Attualità

Cambogia: la condizione femminile e lotta al trafficking


20/08/2012

Indice di disuguaglianza di genere, indice sulla parità di genere, indice di empowerment di genere, indice di occupazione femminile, percentuale di rappresentanza politica femminile…Non mancano i tentativi di racchiudere nei confini netti di un’indagine statistica la multiforme realtà della condizione femminile nel mondo. Pensare di poter catalogare infiniti universi in una provetta da laboratorio è un’impresa ammirabile, ma in qualche modo vana. Meglio perdersi allora nell’osservazione di contesti specifici, per coglierne le peculiarità.

La Cambogia è un Paese giovane, ma nella peggiore delle accezioni. L’immensa tragedia del regime di Pol Pot, consumatasi alla fine degli anni ’70 mentre il mondo girava le spalle per non essere costretto a intervenire, ha falcidiato un’intera generazione, al punto che oggi meno del 4% della popolazione ha oltre 65 anni (contro il 20% dell’Italia). Le donne si ritrovano intrappolate tra l’iconografia tradizionale delle apsara, le danzatrici celesti scolpite nei bassorilievi dei templi di Angkor Wat, e un immaginario moderno e per molti versi rivoluzionario. Le mutate condizioni storiche hanno portato le donne ad assumere ruoli sempre più determinanti, anche dal punto di vista economico, ma a questa accresciuta importanza non sempre corrisponde un riconoscimento pubblico e sociale, né una nuova consapevolezza da parte delle donne stesse del proprio nuovo ruolo famigliare e sociale.

Anche le ambizioni personali delle donne sono cambiate. La televisione, il turismo di massa, la crescente urbanizzazione, mutati modelli sociali e famigliari portano le giovani donne a coltivare sogni e desideri diversi da quelli delle loro madri.

Sempre più di frequente le famiglie sono costrette ad abbandonare le campagne impoverite dove è difficile strappare alla terra raccolti abbondanti e riuscire a vivere dignitosamente, e migrano piene di speranze verso le città cambogiane, alcuni addirittura con lo sguardo rivolto ancora più in là, verso l’apparentemente ricca e sviluppata Tailandia. Queste speranze spesso si infrangono già alle periferie dei grandi centri urbani, quando i migranti si rendono conto che le opportunità a loro disposizione sono esigue, i guadagni miseri e le tentazioni copiose. Accade così che spesso siano gli uomini ad andarsene per primi, fisicamente, abbandonando moglie e figli al loro destino, o ritraendosi lentamente in una spirale di dipendenze e abusi. Le donne, rimaste sole, diventano le uniche artefici del proprio destino e di quello, prezioso, dei loro figli, in un mondo difficile da decodificare con gli strumenti che hanno a loro disposizione. Inoltre, come accade in qualunque altra parte del mondo odierno, nasce e cresce la percezione di accresciuti bisogni materiali, anche effimeri e non essenziali, che a volte prevale su altre considerazioni, anche di carattere morale.

È in questo nuovo e misconosciuto ruolo di capofamiglia che le donne cambogiane si trovano sempre più spesso a dover fare scelte estreme e a correre rischi altrettanto imponenti.

La Cambogia è un paese di partenza, transito e destinazione per le vittime del trafficking, definito come “il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o accogliere persone; mediante l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di qualsiasi altra forma di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere sfruttando una posizione di vulnerabilità (…); a scopo di sfruttamento della prostituzione altrui o di altre forme di sfruttamento sessuale, lavoro forzato, schiavitù o pratiche analoghe, servitù o prelievo degli organi” (Protocollo di Palermo, 2000).       

Sono le donne, insieme ai bambini, ad essere maggiormente esposte a questo pericolo. Sebbene sia difficile quantificare un fenomeno così sotterraneo, la Cambogia, così come l’intero sudest asiatico, è fortemente interessata dal trafficking, una vera e propria industria che ogni anno risucchia oltre 2 milioni e mezzo di vittime, generando profitti per oltre 32 miliardi di dollari. Le donne vittime di trafficking finiscono generalmente nell’industria dello sfruttamento sessuale e del lavoro forzato nelle industrie locali; una percentuale minore viene impiegata presso le case delle famiglie benestanti in condizioni di schiavitù. Anche i bambini vengono trafficati per lo sfruttamento sessuale, e molti vengono costretti a mendicare per le strade, o a lavorare come venditori.

La terribile verità è che spesso a facilitare la caduta nella rete del trafficking sono persone conosciute, famigliari, addirittura le madri stesse che per fiducia, ignoranza o percezioni distorte delle priorità da soddisfare affidano il proprio destino e quello dei loro figli alla schiavitù del trafficking.

Intorno alle donne cambogiane e ai loro figli occorre quindi costruire una delicata rete di protezione e prevenzione, di promozione personale ed economica, per far sì che siano sempre più impermeabili al rischio di trafficking. Azioni concrete, quotidiane, come il sostegno all’istruzione dei figli, la formazione professionale, il sostegno all’imprenditorialità, asili dove i loro figli possano giocare al sicuro mentre lavorano, servizi sociosanitari adeguati e gratuiti, e uno specchio dove si possano guardare e vedere riflessa con orgoglio la propria forza.

Mani Tese, attraverso la campagna inTRATTABILI, in partnership con ONG locali competenti e impegnate, è impegnata nella lotta al trafficking di esseri umani nel sudest asiatico. In Cambogia, in particolare, sono due le zone di maggiore attività: Sihanoukville, città di mare e popolare meta turistica, e Poipet, città di confine con la Tailandia nel nordovest del Paese. Le azioni progettuali si concentrano sui pilastri della prevenzione, della protezione, della cura e dell’istruzione. I bambini sono il cuore della campagna, e intorno al loro benessere si dipanano le varie attività: servizi sociali e di protezione (hotline, centri di prima accoglienza per bambini vittime di trafficking rimpatriati dalla Tailandia, centri drop in), servizi scolastici (scuole, scuole preparatorie per favorirne il reinserimento nella scuola pubblica, scuole di formazione professionale, esercizi commerciali dove poter mettere in pratica le abilità acquisite), servizi di sostegno ai caretakers e alle famiglie. Il sostegno può prendere anche la forma di un sostegno al reddito. Le mamme dei bambini che per vari motivi possono correre il rischio di diventare vittime di trafficking vengono coinvolte in corsi di formazione professionale e aiutate ad avere un reddito maggiore e più regolare attraverso nuove attività commerciali. Per partecipare al progetto le donne firmano un contratto che le impegna a provvedere all’istruzione dei propri figli e a non sfruttarne il lavoro.

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