31/01/2019

di FRANCESCO PETRELLI, Portavoce Concord Italia

L’EUROPA È OGGI UN CONTINENTE AL BIVIO: O CEDE AL NAZIONALISMO DELLE PATRIE O DEVE APRIRSI A UNA “DEMOCRAZIA COSMOPOLITICA” CHE TRACCI LA STRADA PER UN VERO PERCORSO DI SVILUPPO

In un brevissimo lasso di tempo abbiamo assistito al manifestarsi di un insieme di fenomeni che sono stati definiti efficacemente sovranismo globale. Può sembrare un paradosso, ma l’onda di questo fenomeno è partita dal cuore dell’Occidente delle democrazie, prima con il referendum sulla Brexit e poi con la sorprendente elezione di Trump. Un presidente americano che per la prima volta guarda all’Europa non come un riferimento, un alleato, o un interlocutore privilegiato nel mondo globale, ma come un corpo estraneo, sospetto e lontano dalla sua politica e dalla sua difficilmente catalogabile visione del mondo. Tutti fattori che hanno terremotato in brevissimo tempo il nostro continente. Per la prima volta in 60 anni la costruzione europea rischia di interrompere quel cammino di integrazione, a volte spedito, a volte lento, certamente ricco di occasioni colte e di occasioni perse, che però non si era mai fermato.

Un percorso che è iniziato negli anni ’50 con una grande visione dei “padri fondatori”, insieme pragmatica e lungimirante, che li vide impegnati a creare come primo atto di “unione” un mercato comune, partendo dal carbone e dall’acciaio, ponendo così al centro del primo nucleo di un percorso di integrazione e cooperazione gli interessi economici su due settori chiave che furono una delle cause della prima guerra mondiale. Lo scopo era spingere alla collaborazione i due grandi Paesi antagonisti del Vecchio Continente, Francia e Germania, per far sì che da nemici diventassero l’asse e il baricentro dello sviluppo del futuro processo di integrazione europea.

Elezioni europee: referendum sul futuro

Una storia sostanzialmente di successo dal punto di vista economico, contrassegnata al tempo stesso da una costante attenzione alla coesione sociale. L’Europa si è così caratterizzata, nel mondo bipolare, come modello di civilizzazione, il continente dei diritti e del welfare state, dello stato del ben-essere cresciuta sull’impegno della memoria delle tragedie dei due conflitti mondiali e del “mai più” alla guerra e ai suoi punti di non ritorno: Hiroshima – da cui conseguì la consapevolezza che la prossima guerra avrebbe segnato la fine del pianeta – e l’incancellabile tragedia della Shoah. Un’esperienza guardata nel mondo con attenzione e ammirazione fino a ieri, che rischia di infrangersi sotto i colpi della sfiducia dei propri cittadini. Trasformando le prossime elezioni europee, dal consueto test fra famiglie politiche continentali e occasione di discussione sulle prossime tappe del processo di integrazione, in un referendum sul suo futuro.

In Europa fattori esterni si combinano con fattori interni di contestazione, di movimenti antieuropei che crescono ovunque e in alcuni casi corrono per vincere o vincono. Per la prima volta anche in un Paese fondatore come l’Italia. Movimenti che si radicano ovunque per contare e influire nel dibattito e sugli orientamenti generali, in modo impensabile solo fino a un paio di anni fa.

Le ragioni di questa crisi, che ha prodotto da un lato il fenomeno del restringimento degli spazi della società civile e dall’altro il tentativo di disegnare il paradosso di una democrazia illiberale, ha due ragioni fondamentali. L’impatto della crisi economica e sociale non compreso realmente nella sua portata e nelle sue conseguenze dai leader europei. Come ha detto autorevolmente Jean Paul Fitoussi, l’economista francese esperto di questioni europee, è il tema della crescita e dello sviluppo il punto essenziale per un rilancio europeo, non il livello del deficit. Al contrario, le politiche di austerità hanno fornito argomenti alle forze antieuropee e al loro racconto, facendo crescere l’illusione che il ritorno al nazionalismo e al cosiddetto sovranismo possa costituire la soluzione e non l’aggravamento del problema.

Il cambio di fase e i nuovi problemi che venivano posti dagli effetti dell’età di una nuova incertezza, dove per la prima volta dalla fine della guerra, il miglioramento quasi naturale che si acquisiva generazione dopo generazione si è rovesciato nel suo contrario. Dopo le speranze apertesi con l’89 e “la caduta del Muro”, apertura e globalizzazione sono diventati per molti i vettori non di opportunità, ma di diseguaglianze crescenti e di esclusioni più larghe. Si sono aperte molte faglie fra i Paesi e nei Paesi, fra aree urbane e aree interne, fra i vincitori e i perdenti della trasformazione ad alta intensità che ha prodotto radicali cambiamenti anche dentro i confini di quello che una volta era considerato il Nord del mondo.

Un altro sguardo su migranti e politiche di sviluppo

In questo quadro, noi crediamo che anche le politiche di sviluppo verso l’esterno e lo stesso tema della migrazione, punta di lancia degli antieuropeisti e degli xenofobi, possano e debbano essere affrontate con diversa determinazione e coraggio, con una strategia e una visione che è mancata, perché è mancata una politica e una responsabilità comune europea.

L’errore è stato di non cogliere che serviva un diverso assetto istituzionale che desse il segno di un salto verso la patria europea, dotandosi di istituzioni politiche adeguate e federali in grado di rispondere alle sfide interne ed esterne.

L’assenza di queste risposte ha dato spazio alle grandi semplificazioni, alla creazione di nemici sia nella versione esterna del migrante che interna, come la polemica tra popolo ed élite contro l’Europa e i suoi burocrati, oscurando il fatto concreto che errori e limiti, incapacità di decidere, sono frutto di un mix di regole e rigidità, prive di visione politica, caratterizzate da un processo decisionale segnato dagli interessi nazionali dei 28 Paesi e di una Europa modellata su interessi intergovernativi. La verità è che proprio l’Europa delle patrie a cui si vorrebbe ritornare ha impedito la crescita della patria europea da tempo necessaria.

Di fronte alle grandi trasformazioni e alle grandi incertezze che sono alla base della percezione di insicurezza e solitudine è della democrazia e della sua crisi che stiamo parlando.

Continente al bivio

A questo punto le direzioni sono due: la semplificazione della democrazia illiberale che ha come suo tratto la negazione della complessità e un bisogno di cancellare o limitare regole, diritti, rappresentanze, corpi intermedi. Facendo della cosiddetta disintermediazione un punto essenziale caratterizzante, costruendo un rapporto diretto tra vertici e capo o capi, delegati a interpretare direttamente il popolo che governa attraverso di loro. Costruendo di volta in volta il nemico o i nemici, in un processo i cui limiti e confini non sono noti. Dove il restringimento degli spazi della società civile coincide inevitabilmente con il restringimento dello stato di diritto e della memoria dei diritti universali. Oppure fare un salto decisivo verso quella che fino a ieri era un riferimento sempre citato, ma lontano, dello spirito di Ventotene e quindi di una democrazia non solo di carattere federale e sovranazionale, ma con forti tratti da democrazia cosmopolitica.

Le due alternative e le urgenze della situazione oggi lasciano poco spazio alle illusioni di tornare allo stato precedente e al business as usual nei modi e nei tempi. Soprattutto se siamo consapevoli che anche sotto i panni del nuovo sovranismo del XXI secolo, come ricordò Mitterand in un memorabile discorso al Parlamento europeo nel 1995, il nazionalismo delle patrie ha come esito quasi inevitabile la guerra.

Articolo pubblicato sul numero di Dicembre 2018 del Giornale di Mani Tese

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