ottobre 6, 2017

di Martina Milos

Il 15 ottobre si chiude la raccolta firme per la proposta di legge popolare della campagna Ero Straniero – L’umanità che fa bene. Mancano meno di 2.000 firme per raggiungere le 50.000 necessarie a presentare la legge in Parlamento. L’obiettivo è ambizioso ma ormai è a portata di mano. Sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire l’occasione, perché la campagna Ero Straniero porta avanti un’idea su cui, al netto delle strumentalizzazioni, potremmo essere tutti d’accordo: se vengono in Italia, gli immigrati devono lavorare e pagare le tasse.

Dalla piazza di Pontida al CARA di Mineo, tutti considerano il lavoro regolare un diritto-dovere imprescindibile e una condizione necessaria per la permanenza in Italia dei cittadini stranieri. Il problema è che la legge italiana distingue nettamente tra le vittime di guerre e persecuzioni, titolari di protezione internazionale, e i migranti economici, categoria a cui appartiene anche chi fugge da situazioni di estrema miseria. Per questi ultimi la legge Turco-Napolitano, poi modificata dalla Bossi-Fini, non prevede canali regolari di ingresso, né strumenti per regolarizzare la propria condizione dopo aver trovato lavoro. Le sanatorie grazie a cui negli anni passati molti immigrati hanno ottenuto il permesso di soggiorno erano misure straordinarie e l’ultima risale al 2012. Ad oggi l’unica via percorribile per chi non può vantare un conflitto o una dittatura nel suo Paese è quella che comincia con un “viaggio della speranza” e finisce, se tutto va bene, con la clandestinità in Italia.

Un clandestino, o irregolare come sarebbe meglio dire, non può essere assunto con un contratto regolare. Lavorerà in nero, non pagherà tasse e farà concorrenza alla manodopera non qualificata italiana, perché un irregolare costa meno ed è più ricattabile anche di un italiano povero.

La proposta di Ero Straniero è semplice: istituire un permesso di soggiorno temporaneo per ricerca di lavoro, che permetta ai cittadini extracomunitari di arrivare in Italia per vie sicure e rimanerci fino a un anno cercando un’occupazione. In caso di successo questo tipo di permesso dovrebbe potersi convertire nel permesso di soggiorno ordinario per motivi lavorativi, altrimenti al termine del periodo previsto il migrante dovrebbe lasciare il territorio nazionale. La permanenza e il viaggio sarebbero totalmente a carico suo o di un eventuale “sponsor”, quindi non graverebbe sul sistema di accoglienza.

Contemporaneamente si propone la regolarizzazione dei cittadini extracomunitari irregolari che possano dimostrare di essere ormai radicati in Italia. Seguono una serie di proposte che riguardano l’integrazione dei richiedenti asilo attraverso programmi di formazione e occupazione, l’accesso effettivo ai servizi sanitari per gli immigrati di qualsiasi status giuridico e alcune misure per estendere l’accesso ai servizi sociali per gli immigrati regolari. Ci sono poi l’elettorato attivo e passivo nelle elezioni amministrative per i titolari di un permesso per soggiornanti di lungo periodo e, immancabilmente, l’abolizione definitiva del reato di clandestinità.

Nel complesso, l’adozione di queste norme rappresenterebbe un cambio di rotta nella politica di gestione dell’immigrazione, dal paradigma securitario al paradigma dell’inclusione. Non comporterebbe un aumento esponenziale dei flussi né un rischio in termini di sicurezza, perché renderebbe più facile controllare gli ingressi e contribuirebbe a eliminare quelle sacche di emarginazione e povertà da cui la criminalità attinge le sue risorse. Non costituirebbe una spesa, anzi garantirebbe nuove entrate per il precario sistema previdenziale italiano.

Infine, migliaia di persone non sarebbero indotte a rischiare la vita in mare o in Libia o nel Sahara, o in qualsiasi altro luogo in cui i trafficanti dettano legge e i diritti umani sono parola vuota: anche senza i vantaggi precedenti, è già un ottimo motivo per andare a firmare.

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