21/05/2019

di ELIAS GEROVASI, Responsabile Progettazione e Innovazione di Mani Tese.

 

SONO 35 MILIONI LE PERSONE NEL MONDO COSTRETTE AL “LAVORO FORZATO”, SPESSO IMPIEGATE PROPRIO IN ATTIVITÀ’ CHE MINANO GLI ECOSISTEMI NATURALI COME L’ABBATTIMENTO ILLEGALE DI FORESTE. COMBATTERE LE MODERNE SCHIAVITÙ’ SIGNIFICA ANCHE FERMATE L’”ECOCIDIO” DELLA TERRA.

Dagli allevamenti di gamberetti nel Golfo del Bengala alle miniere d’oro abusive in Ghana, dai giacimenti congolesi di tantalio (il metallo che dà vita ai nostri smartphone) alle foreste amazzoniche, fino al granito scavato illegalmente in India (importato per le lapidi a buon mercato nei cimiteri europei), affiora sempre lo stesso legame nascosto: schiavitù moderne e distruzione dell’ambiente sono facce della stessa medaglia, sfregi allo stesso pianeta.

L’ecocidio dei lavoratori forzati

Alcuni lo chiamano “ecocidio”, la distruzione massiva dell’ambiente naturale (la deforestazione è il fenomeno più conosciuto di questo processo), attuato in buona parte ricorrendo all’economia del lavoro forzato. Basti pensare che il 40 % della de- forestazione globale è basata sul lavoro di schiavi, un fenomeno che da solo è responsabile di almeno 2,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Se fosse un Paese, l’attuale sistema schiavista globale conterebbe all’incirca lo stesso numero di abitanti del Canada, 35 milioni di persone, e sarebbe il terzo produttore mondiale di anidride carbonica dopo Cina e Stati Uniti. A mettere in stretta relazione le schiavitù moderne e il degrado ambientale con questi numeri è Kevin Bales, cofondatore del gruppo di Advocacy Free the Slaves e autore di diversi saggi sull’argomento. Scavando profondamente su questo legame Bales ha scoperto un circolo vizioso guidato dai nostri modelli di consumo e supportato da trattati inter- nazionali e regolamenti ambientali non proprio ispirati alla sostenibilità.

Modelli di consumo insostenibili

Tutti sappiamo ormai quanto i comportamenti umani siano responsabili del cambiamento climatico, dai trasporti (automobili, autobus, aerei) all’alimentazione (agricoltura, allevamenti industriali), tutte attività che consumano combustibili fossili e aumentano i livelli di CO2 nell’aria. Tutto ciò che possiamo fare per ridurre queste emissioni è benvenuto, ma ciò che spesso non riusciamo a percepire è che i trasporti (per esempio) rappresentano solo il 14% delle emissioni di CO2, mentre altre fonti non solo incidono di più, ma sono anche potenzialmente più facili da ridurre. L’esempio più rilevante è proprio quello della deforestazione, che contribuisce al 17% di tutte le emissioni di CO2 ed è strettamente legata ai fenomeni di sfruttamento del lavoro e lavoro forzato. Negli ultimi 20 anni, nonostante la quantità di terra e foreste accantonate come riserve e spazi protetti sia notevolmente aumentata, nei Paesi del sud globale il disboscamento legale è diminuito a scapito di un aumento drammatico del taglio illegale. In parole povere, il vuoto creato dai recenti trattati ambientali ha lasciato spazio libero all’azione di organizzazioni criminali che operano nel settore dello sfruttamento illegale delle risorse naturali; la vendita del legname di contrabbando rappresenta uno dei prodotti di punta di questi traffici, seguita da altri lucrosi prodotti basati sempre sul lavoro schiavo come oro, minerali per l’industria elettronica, gamberetti o pesce.

Tramite la catena di approvvigionamento dei nostri acquisti di telefoni, computer, gioielli e cibo (sia per i nostri animali domestici che per noi stessi), i criminali che sfruttano schiavi traggono grandi profitti strappando le foreste dalla terra e accelerando di conseguenza il cambia- mento climatico.

Da qui la proposta alternativa dello stesso Bales nelle pagine del suo ultimo libro “Blood and Earth” dove invita i lettori a salvare il pianeta non solo attraverso pratiche green e riduzione delle emissioni ma liberando gli schiavi del mondo e combattendo con tutti i metodi possibili le economie dello sfruttamento.

 

Articolo pubblicato sul numero di Giugno 2019 del Giornale di Mani Tese.

 

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