CSDDD, il passaggio in Consiglio Europeo chiude definitivamente la partita

Il 24 febbraio 2026 il Consiglio Europeo ha dato il via libera al testo definitivo sulla CSDDD: un netto arretramento nell’individuare la responsabilità d’impresa nella sostenibilità sociale e ambientale.

di Elisa Lenhard

Dopo quattro anni di lavoro sulla CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive), Direttiva Europea volta a rendere le imprese legalmente responsabili degli impatti lungo l’intera filiera produttiva a tutela di persone e ambiente — impegno portato avanti da Mani Tese a livello nazionale con la Campagna Impresa 2030 e a livello europeo come membro italiano di ECCJ — il 24 febbraio 2026 il Consiglio Europeo ha dato il via libera al testo definitivo. Si tratta di un contesto legislativo che segna un importante arretramento, nella forma e nella sostanza, rispetto ai punti qualificanti della versione del 2024 (già considerata ridimensionata), perdendo un’importante occasione per cambiare un modello d’impresa che negli anni ha causato gravi danni alle persone e all’ambiente, soprattutto lungo le catene del valore.

Il 24 aprile 2013, l’edificio Rana Plaza a Dhaka, in Bangladesh, che ospitava cinque diverse fabbriche di abbigliamento, crolla. Muoiono 1.134 lavoratori del settore tessile, 2.500 feriti. Tra le macerie vengono ritrovate etichette di alcuni dei più grandi marchi globali della moda e Il caso suscita indignazione in tutto il mondo, diventando parte di un dibattito più ampio: chi è responsabile della devastazione e dei danni causati dalle grandi multinazionali?

Il crollo del Rana Plaza a Dhaka, Bangladesh - 24 aprile 2013. Muoiono 1.134 lavoratori del settore tessile, 2.500 feriti

Inizia, dunque, un dibattito a livello europeo e globale che trova il suo punto di partenza nei Principi Guida su Imprese e Diritti Umani adottati, ancora oggi riferimento indiscusso nella lotta contro abusi, sfruttamento e lavoro forzato, ma privi di carattere vincolante. Proprio l’assenza di obblighi giuridici e di meccanismi sanzionatori ha spinto le istituzioni europee a tentare un salto di qualità sul piano normativo.

Il 23 febbraio 2022 la Commissione Europea ha presentato la proposta di Direttiva sulla Due Diligence, avviando un iter legislativo complesso e politicamente delicato. Il testo è stato oggetto di numerose revisioni e negoziati che hanno coinvolto Parlamento Europeo e Consiglio, mentre organizzazioni della società civile, sindacati e ONG hanno seguito il processo con attenzione, sollecitando una normativa ambiziosa e vincolante e, dopo quasi due anni di trattative, il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato formalmente la direttiva il 24 maggio 2024. Il provvedimento è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea il 5 luglio 2024 ed è entrato in vigore il 25 luglio 2024.

Si trattava di un quadro normativo che, richiamando esplicitamente anche diversi Accordi, Dichiarazioni, Linee Guida, Codici di condotta, definiti dall’Onu, dall’ILO, dall’OCSE, rappresentava una svolta storica nella definizione della responsabilità e degli obblighi per le aziende che operano all’interno dell’UE, sulla sostenibilità sociale e ambientale, oltre che prevedere il coinvolgimento degli stakeholder (OSC, sindacati e rappresentanti dei lavoratori) nello sviluppo e nell’attuazione di ripensamenti strategici del modello di business nel suo complesso.

A pag. 16 del testo si legge: “La Direttiva mira ad assicurare che le società attive nel mercato interno contribuiscano allo sviluppo sostenibile e alla transizione economica e sociale verso la sostenibilità attraverso l’individuazione, e, ove necessario, l’attribuzione di priorità, la prevenzione, l’attenuazione, l’arresto, la minimizzazione e la riparazione degli impatti negativi, siano essi effettivi o potenziali, sui diritti umani e sull’ambiente connessi alle attività delle società stesse nonché alle attività delle loro filiazioni e dei loro partner commerciali nelle catene di attività cui le società partecipano, e garantendo che le persone colpite dal mancato rispetto di tale obbligo abbiano accesso alla giustizia e ai mezzi di ricorso”.

Ma proprio alla vigilia dell’avvio della fase di recepimento nazionale, nel novembre 2024 la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato l’apertura del cosiddetto processo “Omnibus”, un’iniziativa volta a intervenire su direttive già approvate — tra cui CSDDD, CSRD e Taxonomy — presentata come uno strumento di semplificazione e riduzione degli oneri amministrativi per le imprese europee, di fatto un vero e proprio percorso di deregolamentazione. La proposta ha suscitato fin da subito diffuse preoccupazioni per il rischio di un indebolimento degli standard della CSDDD, riaprendo il confronto politico e istituzionale su equilibri che sembravano ormai consolidati.

In questo contesto, l’iter che ha condotto all’approvazione è stato rapido e fortemente controverso: le tempistiche accelerate, i limitati spazi di confronto pubblico e le pressioni divergenti di Stati membri e gruppi politici hanno sollevato dubbi sulla trasparenza del processo decisionale e sull’opportunità di riaprire così presto una disciplina appena approvata. La revisione della CSDDD — già oggetto di un significativo ridimensionamento nel 2024 — segna così un ulteriore arretramento rispetto alle ambizioni iniziali, traducendosi in un impianto meno incisivo, soprattutto in riferimento a due nuclei centrali: la partecipazione degli stakeholder e l’obbligo di adottare piani di transizione climatica. Tra gli elementi più innovativi della proposta iniziale vi era la centralità effettiva degli stakeholder — lavoratori, comunità locali, sindacati, organizzazioni della società civile e difensori dei diritti umani — nel processo di due diligence. Non una consultazione formale, ma un coinvolgimento concreto, tempestivo e informato in tutte le fasi: dall’individuazione e valutazione degli impatti negativi alla definizione delle misure preventive e correttive, fino al monitoraggio della loro efficacia.

Il principio era chiaro: la gestione dei rischi ambientali e sociali lungo la catena del valore non può ridursi a procedure interne o a verifiche documentali, ma richiede un confronto strutturato e continuo con chi quegli impatti li subisce direttamente.

L’attenuazione di questi obblighi ha svuotato l’impianto partecipativo originario, trasformando il dialogo con gli stakeholder in un mero adempimento formale o in consultazioni sporadiche, spesso concentrate nei momenti di maggiore visibilità per l’azienda. Senza requisiti chiari su qualità, trasparenza e tracciabilità del confronto, le imprese non sono più chiamate a dimostrare come le osservazioni ricevute influenzino davvero le decisioni strategiche e operative. Le conseguenze sono evidenti: minore pressione interna per correggere pratiche rischiose lungo la catena del valore, accesso limitato alle informazioni per le comunità coinvolte e ridotta capacità di queste ultime di incidere concretamente sui processi decisionali aziendali.

Ancora più significativa è la decisione di eliminare l’obbligo sostanziale relativo ai piani di transizione climatica. L’esperienza di Mani Tese, impegnata da anni nella lotta al cambiamento climatico e testimone diretta degli impatti ambientali che colpiscono persone e territori in tutto il mondo, conferma come tali effetti mettano in discussione i presupposti stessi di equità sociale e ambientale. Nella versione precedente della direttiva, le grandi imprese erano obbligate a presentare un piano di transizione coerente con l’obiettivo della neutralità climatica e con il quadro europeo di decarbonizzazione. La nuova impostazione, invece, allenta i vincoli: le strategie industriali rischiano di discostarsi dagli obiettivi climatici, gli organi di amministrazione vedono ridotta la loro responsabilità sulle scelte di decarbonizzazione, e i piani stessi potrebbero trasformarsi in meri strumenti dichiarativi, privi di un legame concreto con investimenti reali e risultati misurabili. la transizione climatica finisce per configurarsi come una scelta strategica rimessa all’autonomia aziendale, anziché come un obbligo giuridicamente strutturato.

L’auspicio è che il processo di trasposizione non si limiti a un semplice recepimento formale — pur considerando che la direttiva rientra nel criterio di massima armonizzazione — ma sfrutti ogni margine giuridico disponibile per garantire l’effettiva applicazione delle nuove regole. In gioco non c’è solo l’equilibrio normativo, ma la stessa credibilità dell’Unione Europea nel conciliare competitività economica, tutela dei diritti umani e transizione ecologica.