{"id":17018,"date":"2016-12-21T13:39:15","date_gmt":"2016-12-21T11:39:15","guid":{"rendered":"http:\/\/manitese.it\/?p=17018"},"modified":"2016-12-21T13:39:15","modified_gmt":"2016-12-21T11:39:15","slug":"ce-un-modo-guardare-allafrica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.manitese.it\/en\/ce-un-modo-guardare-allafrica\/","title":{"rendered":"C\u2019E\u2019 UN MODO NUOVO DI GUARDARE ALL\u2019AFRICA"},"content":{"rendered":"<p>Negli ultimi tempi<strong> l\u2019atteggiamento della politica italiana nei confronti del continente africano \u00e8 cambiato:<\/strong> da una sostanziale indifferenza venata di pietismo che ha caratterizzato gli anni successivi alla fine della guerra fredda si \u00e8 passati a un\u2019attenzione progressivamente pi\u00f9 interessata.<\/p>\n<p>Un momento decisivo in questa trasformazione \u00e8 stato il Forum sulla Cooperazione organizzato dall\u2019effimero Ministero della cooperazione internazionale nel 2012. Si ritrovarono sul palco, come uniti da un obiettivo comune, i principali ministri del governo italiano, l\u2019amministratore delegato di ENI, la pi\u00f9 grande impresa del nostro paese, e il Presidente del Burkina Faso, poi deposto dalla popolazione dopo 27 anni di governo.<\/p>\n<figure id=\"attachment_17025\" aria-describedby=\"caption-attachment-17025\" style=\"width: 1843px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-17025 size-full\" src=\"http:\/\/manitese.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Unmodonuovodigiardareallafrica_2016_Mani_Tese.jpg\" alt=\"Unmodonuovodigiardareallafrica_2016_Mani_Tese\" width=\"1843\" height=\"1382\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-17025\" class=\"wp-caption-text\">Deu Afriche si toccano alla periferia di nairobi, dove i grattacieli fanno da sfondo al pascolo delle zebre. Segni di un mondo che cambia velocemente e che chiede alla comunit\u00e0 internazionale un&#8217;attenzione nuova, lontana dagli stereotipi del passato (Foto di Cristina Gastaldi)<\/figcaption><\/figure>\n<p>In quella giornata i diversi relatori dichiararono che era necessario un nuovo atteggiamento nei confronti dell\u2019Africa che non guardasse alla cooperazione come a un atto di piet\u00e0, ma come a un investimento che porti a un beneficio comune. Negli anni successivi, in particolare con l\u2019acuirsi della crisi dei migranti, i segnali di una nuova attenzione verso l\u2019Africa si sono intensificati: \u00e8 stato creato un Fondo europeo per l\u2019Africa (nel 2015), il Presidente del Consiglio italiano ha fatto tre viaggi nel continente africano e nel 2016 il partito del premier ha presentato il cosiddetto \u201cAfrica act\u201d, un insieme di misure tese a rafforzare la presenza italiana nel continente. Perch\u00e9 questa trasformazione? Si tratta di una strategia realmente nuova o \u00e8 solo un modo diverso di raccontare le stesse pratiche? In ultima analisi, si tratta di un cambiamento positivo, o no? Cerchiamo di fare ordine.<\/p>\n<p><strong>L\u2019interesse comune<\/strong><\/p>\n<p>Alla base di questo nuovo sguardo sull\u2019Africa c\u2019\u00e8 <strong>un nuovo racconto della cooperazione che da strumento di \u201caiuto allo sviluppo\u201d si sta trasformando nella cosiddetta \u201ccooperazione win-win\u201d<\/strong>, nella quale tutti i soggetti coinvolti dovrebbero avere un vantaggio: le imprese italiane guadagnano mercati e rispondono cos\u00ec alla crisi di lungo periodo che percorre il paese, le popolazioni africane hanno accesso a nuovi beni e servizi. A ben vedere non si tratta di un concetto cos\u00ec nuovo, n\u00e9 cos\u00ec originale. Negli anni Venti, il principale teorico della colonizzazione britannica Frederick Lugard parlava esplicitamente di un \u201cdoppio mandato\u201d della colonizzazione: favorire l\u2019economia della madrepatria e sviluppare le popolazioni colonizzate. Guardando in casa nostra, invece, la pi\u00f9 grande impresa di costruzioni italiana, Impregilo (quella del ponte di Messina) \u00e8 nata nel 1955 per costruire la diga di Kariba, tra Zambia e Zimbabwe e ancora oggi \u00e8 attiva in molti paesi africani. Del resto, la tendenza a unire interessi privati e finalit\u00e0 sociali \u00e8 ormai molto diffusa. Anche il governo cinese da oltre un decennio ha fondato le sue relazioni con il continente africano proprio sul principio del mutuo vantaggio: infrastrutture in cambio di accesso ai mercati e alle materie prime. Non si tratta dunque di una strategia completamente nuova e le esperienze simili, passate e presenti, sono state declinate pi\u00f9 nella direzione dello sfruttamento che in quello di un reale \u201cmutuo vantaggio\u201d. Occorre per\u00f2 andare pi\u00f9 a fondo per capire se esistono delle potenzialit\u00e0 innovative e positive in questa nuova strategia di cooperazione con l\u2019Africa. Un elemento da considerare, ad esempio, \u00e8 che uno dei pi\u00f9 grandi cambiamenti della storia recente del continente africano, la diffusione della telefonia mobile, ha visto praticamente assente la tradizionale cooperazione dell\u2019\u201daiuto allo sviluppo\u201d ed \u00e8 stato promosso fondamentalmente da imprese private, spesso internazionali. Oggi il tasso di penetrazione della telefonia mobile nel continente \u00e8 vicino all\u201980% e anche grazie a questo la qualit\u00e0 della vita \u00e8 migliorata in citt\u00e0 come in campagna. Una situazione simile si sta verificando con la diffusione dell\u2019energia solare che permette oggi agli abitanti dei quartieri e dei villaggi che non sono raggiunti dalla rete pubblica di disporre dell\u2019elettricit\u00e0, cio\u00e8 di un potente volano per migliorare la propria qualit\u00e0 della vita. Anche in questo caso i soggetti che stanno spingendo la trasformazione sono perlopi\u00f9 imprese private: d.light, ad esempio, \u00e8 un\u2019impresa statunitense fondata nel 2007 che produce lampade solari a basso prezzo e che oggi ha pi\u00f9 di 15 milioni di clienti in 50 paesi anche grazie a un partenariato con la cooperazione statunitense. Il punto centrale, dunque, non \u00e8 se possa esistere un punto di incontro tra gli interessi delle imprese e il benessere pubblico, quanto piuttosto quale tipo di impresa si vuole sostenere. Il mercato della telefonia mobile, e sempre di pi\u00f9 anche quello dell\u2019energia solare, ha infatti prodotto rilevanti ricadute positive anche per l\u2019economia locale con la creazione di innumerevoli imprese, dalle microscopiche attivit\u00e0 di riparazione ad aziende medie e grandi che contendono oggi il mercato alle multinazionali del settore. \u00c8 difficile per\u00f2 associare il caso di un\u2019impresa che produce energia solare a basso costo con quello, per fare un esempio, di una grande multinazionale dell\u2019estrazione petrolifera che da decenni produce danni ambientali nel delta del fiume Niger. Su questa scelta tra due diversi modelli di cooperazione, tra due diversi modelli di impresa, occorrer\u00e0 valutare la novit\u00e0 di questo cambiamento di attenzione nei confronti del continente.<\/p>\n<p><strong>\u201cAiutiamoli a casa loro\u201d<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019altro grande asse di questo nuovo interesse per il continente africano \u00e8 legato alla cosiddetta \u201cemergenza migranti\u201d. L\u2019idea, in sintesi, \u00e8: invece di continuare a inseguire soluzioni temporanee di gestione dei flussi migratori, dobbiamo intervenire alla radice del problema, sostenendo le economie delle regioni di partenza dei migranti. Questa nuova visione del problema ha molti sostenitori, alcuni in buona fede, altri meno. Lasciamo pure da parte, per economia di tempo, chi usa la retorica dell\u2019\u201caiutiamoli a casa loro\u201d come scusa per rifiutare l\u2019accoglienza dei migranti, ma in realt\u00e0 non ha mai fatto nulla per aiutare nessuno, e analizziamo la questione nella sua oggettivit\u00e0. Il primo dato \u00e8 senza dubbio positivo: finalmente il dibattito pubblico sulle migrazioni internazionali si sta lentamente spostando dall\u2019ultima fase del percorso (li vogliamo\/non li vogliamo), verso le cause lontane del fenomeno. Fatto questo primo passo per\u00f2, l\u2019analisi si fa pi\u00f9 confusa e viene fondamentalmente mancata la questione centrale: le persone che, quando va bene, arrivano in Europa dall\u2019Africa non sono vittime di un oscuro fato per il quale dovrebbero essere aiutate, ma subiscono ingiustizie politiche, economiche, ambientali alle quali pensano di poter dare risposta allontanandosi dalla regione di origine. Intervenire alla radice della questione significa dunque porsi il problema delle ingiustizie di cui i migranti sono vittime. Nel 2015 l\u2019Eritrea \u00e8 stato il primo paese africano per provenienza dei migranti (oltre 45.000 richiedenti asilo) in Europa. In Eritrea \u00e8 al potere da 25 anni un presidente che ha progressivamente limitato le libert\u00e0 politiche del suo popolo e qualsiasi analisi dell\u2019emigrazione dall\u2019Eritrea non pu\u00f2 prescindere dall\u2019ingiustizia politica che gli eritrei stanno vivendo (vedi l\u2019articolo di Bruna Sironi a pagina 10). Pi\u00f9 a fondo il problema \u00e8 che sono spesso gli Stati europei una delle cause delle ingiustizie da cui sfuggono i migranti. Abbiamo gi\u00e0 citato la Nigeria (secondo paese africano per provenienza dei richiedenti asilo nel 2015) dove da decenni le imprese europee e americane di estrazione del petrolio stanno danneggiando in modo irreparabile una regione grande tre volte la Lombardia. Vale la pena di sottolineare come, nell\u2019ultimo viaggio in Africa, il Presidente del Consiglio italiano fosse accompagnato da rappresentanti di ENI e che la Nigeria sia stata proprio la prima tappa. Anche senza cercare casi cos\u00ec eclatanti, si pu\u00f2 sottolineare come le difficolt\u00e0 economiche che spingono molti giovani senza lavoro a migrare verso l\u2019Europa trovino le loro cause proprio in comportamenti poco corretti da parte delle imprese europee. Un esempio molto chiaro di questo discorso si trova in una bella inchiesta di Mathilde Auvillain e Stefano Liberti, The dark Side of the Italian Tomato, che mette in luce il processo circolare che lega migrazione, lavoro schiavo nelle piantagioni di pomodori in Italia, esportazione del concentrato di pomodoro nei mercati africani e crisi dell\u2019industria del pomodoro in Ghana. Pi\u00f9 in generale, occorre valutare la coerenza tra le politiche economiche europee e la dichiarata volont\u00e0 di agire alla radice della questione migratoria. Negli ultimi 15 anni l\u2019Unione Europea ha spinto affinch\u00e9 gli Stati africani firmassero accordi di libero scambio con l\u2019Europa che espongono le nascenti industrie africane a una concorrenza che difficilmente potranno sopportare (ne parla Samuel Muhunyu nell\u2019intervista di pag. 8). Le difficolt\u00e0 delle imprese africane si tradurranno in minori possibilit\u00e0 di lavoro e dunque probabilmente in nuove migrazioni.<\/p>\n<p><strong>Meno aiuto, pi\u00f9 giustizia<\/strong><\/p>\n<p>La nuova attenzione nei confronti del continente africano \u00e8 senz&#8217;altro un fatto positivo, se non altro perch\u00e9 riporta al centro del dibattito un continente che in generale \u00e8 poco e male conosciuto, almeno in Italia. Un altro elemento positivo \u00e8 che questa nuova attenzione \u201cinteressata\u201d ci permette di superare il vecchio atteggiamento paternalistico del donatore che caratterizza ancora molte delle nostre azioni nei confronti del continente africano. L\u2019Africa sta cambiando rapidamente e nuovi soggetti interni (la societ\u00e0 civile) ed esterni (paesi \u201cemergenti\u201d come la Cina, il Brasile, l\u2019India) stanno definendo rapporti di potere diversi dal passato. Questo passaggio per\u00f2 apre a scenari molto diversi, secondo la strada che si vorr\u00e0 intraprendere: da una parte c\u2019\u00e8 la fine dell\u2019aiuto allo sviluppo a favore di una competizione sempre pi\u00f9 spinta tra paesi e tra imprese, dall\u2019altra c\u2019\u00e8 una cooperazione rinnovata, che guarda alle societ\u00e0 africane come partner con cui lavorare e non come soggetti da assistere. <strong>La cooperazione del futuro dovr\u00e0 essere capace di ragionare in modo sistemico, osservando le analogie e le relazioni esistenti tra le povert\u00e0 e le ingiustizie, in Europa e in Africa<\/strong>. Enti pubblici e imprese private, fondazioni filantropiche e organizzazioni della societ\u00e0 civile in Europa e in Africa saranno soggetti cruciali di questa nuova cooperazione, a patto che l\u2019obiettivo finale, costruire un pianeta pi\u00f9 equo, sia condiviso da tutti.<\/p>\n<p><em><strong>LA GRANDEZZA DELLA (VERA) AFRICA<\/strong><\/em><br \/>\n<em>Un invito a pensare in modo diverso. L\u2019Africa contiene Stati Uniti, Cina, Giappone, India e gran parte dell\u2019Europa. Nell\u2019immagine vengono considerate le superfici reali degli Stati, senza le deformazioni prodotte dalle pi\u00f9 comuni proiezioni cartografiche.<\/em><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-17026\" src=\"http:\/\/manitese.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ITATrue_size_of_Africa.jpg\" alt=\"ITATrue_size_of_Africa\" width=\"1384\" height=\"1569\" \/><\/p>\n<p><em>Articolo comparso sul <a href=\"http:\/\/manitese.it\/news\/il-nostro-periodico\/\">periodico di Mani Tese di dicembre<\/a><\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Negli ultimi tempi l\u2019atteggiamento della politica italiana nei confronti del continente africano \u00e8 cambiato: da una sostanziale indifferenza venata di pietismo che ha caratterizzato gli anni successivi alla fine della guerra fredda si \u00e8 passati a un\u2019attenzione progressivamente pi\u00f9 interessata. 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