giugno 15, 2017

di John Ngugi, collaboratore di Mani Tese in Kenya

Sono nato in un contesto umile. Divenuto orfano a 17 anni, ho dovuto lavorare duramente per mantenere i miei fratelli più piccoli. Mentre i miei compagni di classe studiavano, io lavoravo in una macelleria a Nairobi. Fu lì che scoprii la mia passione per la cucina, quando vidi che la maggior parte dei clienti preferiva il mio modo di preparare il cibo rispetto a quello degli altri chef.

Quando gli studenti dell’UNISG (University of Gastronomic Sciences) arrivarono in visita alla scuola secondaria di Njenga Karume, iniziai a interessarmi ai loro corsi e feci la conoscenza del referente dell’università.

In quel periodo il nostro Paese fu attraversato dalle violenze post-elezioni del 2007-2008 e Molo, la città in cui vivevo, ne divenne il teatro principale. Fummo così costretti a trasferirci per trovare un luogo sicuro. Nel mentre, inviai la mia candidatura all’UNISG, feci colloqui ed esami e, finalmente, vinsi una borsa di studio.

La mia esperienza in Italia fu emozionante. La vita a Bra mi sembrava troppo bella per essere vera. Provenivo infatti da una situazione di violenza, dove gli uomini si uccidevano gli uni con gli altri e il sangue era ormai divenuto la norma. Avevo appena compiuto diciannove anni e l’unica cosa che conoscevo era la fame.

Nel mio piccolo mondo avevo sempre immaginato diversi tipi di cibo e a Bra riuscii a realizzarli.

Per adattarmi alla vita in Italia dovetti lavorare su molti fronti. Come prima cosa, imparai una lingua con cui ogni persona sembrava cantare, accompagnata da molti gesti del corpo. Mi iscrissi a dei corsi di italiano, che però non furono facili. Tuttora pronunciare alcune sillabe mi riesce difficile. Decisi di concentrarmi sulle parole più usate, che ripetevo ogni notte ad alta voce nella mia stanza. Iniziai inoltre a interessarmi alla cucina italiana e a quella mediterranea. Fu lì che incominciai seriamente a pensare al mio futuro una volta rientrato nel mio Paese.

Ai corsi ci vennero dati molti libri alquanto corposi, la maggior parte dei quali di filosofia e scritti in italiano, cosa che mise in difficoltà gli studenti stranieri come me. Ma le esplorazioni sul campo, insieme alle interviste con diversi produttori, mi illuminarono su ciò che volevo fare veramente.

Sul volo di ritorno decisi di lavorare per la mia comunità con NECOFA e, successivamente, con Mani Tese.
Questo è il quinto anno che collaboro con loro in veste di partner locale.

Lavorare con la mia comunità per me è una passione. Grazie al mio lavoro, sono riuscito ad aiutare gli agricoltori, specie quelli nelle aree semi-aride, spingendoli ad abbandonare l’allevamento e a coltivare piantagioni.

Il desiderio di sperimentare in cucina mi ha inoltre portato a insegnare a mia moglie ‘la scienza in cucina e l’arte di mangiare bene’ che ho esteso alle comunità di Molo e Baringo.

La mia esperienza con Manitese mi ha permesso di denunciare i casi di ingiustizia ambientale nei confronti delle comunità indigene che vivono nella foresta di Mau.

Se penso al lavoro svolto, mi vengono in mente le facce sorridenti delle donne a cui è stato alleggerito il carico di legna da ardere o di quelle che sono riuscite a comprare una vitella da mungere grazie ai soldi ricavati dalla vendita di piante. Mi viene in mente lo sciopero evitato nelle scuole grazie al fatto che ora gli studenti possono votare i propri rappresentanti.
Penso agli agricoltori che possono finalmente accedere ai servizi e ai fondi del governo grazie ai nostri corsi di formazione.

Sono davvero felice di aver trovato un’associazione che si impegna per migliorare e dare autonomia alla comunità locale.

Sebbene i livelli di povertà siano ancora alti e ad alcuni agricoltori manchino i beni primari, per loro oggi non è più così difficile sperare e credere in un futuro migliore, anche grazie al mio esempio.

Avere l’opportunità di fare questo lavoro è un privilegio.

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