31/01/2019

SAMUELE TINI LAVORA DA ANNI IN AFRICA PER MANI TESE. DAL 2014 È IN KENYA, DOVE HA AVVIATO UN PROGETTO DI ECONOMIA CIRCOLARE PER CONTRASTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI

Diciamolo, l’operato delle ONG non è mai stato così tanto, e spesso così male, sulla bocca di tutti. Quelle che oggi fanno notizia e sono nel mirino del dibattito pubblico sono soprattutto le attività di emergenza umanitaria delle ONG, ma ci sono anche altre azioni, come quelle delle ONG che creano sviluppo nel “Sud del Mondo”. “Noi non salviamo le persone in maniera diretta. Noi le salviamo costruendo sviluppo” mi racconta Samuele Tini, 38 anni, da più di 8 cooperante per Mani Tese “E in un’epoca di poco approfondimento e di molto sensazionalismo, chi fa un lavoro complesso come il nostro, che non si può spiegare in due parole, suscita poco interesse”.

Il tempo per capire

“Bisogna prendersi il tempo per capire” aggiunge. E io oggi voglio prendermi almeno un po’ di tempo per restituire il senso del lavoro di chi, come Samuele, rende possibile l’impossibile in Paesi spesso difficili.

Sono in diretta con lui dal Kenya ma l’intervista comincia in ritardo perché Samuele ha da fare. Ha sempre da fare. “Dovessi timbrare il cartellino credo che oggi avrei accumulato almeno tre mesi di recupero! – scherza Samuele – Io lavoro sempre, anche nei giorni di festa. Il mio lavoro comincia alle 6.30. Spesso vado sul campo per valutare i progressi delle attività di progetto. Altre volte resto in ufficio perché devo occuparmi della gestione amministrativa dei progetti…E poi studio”. Già, lo studio. Si pensa sempre al cooperante come a un lavoro “sul campo”. E in parte è così, in una continua gestione degli imprevisti. Ma per Samuele studiare è altrettanto importante. “Oggi al cooperante sono richieste capacità gestionali sempre più complesse” spiega “A questo si aggiunge la dimensione dello studio e della ricerca che per noi di Mani Tese è fondamentale per proporre idee innovative”.

Energia per il Kenya

Una delle idee apprezzate di Samuele è stata quella di contrastare i devastanti cambiamenti climatici e la deforestazione in Kenya attraverso l’economia circolare. Il progetto IMARISHA! (termine swahili che significa “ENERGIA”) da lui scritto e implementato prevede una complessità di azioni innovative come la gestione partecipata della foresta Mau – la più vasta estensione forestale del Kenya – la costruzione di vivai per la riforestazione e l’uso dell’energia sostenibile per conservare l’ambiente e per migliorare le condizioni della popolazione locale, come quella degli Ogiek. Inizialmente cacciata dalla foresta, oggi la comunità indigena degli Ogiek, anche grazie all’aiuto di Mani Tese, è diventata la guardiana della foresta Mau e collabora con il servizio forestale kenyano per fermare i disboscatori illegali.

Nel mondo, per cambiarlo

Mentre parliamo l’intervista con Samuele viene interrotta. “Yes, yes” gli sento dire “Sema! (“dimmi” in italiano)”. Sorrido perché me lo immagino, adesso, Samuele. Sempre disponibile, sempre sorridente.

“La vita di un cooperante è così, piena di cose da fare”, si scusa, “da una parte la stretta programmazione delle attività, dall’altra gli imprevisti di chi ha che fare continuamente con diverse situazioni. Adesso per esempio dobbiamo portare i pannelli solari nelle scuole, ma piove (ndr: a causa dei cambiamenti climatici le continue precipitazioni in Kenya stanno creando notevoli disagi), l’auto ha dei problemi Insomma, devi essere sempre pronto a rispondere a ogni evenienza, ad avere una flessibilità elevata e una forte resistenza allo stress”.

E Samuele di stress, nella sua vita, ne ha vissuto parecchio. “Il mio interesse per la cooperazione è iniziato presto – mi racconta – quando ho intrapreso gli studi internazionali. La mia famiglia ha sempre avuto un’attenzione particolare per i diritti degli ultimi e di tutte le persone in difficoltà. Mio nonno era sindacalista, mio padre era impegnato nelle Acli”.

Dopo un primo incarico a Nairobi, Samuele ha lavorato in Tanzania per una compagnia locale facendo nel contempo volontariato per la Comunità Papa Giovanni XXIII, che gli ha permesso di capire il valore della cooperazione internazionale. Poi è partito per il Mozambico collaborando con le ACLI, dove si è occupato di un progetto di costruzione di una scuola che oggi conta più di 600 alunni.

In seguito l’esperienza, durissima, in Sud Sudan per realizzare con i Salesiani delle scuole rurali e un centro di supporto per le donne, dove Samuele ha contratto la malaria celebrale. “Eravamo alloggiati in stanzette grandi come piccolissime celle attorno all’ospedale, in compagnia di scorpioni e con i malati di tubercolosi che ci tossivano accanto per tutta la notte. Durante una di queste, la lamiera del soffitto della mia stanza ha preso fuoco per via del troppo calore”.

In quel Paese percorso da conflitti armati, Samuele “ha imparato a cavarsela” apprendendo a gestire progetti complessi in condizioni dure e con mezzi scarsi.

“Dopo questa esperienza sono partito di nuovo per il Mozambico”. È lì che è avvenuto l’incontro con Mani Tese. “Ho conosciuto Elias e Giovanni di Mani Tese a Maputo. – racconta Samuele – Dopo il nostro incontro, abbiamo iniziato una prima collaborazione in Guinea-Bissau con un progetto sulla pesca. Da quel piccolo progetto, in pochi anni, siamo passati a realizzare progetti più complessi come quello sulla tutela dei diritti e il reinserimento dei detenuti finanziato dalla UE riuscendo inoltre a concludere la realizzazione del mercato di Bubaque”.

Dopo questa esperienza, Mani Tese decide di affidare proprio a Samuele l’incarico di aprire una sede in Kenya. Una presenza, quella nel Paese, molto fruttuosa ma sempre più difficile. “Da anni in Kenya le ONG non sono molto amate. – racconta – Il Paese sta crescendo e l’interesse del Governo è più nei confronti delle imprese. Le ONG sono viste un po’ come ‘rompiscatole’ perché spingono per la difesa dei diritti e per la democratizzazione. Inoltre i pregiudizi nei nostri confronti sono molto forti”.

Sì perché, spiega Samuele, l’odio verso gli stranieri non sta solo a casa nostra ma è generalizzato in tutto il mondo. Per questo motivo, mi dice, “il nostro obiettivo è quello di formare le comunità in modo che siano loro stesse a essere portatrici delle proprie istanze. Ci adoperiamo per formarle e dare loro un reddito e, grazie a questo, avere così il tempo di discutere dei loro problemi e di associarsi per farvi fronte”.

In Africa il futuro del pianeta

Quello del cooperante è un mestiere complesso, che non dà stabilità anzi precariato, che comporta una vita piena di sacrifici ed è difficilmente conciliabile con la famiglia. Samuele, tuttavia, ne ha una in Kenya. “Ho avuto la fortuna di incontrare una persona che ha fatto il mio stesso percorso e che ha accettato di seguirmi in Kenya dedicandosi al volontariato”. Con lei Samuele ha due bambine, di 3 anni e di 3 mesi. “Crescono in un ambiente aperto e multiculturale. La più grande va all’asilo ed è l’unica bambina bianca”.

La domanda, a questo punto, mi viene spontanea: “Samuele, ma chi te lo fa fare di fare il cooperante?”

“Io più che ‘cooperante’ preferisco definirmi un volontario internazionale – risponde – perché mi ricorda la dimensione umana del mio lavoro, quella di essere una persona fra le persone, che sente in ciò che fa un arricchimento reciproco e che fa molto più di ciò che gli è richiesto”.

“E poi è qui, in Africa, che oggi si gioca il futuro del pianeta. Nel 2050 metà della popolazione del mondo sarà in Africa e dobbiamo fare in modo che non vengano commessi gli stessi errori che abbiamo commesso noi occidentali nel nostro processo di crescita. È proprio qui, insomma, che possiamo creare un nuovo modello sostenibile di sviluppo”.

Articolo pubblicato sul numero di Dicembre 2018 del Giornale di Mani Tese

Foto di Matteo de Mayda
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