PIÙ FORTI DELL'ACCIAIO

Il film documentario di Mani Tese sull’impatto sociale e ambientale dell’industria siderurgica raccontato con gli occhi di chi non si arrende.

Tre persone, tre vite diverse, tre luoghi distanti. Tutti legati da un unico filo conduttore: l’acciaio. Simbolo dell’industria estrattiva e siderurgica mondiale, l’acciaio fa da ingombrante sfondo al nuovo, intenso, lungometraggio commissionato da Mani Tese alla regista Chiara Sambuchi.

PIÙ FORTI DELL'ACCIAIO” è un vero e proprio viaggio emotivo sulle conseguenze sociali e ambientali di una delle filiere produttive più controverse, che inizia dalla più grande miniera a cielo aperto del mondo nello stato amazzonico del Parà, in Brasile, prosegue fino all'impianto siderurgico di Taranto e termina a Duisburg, nell’ ex bacino della Ruhr, in Germania.

Mani Tese prosegue il suo impegno per la promozione di una cultura di impresa che sia capace di coniugare la redditività con il rispetto dei diritti umani e dei cicli naturali attraverso la proposta di un documentario profondo, a tratti commovente, che vuole ‘volare alto’ rispetto alla cronaca di questi giorni e innescare un dibattito pubblico sulla transizione industriale richiesta dalle sfide del cambiamento climatico e degli altri obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, lanciati nel 2015 con orizzonte al 2030.

Più forti dell'acciaio_movie poster_mani tese_2019

Attraverso l'osservazione intima del quotidiano dei tre protagonisti, in tre luoghi simbolo dell’industria estrattiva e della produzione siderurgica, “PIÙ FORTI DELL'ACCIAIO” descrive l'impatto della filiera dell'acciaio attuale sui delicati equilibri naturali e sulla salute di chi vive a ridosso dei siti produttivi.

C'è Pixininga, agricoltore brasiliano che lotta per la sopravvivenza dei contadini nella regione del Carajas, ricchissima di ferro ed altri minerali e occupata, per più della metà della sua superficie, dal gigante dell’estrazione mineraria Vale. Egbert, che nella cittadina tedesca di Duisburg, nel cuore del bacino della Ruhr, lavora strenuamente alla conversione di un enorme stabilimento siderurgico, sanato dopo la sua chiusura, in un parco naturale: qui oggi tra gli altiforni ormai spenti si va in bicicletta, al cinema all'aperto e accanto ai vecchi nastri trasportatori si ammirano mostre d'arte contemporanea. E c'è Grazia, pediatra tarantina, che ha un chiodo fisso: la chiusura dell'acciaieria della sua città, per non dover più spiegare ai suoi piccoli pazienti perché i bimbi, e i loro genitori, a Taranto muoiono prima degli altri.

Il film documentario narra non solo il quotidiano ma anche lo sforzo personale che ognuno dei tre protagonisti compie contro uno sfruttamento delle risorse votato al sovra consumo senza fine. Tra lotte per mantenere il possesso delle terre e la vita scandita tra colazioni a base di latte appena munto e raccolta delle banane, Pixininga conduce lo spettatore in un viaggio tanto affascinante quanto tragico nel cuore della foresta amazzonica violata, fino all'immensa miniera di Serra Norte, la più grande a cielo aperto del mondo. In perenne movimento tra le strade del rione Tamburi, il quartiere accanto all'acciaieria tarantina in cui vivono molti dei suoi piccoli assistiti, Grazia incarna la lotta ventennale delle associazioni e dei comitati cittadini contro l'inquinamento causato dalle emissioni di diossina delle ciminiere e dalla perenne esposizione alle polveri di ferro che ricoprono strade e palazzi della città pugliese. Egbert, custode del recupero di una delle regioni storicamente più inquinate di Europa, suggerisce allo spettatore come agire individualmente, in maniera semplice ma coerente ed efficace, per resistere al richiamo di un modello di consumo ormai non più sostenibile, irrispettoso dei cicli naturali e dei diritti fondamentali delle persone e delle loro comunità.

NOTE DI REGIA di Chiara Sambuchi

“L'idea di un film documentario nasce per me sempre da un incontro, da una storia personale, prima ascoltata ed osservata, quindi narrata in maniera intima, restando sempre più vicina possibile al protagonista, partecipando a cuore aperto alle sue preoccupazioni, ai suoi sogni ed alle sue speranze, guardando insomma il mondo con i suoi occhi.

La sfida più grande di “PIÙ FORTI DELL'ACCIAIO” è stata per me quella di trovare un linguaggio filmico ed una narrazione capaci di coniugare tre storie personali, con il racconto globale della filiera dell'acciaio e delle sue distorsioni. Descrivere dunque da un lato lo sfruttamento sconsiderato e violento delle risorse e l'indifferenza bieca al dolore altrui, in nome del profitto. Ma anche coniugarlo con il più umano dei racconti, la vita vera di tre persone accomunate da una casualità: vivere in luoghi chiave per gli interessi di grandi gruppi siderurgici mondiali.

Ne è nato un racconto lontano dalla cronaca dei fatti, dai numeri e dalle statistiche, in cui è lo sguardo di Grazia, Egbert e Pixilinga il filo rosso che ci guida da un luogo all'altro e attraverso il loro percorso emotivo di rabbia, frustrazione e speranza. Più che spiegarci, i nostri protagonisti ci mostrano, talvolta anche attraverso silenzi e soggettive, la vita nei luoghi della filiera dell'acciaio.

“PIÙ FORTI DELL'ACCIAIO” è un film sulla presa di coscienza, sulla volontà indistruttibile di voler scrivere un nuovo corso per il proprio mondo e sulla lotta a tratti estenuante a cui i nostri tre eroi sono disposti, pur di riuscirci.  È la risposta positiva e piena di speranza ad una foresta amazzonica deturpata dalla voragine della miniera di ferro di Serra Norte, una ferita aperta con quel suo color rosso scuro, doloroso da osservare nel fitto verde della foresta pluviale. È la reazione a decenni trascorsi a Taranto respirando diossina e seppellendo madri, padri, amici e sempre più spesso i propri figli, vittime di cancro. O ancora il risveglio dopo decenni di tremendo inquinamento nel bacino della Ruhr, che finalmente si riappropria di sé.

Cruciale nel film sono il ruolo della natura e la contemplazione della sua la bellezza: quando con gli altiforni finalmente spenti la natura si riappropria dei suoi antichi spazi a lungo perduti, ma anche dove le ciminiere la deteriorano, o quando è minacciata della miniera a cielo aperto e dell'industria dell'estrazione. Perché questo è quel che lo sguardo dei nostri protagonisti ci rimanda e ci ricorda anche nei momenti più tragici del loro racconto.

Mi sono chiesta spesso in fase di montaggio se siano i miei protagonisti a contemplare la natura o sia lei ad osservare loro. La verità risiede probabilmente in una continua osservazione reciproca, un gioco perenne di rimandi e fulcro dello sviluppo drammaturgico di “PIÙ FORTI DELL'ACCIAIO”: quella che all'inizio del film è un'intuizione vaga diventa nel corso del documentario una certezza inossidabile. La necessità, per salvare noi ed il pianeta, di cambiare rotta e modificare radicalmente il corso della filiera dell'acciaio. Subito. Senza compromessi. Su scala globale”.

SCHEDA DEL FILM

Genere: film documentario
Anno di produzione: 2019
Durata: 60 minuti
Regia: Chiara Sambuchi
Direzione della fotografia: Paolo Pisacane, Ralf Klingelhöfer
Montaggio: Simone Veneroso
Casa di produzione: TV Plus, Berlino
Progetto: Mani Tese

PIÙ FORTI DELL'ACCIAIO è un documentario prodotto all'interno del progetto "New Business for Good”, realizzato con il contributo di Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, e supporta il programma di Mani Tese MADE IN JUSTICE per una cultura dei diritti umani e del rispetto dell’ambiente nelle aziende e nella società.