22/12/2017

LA ‘COINTEGRAZIONE’, CONCETTO ECONOMETRICO, PUÒ RAPPRESENTARE UNA ‘TERZA VIA’ ALL’INTEGRAZIONE DEI GIOVANI MIGRANTI: ANDARE OLTRE L’ACCOGLIENZA PER E VERSO IL RICONOSCIMENTO DI UNO “SCAMBIO TRA PARI” E DI UNA RECIPROCA ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ CHE RICONOSCA DAVVERO NELLA PLURALITÀ UNA RISORSA.

La parola cointegrazione identifica un concetto econometrico, che fa riferimento al caso in cui due combinazioni di variabili si muovono congiuntamente e in maniera simile per un lungo periodo, tanto che sembrano avere lo stesso trend. Nelle facoltà di economia per spiegarla si usa l’esempio di due ubriachi appena usciti dal bar, che camminano verso casa tenendosi a braccetto. In modo casuale e non necessariamente efficiente procedono insieme, appoggiandosi l’uno all’altro verso un obiettivo. Il concetto di cointegrazione può essere applicato molto bene alle migrazioni. Secondo l’ultimo rapporto del Ministero dell’Istruzione gli studenti stranieri in Italia sono circa 815mila, il 9,2% del totale. Una percentuale stabile nell’ultimo biennio, ma raddoppiata negli ultimi 10 anni e quadruplicata nel giro di 15. È di questi ragazzi che parliamo quando pensiamo alla sfida di fare scuola in una società multietnica. Una galassia eterogenea e composita, dove trovano posto i figli dei migranti appena arrivati in Italia, i minori non accompagnati e gli studenti di cittadinanza non italiana nati nel nostro paese. Se a questo aggiungiamo che la loro distribuzione si concentra in particolare nelle aree marginali a ridosso delle grandi città, portando alcune scuole ad ospitare oltre il 50% di minori di origine straniera, è facile comprendere l’importanza di un fenomeno che sta rivoluzionando il sistema scolastico. Uno degli approcci che tendiamo ad usare è quello assimilazionista: identifichiamo i problemi e cerchiamo le soluzioni, con l’obiettivo di rendere più accessibile il sistema scolastico. I problemi, naturalmente, sono moltissimi; l’insegnamento della lingua italiana, i rapporti con le famiglie, l’eterno dilemma se livellare la qualità verso il basso per non tenere indietro nessuno o progettare percorsi diversificati con il rischio di non essere inclusivi. La tentazione è pensare che la soluzione per risolverli sia fare in modo che gli stranieri diventino più simili a noi. Un’altra strada è quella della multiculturalità, in cui le diverse culture sono viste come contenitori comunicanti che si influenzano tra di loro. Il rischio è che la responsabilità dell’integrazione rimanga comunque in capo solo alla comunità ricevente, scoprendo il fianco alle accuse di buonismo, che siccome sono facili e gratuite non si fanno mai attendere. Come sempre, per trovare nuove risposte bisogna osservare i ragazzi. Per loro è normale vivere in un contesto multietnico, in generale non sono impressionati dalla diversità, sembrano naturalmente immersi in quella che sarà la loro società multiculturale. Eppure il sospetto che questo non sia il risultato di un processo davvero inclusivo, ma piuttosto di un raggiunto livello di accettazione condito da un po’ di superficialità, si fa strada tra educatori e insegnanti. Una recente indagine dell’Ong Celim in Lombardia (circa 1.500 interviste svolte tra scuole, CAG e parrocchie lombarde), dimostra che il 60% degli intervistati ha una percezione frammentaria delle tradizioni culturali e delle condizioni di vita degli altri Paesi e alla richiesta di indicare nel proprio quartiere persone di recente immigrazione dichiara di non conoscerne. Di più, l’80% dichiara insufficiente la partecipazione ad iniziative volte a stringere legami, conoscersi e valorizzare le reciproche competenze a favore di tutta la comunità.

Come due ubriachi a braccetto

Non basta quindi intendere l’integrazione come la normalizzazione di una pluralità di presenze, né atto di una “normale diversità”. È più interessante confrontarsi con l’orizzonte di una “diversa normalità”, centrata sull’esperienza quotidiana dello scambio, dove la pluralità è una risorsa prima di essere considerata un problema e la responsabilità di tenere vivo il dialogo è di tutti, studenti stranieri e loro famiglie compresi. Questo modo di guardare al fenomeno migratorio va oltre l’accoglienza per assomigliare di più ad un incontro tra pari. Il pedagogista brasiliano Paulo Freire diceva: “Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo. Gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo”.

Un concetto non così lontano dall’idea econometrica di cointegrazione, con qualche particolare in più: i due ubriachi escono dal bar tenendosi a braccetto l’un l’altro, si sostengono nella strada verso casa, si raccontano la loro vita e stringono un legame valorizzando le reciproche diversità. In definitiva, crescono insieme. Non solo si tollerano, non solo cercano di risolvere il problema di arrivare a casa, ma mantengono uno scambio di sguardi. Anche una volta passata la sbronza.

Articolo comparso sul Giornale di Mani Tese dicembre 2017

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