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ANATHI: “LAVORAVO 6 GIORNI ALLA SETTIMANA PER 12 ORE AL GIORNO”

© Alessandro Brasile

26/04/2017

 

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Alessandro Brasile

 

Il mio nome è Anathi* e ho 18 anni. Vengo da un villaggio del distretto Puthukottai in India.
Quando ero piccola, vivevo come una normale bambina della mia età. Ero circondata dalla mia famiglia, andavo a scuola e avevo molti amici. La mia materia preferita era matematica. Da grande volevo diventare dottoressa. Mi piaceva giocare, ballare e cantare. La mia famiglia non aveva molto, ma eravamo felici.

 

Quando avevo solo 15 anni, i miei genitori mi informarono che non avrei più continuato con la scuola. La mia famiglia aveva dei debiti da ripagare e aveva bisogno di più soldi. Piansi quando mio padre mi diede questa notizia. Non volevo smettere di andare a scuola ma, allo stesso tempo, non volevo che la mia famiglia soffrisse la povertà.

 

Mio padre aveva raccontato dei nostri problemi finanziari a un vicino, che gli ha parlato di lavori ben pagati per giovani donne e lo aveva messo in contatto con un agente del lavoro conosciuto nel nostro villaggio. L’agente disse a mio padre che avrei guadagnato molti soldi e che avrei avuto abbastanza denaro non solo per aiutare la mia famiglia a ripagare i prestiti, ma anche per far studiare la mia sorellina e mettere da parte qualcosa per il mio matrimonio.

 

Mi spaventai molto quando venni a sapere che avrei dovuto lavorare in una fabbrica e non sarei potuta tornare a casa ogni giorno a mangiare con la mia famiglia. Non avevo mai vissuto fuori dal mio villaggio. Mi confidai con la mia migliore amica, che aveva saputo di altre ragazze che avrebbero lavorato tramite accordo con l’agente. Sapendo che avrei avuto compagnia in quel nuovo luogo, smisi di sentirmi così male.
Tre settimane dopo partii per lavorare alla fabbrica. Fu molto triste per me salutare la mia famiglia e i miei amici e provai un grande dolore.

 

Quando arrivai alla fabbrica, mi dissero che avrei vissuto lì. C’erano molte ragazze della mia età e alcune sembravano più giovani di me. Fummo alloggiate in un ostello molto sporco. Non c’era un vero e proprio bagno né attrezzature da cucina pulite. Avrei voluto andarmene immediatamente. Il giorno seguente, incontrai i miei supervisori e mi fu chiesto di firmare il contratto, che non riuscii a capire con chiarezza ma firmai lo stesso su consiglio dell’agente di lavoro. Prima di arrivare alla fabbrica, l’agente mi aveva consigliato di firmare tutti i documenti perché significavano che avrei ricevuto cibo, alloggio e denaro.

 

Il lavoro in fabbrica era duro. Dovevo lavorare sei giorni a settimana per 12 ore al giorno. Una volta mi ammalai e non riuscii a lavorare. Il mio supervisore mi disse che sarei stata punita per non essermi presentata al lavoro e che non avrei potuto lasciare l’ostello per comprare le medicine. Rimasi malata per una settimana con mal di testa e febbre senza ricevere alcuna visita di un dottore.

 

Durante il primo anno di lavoro, mi fu concesso di visitare la mia famiglia solo un paio volte. Mia madre un giorno venne a trovarmi, ma fu mandata via.
Durante il secondo anno in fabbrica, continuai ad ammalarmi. Lavorare lunghe ore senza pausa mi faceva spesso stare male. Ogni volta che non mi presentavo a lavoro, il mio supervisore mi minacciava. Mi urlava contro e mi umiliava davanti a tutti. Presentati un reclamo formale, ma fu peggio. Il supervisore continuò ad essere prepotente picchiandomi se lavoravo troppo lentamente. Dopo che fui picchiata la prima volta, mi ripromisi che da quel giorno avrei sofferto in silenzio perché temevo per la mia sicurezza.

 

Una notte, in ostello, sentii una delle mie amiche piangere. Le chiesi il perché e lei mi disse che il nostro supervisore l’aveva violentata e pensava che non sarebbe più potuta tornare a casa perché avrebbe portato disonore alla sua famiglia. La convinsi ad andare a dormire e che avremmo deciso cosa fare la mattina successiva. Quella notte, la mia amica si uccise. Ero così piena di rabbia che urlai contro il supervisore, il quale mi colpì su tutto il corpo. Subii gravi lesioni e venni espulsa dalla fabbrica.

 

Quando tornai a casa, mio padre era deluso e anch’io ero delusa da me stessa perché non avevo né denaro né istruzione.
La mia famiglia era ancora in povertà.

 

Un giorno SAVE (ndr: Organizzazione non governativa con cui collabora Mani Tese) visitò il mio villaggio. Non conoscevo questa organizzazione ma venni a sapere che avrebbe organizzato un corso di formazione per giovani donne come me e chiesi loro di aiutarmi. Quando le persone di SAVE ascoltarono la mia storia, mi dissero che avrei potuto partecipare al programma di formazione professionale.
Grazie a loro, ho potuto imparare il mestiere di sarta e ora conosco i miei diritti di lavoratrice. Lavoro, guadagno il mio stipendio e non vengo maltrattata.
Ogni tanto mi dispiace per quello che mi è accaduto. Non avrei mai voluto iniziare a lavorare così giovane, ma sono contenta di avere ottenuto la possibilità di ricominciare da capo. Con i miei soldi posso aiutare la mia famiglia e adesso posso raccontare la mia esperienza alle altre ragazze del villaggio, affinché non si ritrovino anch’esse nella mia stessa situazione.

 

*I nomi usati in questa storia sono di fantasia per proteggere la privacy delle persone coinvolte.

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