24/04/2018

La mattina del 24 aprile 2013 a Dhaka, capitale del Bangladesh, il Rana Plaza brulicava di operai che controvoglia iniziavano a lavorare. Controvoglia perché nei giorni precedenti erano comparse preoccupanti crepe nella struttura – cinque piani che ospitavano principalmente fabbriche tessili. Pur temendo per la propria sicurezza, erano comunque andati a lavorare perché costretti, per timore di perdere il posto di lavoro.

Alle 8.57 il crollo. In quello che rimane il più grave disastro del settore tessile sono morte 1.134 persone, e oltre 2.500 sono stati i feriti, alcuni tuttora in condizioni gravissime e con disabilità permanenti. Oltre la metà delle vittime erano donne, e con loro sono morti i figli che si trovavano negli asili all’interno dello stesso edificio.

Rovistando tra le macerie, le etichette dei vestiti coi marchi per cui le vittime stavano lavorando erano spesso le uniche prove che indicassero i committenti internazionali, tra cui figuravano numerosi importanti marchi europei.

In seguito alla tragedia del Rana Plaza fu siglato l’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh che in primis imponeva ai 220 marchi firmatari di affrontare il problema della sicurezza nelle fabbriche in maniera strutturata e collaborativa, attraverso ispezioni indipendenti, credibili e trasparenti, e la formazione dei lavoratori.

Questo Accordo terminerà a maggio 2018, e per il momento solo 140 marchi hanno aderito al suo proseguimento, l’Accordo di Transizione 2018. Rimane oggi necessario mantenere la pressione su tutti marchi che si riforniscono in Bangladesh, così come in India e Cina – i tre maggiori produttori di tessile a livello mondiale – perché si assumano le loro responsabilità nel garantire la sicurezza nelle fabbriche dove avviene la produzione per loro conto.

L’obiettivo è di aumentare il numero di lavoratori salvaguardati, ma anche di includere nell’accordo la produzione tessile non destinata all’abbigliamento. A causa dell’impossibilità di associare con immediatezza la produzione alla committenza, questo passaggio della lavorazione – dalla filatura del cotone alla produzione di accessori e complementi d’arredo in tessuto o a maglia – rischia di rimanere un cono d’ombra all’interno di una filiera già di per sé poco trasparente.

Ancora maggiore pressione deve quindi essere esercitata sui nostri decisori nazionali ed europei perché elaborino una legislazione vincolante sulle attività all’estero delle imprese europee, una legislazione mirata alla prevenzione di abusi dei diritti umani, e che al tempo stesso garantisca alle vittime un reale accesso a compensazione e giustizia.

(Fonte: rijans – Flickr: Dhaka Savar Building Collapse)
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