was born during a group work carried out by the very volunteers from Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali and Mani Tese, as part of their training for Universal Civil Service.

The project, consisting of five appointments to be held on Saturdays, aims to allow boys and girls to get to know a volunteer reality in their area, learn how to value second-hand items of various types to put them back into circulation, work in teams, socialize, mature responsibility and autonomy, as well as find new stimuli for recreational activities.

We hope that this initiative will not only raise awareness of environmental, social and economic sustainability issues among the younger generation, thus helping to create a more aware and inclusive community, but also provide them with a personally enriching hands-on experience.

Empowerment femminile, dalle statistiche globali alle esperienze locali

Partecipazione economica e opportunità, livello di istruzione, salute e sopravvivenza, empowerment politico: il nostro impegno in India con le organizzazioni Save e Fedina contro le disuguaglianze di genere.

L’ultimo rapporto Global Gender Gap pubblicato dal World Economic Forum evidenzia un triste dato statistico: il divario di genere globale nel 2023 era del 68,4%, nel 2024 68,5%, una crescita a un ritmo glaciale che non fa ben sperare circa il raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2030, sebbene esistano esempi decisamente positivi, come l’Islanda, che, con i suoi 396 187 abitanti, ottiene un fantastico primato con il 93,5%. Dobbiamo, per contro, constatare un’Italia ancora sottotono, 69,2%, nonostante abbia registrato uno dei progressi più significativi dal 2010, con un aumento di 15,9 punti percentuali. Rispetto all’educazione e formazione, solo un terzo sceglie materie scientifiche: il rapporto fra specialisti ICT è 1 donna su 6. E le donne guadagnano quasi il 20% in meno degli uomini. Ci vorranno 134 anni per raggiungere la piena parità, sottolinea il rapporto del World Economic Forum.

Le diseguaglianze di genere in India

Espandendo lo sguardo oltre i confini europei e concentrandosi su uno dei Paesi che ha registrato una notevole crescita economica negli ultimi anni, ma che allo stesso tempo affronta crescenti disuguaglianze sociali, emerge un quadro complesso. L’India, infatti, si posiziona al 129° posto su 146 Paesi nel Global Gender Gap Index, e, nonostante alcuni progressi apparenti in alcuni settori, la disuguaglianza di genere rimane una questione centrale. Il Global Gender Gap Index, è una misura sintetica che raccoglie informazioni da quattro aree principali: partecipazione economica e opportunità, livello di istruzione, salute e sopravvivenza, e empowerment politico. Ogni area è composta da più indicatori specifici. Il punteggio dell’indice va da 0 a 1, dove 1 rappresenta la parità totale tra i generi. Tuttavia, è importante sottolineare che questo indice si concentra sulle differenze di genere, mettendo in evidenza la posizione relativa delle donne rispetto agli uomini, piuttosto che una valutazione assoluta delle loro condizioni.

In India, quasi il 90% della forza lavoro è impiegata nel settore informale, dove le donne, in particolare, si trovano a fronteggiare enormi difficoltà. Questa situazione è alimentata da un profondo squilibrio nelle relazioni di potere che caratterizzano il mondo del lavoro. L’asimmetria di potere tra datori di lavoro e lavoratrici ha un impatto diretto sull’accesso delle donne a condizioni di lavoro dignitose e sulla loro capacità di mantenerle, creando una barriera invisibile ma solida che ostacola ogni tipo di progressione sociale ed economica. Le donne nel settore informale sono, infatti, tra le più vulnerabili: spesso non hanno accesso a contratti ufficiali, diritti lavorativi garantiti o protezioni legali. Non solo sono escluse dai benefici delle politiche di welfare, ma sono anche privi di potere contrattuale, il che le espone a forme di sfruttamento quotidiano, abuso e discriminazione. Questo scenario perpetua un ciclo di povertà, disuguaglianza e marginalizzazione che, con il passare del tempo, diventa sempre più difficile da interrompere. Il mondo del tessile, ad esempio, tanto esplorato in più circostanze da Mani Tese, storicamente, ha visto un’alta partecipazione femminile, e sebbene in contesti diversi, continuano a essere le principali protagoniste di un mercato profondamente segnato da dinamiche di sfruttamento e disuguaglianza.

Il lavoro di Mani Tese con le organizzazioni locali Save e Fedina

L’India sta affrontando una crisi di disuguaglianza di genere che va ben oltre le difficoltà nel mondo del lavoro. Un divario che si amplifica in modo drammatico man mano che si scende con l’età delle ragazze, creando un ciclo di svantaggi che colpisce profondamente la società su più fronti. “In risposta a questa crescente problematica, grazie al lavoro comune con le organizzazioni locali SAVE e FEDINA, operiamo per ridurre le disuguaglianze e migliorare la condizione delle donne, soprattutto nelle fasce più vulnerabili”. Si tratta di promuovere e implementare un approccio che prevede l’integrazione dell’empowerment femminile in tutte le politiche economiche, sociali e culturali, con l’obiettivo di promuovere un cambiamento che vada oltre la mera creazione di opportunità di lavoro. Questo approccio prevede una riconsiderazione delle strutture di potere, al fine di garantire che le donne dispongano degli strumenti necessari per negoziare migliori condizioni lavorative, affrontare le barriere socio-culturali e costruire una rete di supporto in grado di aiutarle a superare le difficoltà legate alla discriminazione e alla disuguaglianza. “L’obiettivo è fornire strumenti concreti per abbattere le barriere e permettere alle donne di esercitare il proprio potere economico, sociale e politico, contribuendo così in modo decisivo al progresso collettivo”.

(Le immagini in questa pagina sono di @FEDINA – Foundation for Educational Innovations in Asia)

Empowerment femminile, dalle statistiche globali alle esperienze locali

Partecipazione economica e opportunità, livello di istruzione, salute e sopravvivenza, empowerment politico: il nostro impegno in India con le organizzazioni Save e Fedina contro le disuguaglianze di genere.

L’ultimo rapporto Global Gender Gap pubblicato dal World Economic Forum evidenzia un triste dato statistico: il divario di genere globale nel 2023 era del 68,4%, nel 2024 68,5%, una crescita a un ritmo glaciale che non fa ben sperare circa il raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2030, sebbene esistano esempi decisamente positivi, come l’Islanda, che, con i suoi 396 187 abitanti, ottiene un fantastico primato con il 93,5%. Dobbiamo, per contro, constatare un’Italia ancora sottotono, 69,2%, nonostante abbia registrato uno dei progressi più significativi dal 2010, con un aumento di 15,9 punti percentuali. Rispetto all’educazione e formazione, solo un terzo sceglie materie scientifiche: il rapporto fra specialisti ICT è 1 donna su 6. E le donne guadagnano quasi il 20% in meno degli uomini. Ci vorranno 134 anni per raggiungere la piena parità, sottolinea il rapporto del World Economic Forum.

Le diseguaglianze di genere in India

Espandendo lo sguardo oltre i confini europei e concentrandosi su uno dei Paesi che ha registrato una notevole crescita economica negli ultimi anni, ma che allo stesso tempo affronta crescenti disuguaglianze sociali, emerge un quadro complesso. L’India, infatti, si posiziona al 129° posto su 146 Paesi nel Global Gender Gap Index, e, nonostante alcuni progressi apparenti in alcuni settori, la disuguaglianza di genere rimane una questione centrale. Il Global Gender Gap Index, è una misura sintetica che raccoglie informazioni da quattro aree principali: partecipazione economica e opportunità, livello di istruzione, salute e sopravvivenza, e empowerment politico. Ogni area è composta da più indicatori specifici. Il punteggio dell’indice va da 0 a 1, dove 1 rappresenta la parità totale tra i generi. Tuttavia, è importante sottolineare che questo indice si concentra sulle differenze di genere, mettendo in evidenza la posizione relativa delle donne rispetto agli uomini, piuttosto che una valutazione assoluta delle loro condizioni.

In India, quasi il 90% della forza lavoro è impiegata nel settore informale, dove le donne, in particolare, si trovano a fronteggiare enormi difficoltà. Questa situazione è alimentata da un profondo squilibrio nelle relazioni di potere che caratterizzano il mondo del lavoro. L’asimmetria di potere tra datori di lavoro e lavoratrici ha un impatto diretto sull’accesso delle donne a condizioni di lavoro dignitose e sulla loro capacità di mantenerle, creando una barriera invisibile ma solida che ostacola ogni tipo di progressione sociale ed economica. Le donne nel settore informale sono, infatti, tra le più vulnerabili: spesso non hanno accesso a contratti ufficiali, diritti lavorativi garantiti o protezioni legali. Non solo sono escluse dai benefici delle politiche di welfare, ma sono anche privi di potere contrattuale, il che le espone a forme di sfruttamento quotidiano, abuso e discriminazione. Questo scenario perpetua un ciclo di povertà, disuguaglianza e marginalizzazione che, con il passare del tempo, diventa sempre più difficile da interrompere. Il mondo del tessile, ad esempio, tanto esplorato in più circostanze da Mani Tese, storicamente, ha visto un’alta partecipazione femminile, e sebbene in contesti diversi, continuano a essere le principali protagoniste di un mercato profondamente segnato da dinamiche di sfruttamento e disuguaglianza.

Il lavoro di Mani Tese con le organizzazioni locali Save e Fedina

L’India sta affrontando una crisi di disuguaglianza di genere che va ben oltre le difficoltà nel mondo del lavoro. Un divario che si amplifica in modo drammatico man mano che si scende con l’età delle ragazze, creando un ciclo di svantaggi che colpisce profondamente la società su più fronti. “In risposta a questa crescente problematica, grazie al lavoro comune con le organizzazioni locali SAVE e FEDINA, operiamo per ridurre le disuguaglianze e migliorare la condizione delle donne, soprattutto nelle fasce più vulnerabili”. Si tratta di promuovere e implementare un approccio che prevede l’integrazione dell’empowerment femminile in tutte le politiche economiche, sociali e culturali, con l’obiettivo di promuovere un cambiamento che vada oltre la mera creazione di opportunità di lavoro. Questo approccio prevede una riconsiderazione delle strutture di potere, al fine di garantire che le donne dispongano degli strumenti necessari per negoziare migliori condizioni lavorative, affrontare le barriere socio-culturali e costruire una rete di supporto in grado di aiutarle a superare le difficoltà legate alla discriminazione e alla disuguaglianza. “L’obiettivo è fornire strumenti concreti per abbattere le barriere e permettere alle donne di esercitare il proprio potere economico, sociale e politico, contribuendo così in modo decisivo al progresso collettivo”.

(Le immagini in questa pagina sono di @FEDINA – Foundation for Educational Innovations in Asia)

Pacchetto Omnibus: Dietro il Sipario della Semplificazione Legislativa

Una revisione che mette a rischio i diritti umani, l’ambiente e la trasparenza normativa

A pochi mesi dall’approvazione della Direttiva sulla Due Diligence delle Imprese in materia di sostenibilità (CS3D), pubblicata nella Gazzetta Europea il 5 luglio 2024, i suoi principi fondamentali sono già messi in discussione. Ieri, 26 febbraio, il Commissario per l’Economia e la Produttività, nonché per l’Attuazione e la Semplificazione, Vladis Dombrovskis, ha annunciato il tanto atteso pacchetto Omnibus, già anticipato dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, nel novembre 2024.

Il pacchetto Omnibus, che punta alla semplificazione normativa per le imprese con l’obiettivo dichiarato di migliorare l’efficienza procedurale e ridurre gli oneri economici, in realtà mina l’efficacia delle normative sulla responsabilità d’impresa.

Ad esempio, nel contesto delle filiere produttive, mentre la CS3D garantiva un monitoraggio su tutta la catena del valore per prevenire violazioni dei diritti umani e danni ambientali, la proposta Omnibus limita l’obbligatorietà della due diligence alle sole operazioni dei partner diretti. Questo approccio esclude dal controllo le violazioni più gravi, che spesso si verificano nelle fasi più profonde delle filiere, dove si registrano abusi e atti discriminatori.

Noi di Mani Tese, in qualità di co-coordinatori della Campagna Impresa 2030 – una coalizione italiana di organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e ambientali – esprimiamo un forte disappunto per questo provvedimento. La modifica proposta dal pacchetto Omnibus svuota la Direttiva sulla Due Diligence dai suoi principi chiave, mettendo a rischio anche gli investimenti di quelle imprese che avevano accolto la direttiva come un’opportunità per una regolamentazione più chiara e coerente.

Questo provvedimento frena il progresso verso un mondo più giusto e sostenibile, compromettendo la possibilità di migliorare le condizioni di lavoro, specialmente nei Paesi del Global South. Proprio in questi contesti, dove Mani Tese opera da oltre 60 anni, le parti più vulnerabili della catena del valore sono quelle più esposte a violazioni dei diritti dei lavoratori.

I punti più allarmanti della proposta

  1. Minaccia al processo democratico che ha portato all’approvazione della legge.
  2. Falsa semplificazione, che non affronta i problemi reali e riduce gli obblighi delle aziende, lasciando in sospeso gli impegni climatici nell’ambito dell’Accordo di Parigi.
  3. Limitazione della due diligence ai soli partner commerciali diretti, trascurando le violazioni più gravi che avvengono nelle fasi più profonde delle filiere.
  4. Riduzione del monitoraggio delle politiche aziendali, che passerebbe da un controllo annuale a uno ogni cinque anni.
  5. Eliminazione di meccanismi essenziali di applicazione, come il diritto di accesso alla giustizia per le vittime di abusi, rendendolo più difficile da esercitare.

Queste modifiche riducono l’efficacia della direttiva e la pongono in contrasto con gli standard internazionali di responsabilità aziendale. Il rischio è di trasformarla in un mero esercizio burocratico, lontano dall’obiettivo di una vera sostenibilità d’impresa e con gravi conseguenze per l’ambiente e per i diritti delle persone coinvolte nelle filiere produttive.

Il pacchetto Omnibus non solo compromette la giustizia sociale e ambientale, ma mina anche la stabilità economica e l’efficacia degli interventi a lungo termine. La Cocoa Coalition, ad esempio, ha avvertito in una dichiarazione del 20 gennaio 2025 che modificare la CSDDD potrebbe portare a una frammentazione normativa tra gli Stati membri, aumentando i costi di conformità senza generare benefici concreti.

Un attacco al sistema democratico decisionale

La riapertura della Direttiva sulla Due Diligence attraverso il pacchetto Omnibus rappresenta un attacco al sistema democratico per diversi motivi:

  • Minaccia al processo legislativo partecipativo: La direttiva è stata il risultato di un lungo processo che ha coinvolto il Parlamento Europeo, il Consiglio dell’Unione Europea e numerosi stakeholder, inclusi gruppi della società civile, sindacati e imprese. Riaprirla senza un adeguato coinvolgimento delle stesse parti rischia di escludere voci cruciali e compromettere la legittimità del processo decisionale.
  • Sottrazione di trasparenza e responsabilità: L’approvazione della direttiva ha seguito un iter chiaro e pubblico, con ampie consultazioni. La revisione, invece, rischia di avvenire senza il necessario scrutinio pubblico, riducendo la trasparenza e la responsabilità politica.
  • Incoerenza con il principio di co-creazione delle politiche: La direttiva è stata elaborata in un contesto di cooperazione tra istituzioni europee e stakeholder, garantendo regole chiare e condivise. Il pacchetto Omnibus ignora questo processo collaborativo e mette a rischio la coerenza normativa europea.
  • Indebolimento dei diritti e delle protezioni: Le modifiche che riducono gli obblighi aziendali in termini di trasparenza e responsabilità verso i diritti umani e l’ambiente rischiano di svuotare la legge dei suoi principi fondamentali. Limitare la due diligence ai soli partner commerciali diretti o ridurre i meccanismi di monitoraggio significa minare la protezione delle persone e dell’ambiente.

Questo provvedimento mantiene un modello di business che ignora le emergenze climatiche e sociali, rifiutando ogni azione coraggiosa per affrontare la crisi, esprimendo un’Europa debole, che dimostra incoerenza e una preoccupante vulnerabilità ad influenze esterne. 

Leggi il comunicato stampa di Impresa2030 qui.