23/01/2019

di Sara de Simone, Presidente di Mani Tese

In teoria dovremmo rallegrarci: due personaggi di spicco della politica italiana hanno identificato nelle politiche coloniali di alcuni Paesi europei le cause delle migrazioni. Potrebbe sembrare che sia un primo passo per uscire da un’ottica emergenziale e guardare alle cause più strutturali e profonde del fenomeno, un modo per non parlare più solo di soluzioni securitarie ma di guardare al quadro complessivo.

Purtroppo, però, non lo è: il colonialismo e il neocolonialismo possono sicuramente essere una delle spiegazioni delle cause delle migrazioni, ma il Franco CFA ha ben poco a che vedere con la questione. Come spiega bene un articolo pubblicato da il Post, Il Franco della Communauté Financière Africaine (CFA) è la moneta unica introdotta nel 1945 nelle colonie francesi dell’Africa occidentale e gestita dalla Banca centrale francese che assicura un cambio fisso con l’euro. Se è vero che rappresenta uno strumento di forte limitazione della sovranità dei 14 Paesi che lo utilizzano e che i suoi benefici ricadono principalmente sulle élite, il suo utilizzo ha ben poco a che vedere con l’emigrazione: basti pensare che i Paesi di maggiore provenienza dei migranti in Europa non sono affatto quelli in cui è in vigore il Franco CFA.

Le cause delle migrazioni sono molteplici e complesse: riguardano ad esempio la pressione demografica esercitata da popolazioni molto giovani in Paesi in cui la disoccupazione giovanile raggiunge livelli molto elevati (ad esempio la Tunisia o la Nigeria). Anche in paesi in cui la disoccupazione non è così alta, i livelli salariali sono spesso molto bassi e insufficienti a garantire un tenore di vita decente (ma utili alle multinazionali che scelgono di produrre in Bangladesh o Pakistan, ad esempio, abbattendo il costo del lavoro). Oppure riguardano situazioni di instabilità politica o di conflitto, in cui regimi autoritari riescono a mantenere il potere attraverso politiche repressive e predatorie, spesso col sostegno della comunità internazionale che li considera i custodi della stabilità internazionale o regionale (è il caso, ad esempio, dell’Egitto o del Sudan).

Il (neo)colonialismo insomma c’entra, ma in modo molto diverso e più complesso che per le questioni di politica monetaria. Come abbiamo spiegato nel nostro documento di posizionamento sulle migrazioni, il problema sta nelle modalità predatorie con cui le risorse di molti Paesi africani sono state, e continuano a essere, sfruttate da parte di attori pubblici e privati europei (e non), e nel modo in cui oggi si affronta la questione migratoria con un approccio unicamente securitario e repressivo.

Per approfondire:
Leggi il nostro dossier sulle migrazioni

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