Dossier | Diritti

LA FILIERA AMARA DELLA CANNA DA ZUCCHERO

In un dossier analizziamo la filiera che sempre più terre, lavoratori e denaro è andata interessando in tutto il mondo negli ultimi decenni con sfruttamento dei lavoratori e insorgenza di malattie croniche
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© Raùl Zecca Castel

24/10/2017

di  Federica Alfano, Chiara K. Cattaneo, Claudia Zaninelli, Raùl Zecca Castel

Lo zucchero oggi rappresenta uno dei beni di consumo quotidiano più richiesti e diffusi su scala globale.  Il suo consumo è più che raddoppiato dagli anni ’60 al 2009, ed è prevista una crescita costante nei prossimi anni. Al momento si aggira intorno ai 25 kg annui pro capite, ma i paesi sviluppati superano addirittura i 40 kg, come nel caso americano. Un italiano medio ne consuma circa 27 kg all’anno, pari a 70 gr giornalieri, cifra che comunque supera del 50% il limite massimo consigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Sempre più studi clinici riconoscono l’eccessivo consumo di zucchero come fattore di rischio non solo rispetto alle patologie metaboliche, ma anche per quelle cardiache e tumorali.

Risulta attualmente meno noto e problematico a livello pubblico il discorso sulle modalità di produzione dello zucchero, in particolare per quanto riguarda le condizioni di lavoro e le gravi violazioni che si verificano all’interno della filiera, che includono forme di lavoro forzato, minorile, sottopagato e insicuro, abusi e violenze, nonché fenomeni di accaparramento e contaminazione di terre e acqua.

Il dossier La filiera amara della canna da zucchero analizza la filiera della canna da zucchero, che sempre più terre, lavoratori e denaro è andata interessando in tutto il mondo negli ultimi decenni. L’ampliarsi delle terre destinate a questa coltivazione è proporzionale all’aumento di livelli di malnutrizione, con l’agricoltura famigliare e quella destinata al consumo locale fortemente penalizzate, e con la diffusione di fenomeni come il land grabbing che accentrano ulteriormente la proprietà della terra. Inoltre risultano notevoli danni all’ambiente dovuti sia all’impoverimento progressivo del suolo e alla perdita di biodiversità, sia alla contaminazione del terreno e delle risorse idriche a causa dell’uso massiccio di fertilizzanti e diserbanti chimici.

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La filiera della canna da zucchero

 

All’interno della filiera della canna da zucchero emerge una forte frammentazione e precarizzazione del lavoro. Attraverso un sistema di subappalti informali, la manodopera viene ingaggiata da terzi a seconda della necessità del momento. Questo sistema penalizza ulteriormente i lavoratori, costretti a lavorare in condizioni precarie dal punto di vista della sicurezza nel breve, medio e lungo termine. Si segnalano fenomeni gravi come impiego del lavoro minorile e la violazione dei diritti dei lavoratori.

Abbiamo scelto di studiare con maggiore attenzione, anche sul campo, la filiera della canna da zucchero in due paesi centroamericani – Guatemala e Nicaragua – due casi esemplificativi delle gravi conseguenze che la filiera della canna da zucchero può produrre sia sulle risorse umane sia sulla questione della terra.

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I Paesi analizzati nel dossier

 

La coltivazione della canna da zucchero in Guatemala ha assunto un’importanza enorme per l’economia nazionale, fino a trasformare il paese nel principale produttore ed esportatore di zucchero della regione e uno dei quattro esportatori principali su scala mondiale. La manodopera bracciante impiegata nel settore è costituita quasi al 90% da popolazione indigena. Sono emersi rapporti di lavoro non contrattualizzati e sommersi, salari al di sotto dei minimi legali, negazione dei diritti sindacali, sfruttamento di lavoro minorile e casi di land grabbing con impatti fortemente negativi sulle popolazioni e l’ambiente.

Il Nicaragua si è posto al centro di recenti attenzioni internazionali a causa della significativa incidenza che la patologia di Insufficienza Renale Cronica Per Cause Non Tradizionali (IRCnT) registra nelle aree agricole e in particolare tra i lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero. Per quanto sia stata classificata come una malattia multifattoriale, il mondo accademico e della medicina a livello internazionale concorda sul ruolo predominante dell’utilizzo massiccio di agrochimici impiegati nella coltivazione della canna da zucchero, e nelle condizioni di lavoro dei braccianti.

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Le cause della “Nefropatia mesoamericana”: tutti fattori legati alle condizioni di lavoro

 

Nello scegliere questi due paesi Mani Tese ha inteso però anche proseguire una relazione nata rispettivamente nel 1969 in Guatemala e nel 1973 in Nicaragua e che nei decenni si è concretizzata nel sostegno a organizzazioni e movimenti della società civile locale su diversi fronti: dall’acqua alla terra, dal sostegno all’imprenditoria agricola alla valorizzazione della medicina tradizionale, a fianco delle comunità indigene e delle vittime di violenza politica.

La filiera della canna da zucchero e lo sfruttamento del lavoro minorile nella sua coltivazione in Brasile sono stati al centro dell’impegno di Mani Tese durante la Global March Against Child Labour. Nel 1998 ONG, associazioni di lavoratori e altre realtà della società civile hanno deciso di lanciare una campagna internazionale per la difesa dei diritti dei minori, e per richiamare l’attenzione di opinione pubblica e istituzioni sul problema dello sfruttamento del lavoro minorile; la marcia ha attraversato 90 paesi, per arrivare a Ginevra e contribuire all’adozione della Convenzione ILO 182 sulle peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile. Mani Tese è stata coordinatrice europea della campagna, svolgendo un’azione di lobby politica, di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e contemporaneamente di promozione di progetti di cooperazione a tutela dell’infanzia e contro lo sfruttamento del lavoro minorile.

All’interno di questo progetto si è inserita, nel 1998, la pubblicazione del fumetto “Lo zucchero amaro di Carlos José” su diverse filiere produttive che sfruttano il lavoro minorile. In particolare la storia di Carlos José tratta dello sfruttamento nella filiera della canna da zucchero in Brasile e il mancato accesso alla terra per i contadini. Questa azione di sensibilizzazione racconta per immagini il lavoro e l’importante partenariato tra Mani Tese e il movimento politico Sem Terra che si batteva per la riforma agraria.

L’impegno di Mani Tese

Se da un lato è necessario acquisire e promuovere consapevolezza sulle molteplici violazioni che avvengono all’interno della filiera della canna da zucchero, auspicando azioni che la rendano più sostenibile dal punto di vista ambientale e umano, occorre anche tenere presente che queste criticità non possono essere affrontate e risolte con un approccio monotematico.

Il ruolo del business è sicuramente centrale nella complessa sfida di rendere più trasparente e sostenibile la filiera della canna da zucchero, così come devono esserlo la consapevolezza e sensibilità dei consumatori nel domandare che lo zucchero che utilizzano sia prodotto nel pineo rispetto della legislazione che tutela lavoro e ambiente.

Occorre tuttavia ricordare il ruolo preminente che possono e devono ricoprire le istituzioni politiche nazionali e internazionali nell’esigere che la libertà di impresa sia vincolata al rispetto dei diritti umani, e che tale responsabilità ricada sugli attori del business.

Mani Tese ha scelto di operare sui seguenti tre livelli: diversi, complementari, e tutti necessari.

In Nicaragua è impegnata nella prevenzione e nel miglioramento delle cure per i lavoratori malati di Insufficienza Renale Cronica, e della popolazione a rischio di contrarre la malattia. Partner locale è il Centro de Investigacion de Salud, Trabajo y Ambiente (CISTA), della Facoltà di Scienze Mediche dell’Università Nazionale Autonoma del Nicaragua-Leon (UNAN), i cui ricercatori sono impegnati nell’analisi della letteratura internazionale in materia, integrandola con interviste e dati raccolti sul campo. Attraverso il coinvolgimento di leader informali e autorità locali competenti, si è avviato un processo per l’elaborazione e adozione di strategie comuni per affrontare la malattia con l’obiettivo ultimo di farla riconoscere come patologia professionale e produrre norme atte a prevenirne l’ulteriore diffusione.

In Guatemala da più di 10 anni, Mani Tese sostiene diversi movimenti sociali e contadini, tra cui la Coordinadora Nacional Indígena y Campesina (CONIC), che si occupano di sovranità alimentare e accesso alla terra, promuovendo il recupero di tecniche e produzioni locali tradizionali, l’educazione nutrizionale e il rafforzamento delle loro capacità di ingaggio con le autorità locali.

In Italia Mani Tese realizza la campagna di sensibilizzazione “i  exist – say no to modern slavery”, per informare e sensibilizzare i cittadini e le istituzioni sulle diverse manifestazioni delle forme moderne di schiavitù – in particolare il lavoro minorile, il traffico di esseri umani e lo sfruttamento del lavoro nelle filiere. Parallelamente abbiamo di recente promosso un Coordinamento strategico nazionale di associazioni, accademici e Ong (tra queste Amnesty International, Fondazione Finanza Etica, Action Aid, Focsiv e Cospe) con l’obiettivo di incidere su due processi determinanti sul fronte “business & human rights”: il Piano di Azione Nazionale sui Principi Guida dell’ONU su Imprese e Diritti Umani e i negoziati in corso a Ginevra, Consiglio ONU per i Diritti Umani, per un “Trattato vincolante per le società transnazionali ed altre imprese in tema di diritti umani”.

A livello europeo, Mani Tese è infine membro attivo di due importanti network, accreditati presso la Commissione e il Parlamento Europeo: l’European Coalition for Corporate Justice (ECCJ) e la Copenhagen Initiative for Central America and Mexico (CIFCA). ECCJ si batte sin dalla sua fondazione, avvenuta nel 2006, per rendere le imprese legalmente responsabili delle proprie filiere di produzione e fornitura globali e per dare accesso ai tribunali europei alle vittime di abusi commessi da imprese europee in paesi terzi. CIFCA ha come focus il monitoraggio degli accordi politici e commerciali tra l’Unione Europea e l’America Latina e del loro impatto in termini di giustizia sociale e ambientale.

Se l’obiettivo di una filiera della canna da zucchero sostenibile e rispettosa dei diritti è indubbiamente ambizioso, rimane pur sempre un obiettivo raggiungibile attraverso strategie e azioni che sappiano attivare i singoli cittadini, la società civile organizzata, le istituzioni e gli operatori di impresa più sensibili, e riescano a convogliare sforzi e sguardi nella direzione di un sistema economico e produttivo più equo e, in ultima istanza, un mondo più giusto.

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