Attualità

COMPRATI E VENDUTI


23/08/2016

di Anna Pozzi.

Persone che diventano oggetti di scambio, da usare e poi gettare via. Il traffico di esseri umani è la faccia più sporca della globalizzazione criminale. Non ha frontiere e in Europa, che si credeva immune fino a pochi anni fa, ha assunto proporzioni allarmanti. Una cosa è certa: politiche di chiusura servono solo ad arricchire trafficanti e sfruttatori

La tratta di esseri umani è la peggiore schiavitù del XXI secolo. Un “crimine contro l’umanità”, come ha ripetuto più volte Papa Francesco. Sono tra i 21 e i 35 milioni i nuovi schiavi nel mondo: uomini, donne e bambini, deprivati della loro libertà e dignità, sfruttati, brutalizzati, spogliati dei loro diritti fondamentali, comprati e venduti come merci qualsiasi, usati e abusati, gettati via quando non servono più.

L’Italia non è esente da questa piaga. Nel nostro Paese, sono dalle 50 alle 70 mila le donne vittime di tratta per sfruttamento sessuale, in gran parte straniere. E circa 400 mila lavoratori (di cui l’80 per cento immigrati) rischiano di essere vittime del caporalato o di ritrovarsi sfruttati in condizioni servili. Il tutto per un giro d’affari globale superiore ai 32 miliardi di dollari l’anno.

Con l’esodo di massa della popolazione siriana (e non solo), il fenomeno ha assunto in Europa proporzioni mai viste, anche se prevedibili. Questo ha ulteriormente alimentato una vera e propria industria del traffico di persone, «probabilmente la più redditizia che ci sia», secondo la portavoce di Frontex, l’Agenzia europea di controllo delle frontiere, Izabella Cooper, ancor più del contrabbando di droga e armi. Secondo Europol, il 90 per cento dei migranti arrivati

in Europa lo scorso anno lo ha fatto illegalmente, affidandosi ai trafficanti di esseri umani, per un “giro d’affari” che ha fruttato alla criminalità organizzata circa 6 miliardi di euro solo nel 2015.

Molte vittime di traffico (tecnicamente smuggling), finiscono poi nella trappola dello sfruttamento vero e proprio.

Hanno nomi, volti, storie i nuovi schiavi del XXI secolo. E sono ovunque. In Italia, si chiamano Queen, Natalia o Li, vengono dalla Nigeria, dalla Moldavia o della Cina e sono costrette a prostituirsi in strada, in locali e appartamenti o nei centri massaggi delle nostre città. Si chiamano Muhammad, Viktor o Appiah, e sono originari di Pakistan, Romania o Ghana (e di molti altri Paesi), e spesso, dopo aver compiuto viaggi spaventosi, si ritrovano – con o senza documenti – a lavorare nei campi o nell’edilizia, in ristoranti o mercati, dalle 10 alle 12 ore al giorno e talvolta anche di più, per pochi spiccioli e in condizioni abitative indegne di qualsiasi essere umano. Ma sono anche donne, uomini e bambini costretti a mendicare o madri che cercano di mantenere i figli lasciati a casa, accettando lavori domestici o di cura in condizioni servili.

Foto di Alessandro Brasile
Foto di Alessandro Brasile

Allargando un poco lo sguardo, i nuovi schiavi sono le ragazze e i bambini venduti dai terroristi in Medio Oriente; le migliaia di uomini e minori costretti a lavorare in condizioni subumane nelle miniere dell’America Latina piuttosto che nelle enormi fattorie del Nord America; sono i pescatori schiavizzati nel Sud-Est asiatico o i bambini-soldato dell’Africa. E sono moltissimi altri, secondo forme e modalità che si sono evolute e diversificate nel tempo, sino a raggiungere le nuove frontiere dello sfruttamento, che vanno dalle spose-bambine alle gravidanze surrogate commerciali.

Tutti, in un modo o nell’altro, subiscono un processo di privazione della loro umanità. Non sono più persone, ma oggetti, qualcosa su cui guadagnare, speculare, imporre il proprio potere e il proprio dominio, vendere e acquistare, come se il denaro potesse comprare tutto, anche un essere umano.

Tutti vengono da situazioni di estrema vulnerabilità. Sono i figli e le figlie di un mondo alla deriva, segnato da guerre e povertà estrema, da ingiustizie e diseguaglianze, da corruzione, violenze, persecuzioni e discriminazioni. Ma anche dall’incapacità – o dalla non volontà – di governi locali e istituzioni internazionali di affrontare efficacemente questo complesso fenomeno.

Nessuno può farcela da solo. La tratta di esseri umani va combattuta insieme: dal singolo cittadino ai vertici delle Nazioni Unite. Ciascuno, assumendosi le proprie responsabilità. In Italia sono molti coloro che lottano per contrastare il fenomeno e proteggere le vittime. Oggi, però, di fronte all’enorme flusso di migranti e profughi, all’interno del quale si celano moltissimi casi di traffico di persone, sia l’Italia che l’Europa sembrano fare un pericoloso passo indietro, perseguendo politiche di chiusura, che servono solo ad arricchire trafficanti e sfruttatori. Al contrario, solo un’adeguata politica di accoglienza può favorire anche la battaglia contro la tratta di persone e le nuove schiavitù del XXI secolo. Una battaglia che deve essere comune. Per i diritti e la dignità di ogni essere umano.

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