COSÌ IL BUSINESS DETTA LE REGOLE ALLA POLITICA

di ELIAS GEROVASI, responsabile Progettazione e Partenariati di Mani Tese NELL’UNIONE EUROPEA LE LOBBY SONO 9772, IPERATTIVE SOPRATTUTTO NEL SETTORE ENERGETICO, TECNOLOGICO E BANCARIO. GLI INCONTRI CON L’ESECUTIVO UE SONO 7000 ALL’ANNO E NEL 75% DEI C ASI RIGUARDANO LA GRANDE INDUSTRIA. INTANTO A LIVELLO GLOBALE NON ESISTONO ANCORA REGOLAMENTAZIONI VINCOLANTI. Se volessimo dare una […]

di ELIAS GEROVASI, responsabile Progettazione e Partenariati di Mani Tese

NELL’UNIONE EUROPEA LE LOBBY SONO 9772, IPERATTIVE SOPRATTUTTO NEL SETTORE ENERGETICO, TECNOLOGICO E BANCARIO. GLI INCONTRI CON L’ESECUTIVO UE SONO 7000 ALL’ANNO E NEL 75% DEI C ASI RIGUARDANO LA GRANDE INDUSTRIA. INTANTO A LIVELLO GLOBALE NON ESISTONO ANCORA REGOLAMENTAZIONI VINCOLANTI.

Se volessimo dare una definizione neutra di lobbismo, potremmo indicarlo in termini generali come “l’insieme delle tattiche e strategie con le quali i rappresentanti dei gruppi di interesse (i lobbisti) cercano di influenzare a beneficio dei gruppi rappresentati la formazione ed attuazione delle politiche pubbliche”.

Nonostante una pessima reputazione presso l’opinione pubblica, si tratta di un’attività del tutto lecita se non addirittura auspicabile. Il lobbismo infatti non è patrimonio esclusivo dei poteri occulti e viene praticato quotidianamente da organizzazioni di diversa natura, come ad esempio le società di consulenza in materia di affari pubblici, gli studi legali, le ONG, i centri di studi, le aziende o le associazioni di categoria.

Eppure c’è chi sostiene che il lobbismo, soprattutto quello esercitato dal mondo business, abbia cambiato per sempre la politica, le sue dinamiche, il suo reale potere. Se un tempo le lobby reagivano a specifiche sollecitazioni, spesso quando venivano toccati direttamente gli interessi di una certa categoria, oggi esercitano un’azione onnipresente e proattiva nei confronti della politica. Il modo in cui le grandi corporation e le aziende interagiscono con i governi (nazionali e sovranazionali) non si limita più a proteggere gli spazi del business; oggi il mondo profit cerca nei governi un partner da coinvolgere a 360° alla ricerca di un’interazione sistemica tra business e politica.

Un esempio concreto è l’iperattivismo delle corporation transnazionali sulle istituzioni comunitarie, unico fenomeno osservabile con una certa evidenza grazie alla costituzione del Registro europeo dei lobbisti, che si riferisce sia alla Commissione Europea che all’Europarlamento. Le lobby presenti a Bruxelles sono più di 9000, in un anno gli incontri tenutisi tra l’esecutivo UE e le lobby sono stati oltre 7000 e nel 75% dei casi si è trattato di incontri con rappresentanti della grande industria. Il registro permette alle organizzazioni di classificarsi in sei macro categorie: società di consulenza, lobbisti interni di aziende, organizzazioni non governative, centri studi, comunità religiose e amministrazioni locali. Oltre la metà (51,07%) delle 9.772 organizzazioni registrate rientra nella seconda categoria: lobbisti interni e associazioni di categoria, commerciali e professionali.

Secondo i dati del registro, i settori di business più presenti nelle istituzioni attraverso i propri lobbisti sono quello energetico (petrolifero), tecnologico (internet) e bancario. Nella classifica sempre aggiornata da Transparency international, a investire milioni in lobbying sono le grandi corporation come Google, Airbus, Microsoft, Unicredit, IBM, Deutsche Telekom, Facebook, ecc. Tra i nomi italiani i più presenti sono stati Confindustria, Enel, Eni. In generale il tema forte delle lobby italiane è quello energetico tanto che in classifica ci sono anche Edison, Snam e Terna.

Un recente rapporto sulle lobby in Italia e in Europa, pubblicato da OpenPolis, dipinge un quadro ancora poco trasparente dell’attività dei cosiddetti portatori d’interesse in 22 Stati UE su 27. In assenza di interventi legislativi, nel 31% dei Paesi sono stati avviati percorsi di autoregolamentazione. L’Italia è ferma ad alcune prime sperimentazioni. Nel 2016 la giunta per il regolamento di Montecitorio ha approvato la Regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi nella Camera dei deputati. A inizio settembre dello stesso anno, il ministro per lo Sviluppo economico ha lanciato un registro per la trasparenza dello stesso MISE che conta ad oggi poco più di 500 soggetti. Nel frattempo si sta muovendo anche il Parlamento, con alcune proposte di legge che andrebbero verso l’introduzione di un registro obbligatorio.

A livello internazionale il problema dell’influenza crescente delle lobby delle multinazionali è ben nota già dalla fine degli anni ‘70 quando le Nazioni Unite istituirono un apposito gruppo di studio per monitorare i tentativi di pressione del mondo business. Uno dei casi più documentati fu quello legato alle aziende produttrici di tabacco che hanno operato per molti anni con il deliberato proposito di sovvertire gli sforzi dell’OMS per regolamentare l’uso del tabacco.

A partire dagli anni ‘80 il fronte dei diritti umani è sicuramente quello su cui le corporation hanno concentrato il loro massimo sforzo, da quando di fatto si è aperto il dibattito internazionale sugli strumenti giuridicamente vincolanti per regolamentare le imprese transnazionali.

Uno dei più grandi risultati ottenuti dalle lobby del business contro l’introduzione di regolamentazioni internazionali vincolanti per le aziende in sede Nazioni Unite è stato messo a segno in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo (UNCED) – il ‘Summit della Terra’ – tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Lo UNCTC aveva elaborato un serie di raccomandazioni sulle “società transnazionali e lo sviluppo sostenibile” da inserire nel programma d’azione dell’Agenda 21. Ma una coalizione di governi occidentali e lobbisti aziendali è riuscita a ottenere che questo capitolo sulla responsabilità ambientale delle imprese transnazionali fosse rimosso in blocco dall’ordine del giorno della conferenza.

Quella dimostrazione di forza del lobbismo globale segnò un punto di svolta anche nelle ambizioni delle stesse Nazioni Unite in materia di business e diritti umani. L’influenza delle multinazionali infatti è aumentata in modo significativo con l’arrivo di Kofi Annan al Segretariato generale dell’ONU nel 1997. Fu proprio Annan con la sua partecipazione al World Economic Forum di Davos a segnare la transizione “from regulation to partnership” chiamando a raccolta 25 alti dirigenti aziendali, compresi i rappresentanti di Coca-Cola, Unilever, Mc- Donalds, Goldman Sachs e British American Tobacco. Pochi anni dopo sempre a Davos fu lo stesso Kofi Annan a lanciare il Global Compact, un’iniziativa globale che ha spostato l’attenzione sui valori e l’apprendimento comune, piuttosto che sulle regole e sul diritto. Nel suo discorso di presentazione non mancò di sottolineare quanto fossero state forti e tenaci le pressioni dei gruppi d’interesse sui tentativi di regolamentazione delle aziende transnazionali in materia di violazione dei diritti umani.

Articolo comparso sul Giornale di Mani Tese di maggio 2017