Sabato 12 novembre nel villaggio di Podeogo, a Koubri, è avvenuto un incontro importante, quello fra l’impresa italiana EQUA s.r.l. e l’impresa burkinabè Yandalux, che si sono incontrate per collaborare, insieme, all’installazione dell’impianto fotovoltaico che servirà alle donne dell’Association des femmes burkinabè de Podeogo per dare energia al loro centro di trasformazione di prodotti agricoli.

L’impianto è stato realizzato nell’ambito del progetto “Donne al centro per uno sviluppo inclusivo e sostenibile” cofinanziato dalla Regione Veneto. EQUA s.r.l. è l’azienda italiana partner tecnico del progetto mentre Yandalux è l’impresa locale che ha vinto la gara per l’assegnazione dei lavori.

Micheal Metzger, fondatore di EQUA srl, ha potuto così incontrare Banyala P OUOBA, capa cantiere di Yandalux. Insieme hanno portato a termine l’installazione aiutati anche da Aicha Cissé, giovane italo-burkinabè con radici ivoriane, che ha fatto loro da interprete traducendo dall’italiano al francese e al mòrée.

Erano sei anni che non venivo in Burkina ed essere qui, oggi, a fare da interprete tra un’impresa locale che vende pannelli solari e un’impresa italiana che si occupa di energie rinnovabili mi rende molto felice e ottimista” racconta Aicha Cissé. Da Treviso è arrivata in Burkina Faso per ritrovare le sue radici, salutare la famiglia e osservare con la madre Kadiatou come prosegue il progetto sul perimetro di terra donato all’Association des femmes burkinabè de Podeogo da parte dell’Associazione delle sorelle burkinabè di Treviso.

Le donne dell’associazione di Podeogo, grazie all’appezzamento di terra donato dalla diaspora di Treviso, oggi possono infatti coltivare diversi ortaggi come le cipolle, i cavoli, i pomodori, ma anche colture tradizionali come l’amaranto e alberi da frutto come mango e papaya. Le donne utilizzano i prodotti raccolti, da un lato, per diversificare la dieta in famiglia; dall’altro, per venderli e aumentare così il proprio reddito. Lo stesso 12 novembre, durante la Festa del Raccolto  organizzata presso la sede del partner di progetto Association Watinoma a Koubri, le donne dell’associazione sono riuscite a vendere tutti i prodotti che avevano preparato per l’evento!

Con l’installazione dei nuovi pannelli fotovoltaici le donne potranno avere maggior energia disponibile per pompare l’acqua dal pozzo ed elettrificare il centro di trasformazione.

Giovanni Sartor, responsabile dei progetti in Africa Occidentale di Mani Tese, presente in Burkina Faso in quei giorni, ha osservato come sia particolarmente importante ed efficace il partenariato di questo progetto che vede collaborare insieme, con la regia di Mani Tese, un’azienda italiana, un‘associazione della diaspora del Burkina Faso in Italia, un soggetto locale (association Watinoma, partner di progetto)  e un’impresa burkinabè. “Vedere questi soggetti sul campo operare insieme per un obiettivo comune è particolarmente gratificante”, afferma Giovanni, che aggiunge: “Fa parte della strategia di Mani Tese coinvolgere le aziende e le Associazioni della diaspora negli interventi di cooperazione internazionale e mi auguro che questo progetto, visti i buoni risultati, possa fare da modello per altri nel prossimo futuro”.

 “Sono felice di essere qui finalmente. Da diverso tempo coltivavo l’idea di collaborare con Mani Tese nel campo delle energie rinnovabili” afferma Micheal Metzger, fondatore di EQUA srl “Come azienda, credo che questo sia un buon modo di gestire il denaro: investendolo nello sviluppo attraverso la condivisione di conoscenze e tecniche, e oggi, lavorando con Yandalux ho apprezzato ancora di più il fatto che siano le donne e i giovani a puntare sullo sviluppo di questo settore in Burkina Faso”.

Anche Banyala P OUOBA, capa cantiere di Yandalux, è d’accordo: “Non è semplice essere una donna giovane e lavorare nell’ambito tecnico-scientifico. I clienti, quando mi vedono, a volte mi sottostimano. Poi, però, dopo l’installazione rimangono piacevolmente colpiti e capiscono che le donne possono fare anche questo lavoro”.

Banyala ha studiato come elettricista a Ouagadougou e poi all’università si è specializzata in energia solare. Racconta che sin da piccola le piaceva armeggiare con gli attrezzi e che sua madre l’ha quindi spinta a fare una scuola tecnica. Dal 2016 lavora con Yandalux ed è una delle due donne ingegnere presenti nell’impresa.

Donne al centro per uno sviluppo inclusivo e sostenibile” è un vero e proprio approccio che Mani Tese sta adottando nel corso del progetto più che un semplice titolo. Un approccio in cui le giovani donne hanno un ruolo fondamentale. “Tocca noi ora lavorare per cambiare le cose in Italia e in Africa” afferma Aicha Cissé “Tocca a noi impegnarci per l’emanciparci dai retaggi coloniali e riprendere a costruire un futuro sostenibile insieme”.

Di Riccardo Mulas, inviato di Mani Tese

In Guatemala siamo presenti con il progetto LOTTA ALLA DENUTRIZIONE NEL DIPARTIMENTO DI CHIQUIMULA cofinanziato dai fondi 8 per 1000 della Chiesa Cattolica Italiana e Associazione Mani Tese Firenze e collaboriamo con ASSAJO, una locale organizzazione nella regione di Chiquimula, nel comune di Cocotan.

Il Guatemala presenta tassi elevatissimi di denutrizione cronica infantile: quasi 1 bambino su 2 (49.6%) ne risulta colpito e presenta valori che rientrano nella definizione di denutrizione cronica, secondo i dati Unicef. Chiquimula risulta essere la quinta regione del Paese per tasso di denutrizione cronica.

Il Guatemala è anche uno dei Paesi al mondo maggiormente esposti alle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico. Frequentemente, negli anni passati, il Paese è stato attraversato da tormente tropicali che hanno provocato devastazione e danni, peggiorando ulteriormente la capacità di raccolta di numerose comunità. Nella regione di Chiquimula, in particolare, le conseguenze del cambiamento climatico sono una prolungata canicola, cioè il tempo di secca durante la stagione delle piogge, che ha c effetti nefasti sui raccolti. Una canicola particolarmente lunga può infatti seccare completamente i raccolti di mais e fagioli piantati durante la stagione delle piogge, debilitando fortemente la dieta delle comunità.  

La regione, inoltre, negli ultimi 25 anni ha abusato delle soluzioni chimiche da apportare in agricoltura, ottenendo degli ottimi risultati nell’immediato ma rovinando alla lunga i terreni, che a oggi si presentano poco produttivi e con bisogno di riposo per vari anni. La scarsezza di terre disponibili obbliga le persone del luogo a utilizzare gli stessi campi tutti gli anni.

Mani Tese, insieme al partner locale ASSAJO (Asociacion Santiago de Jocotan), lavora in tre comunità del comune di Mocotàn per prevenire la malnutrizione, con particolare focus sulla malnutrizione infantile, e per favorire l’accesso al cibo attraverso la promozione dell’agroecologia e della sovranità alimentare. Nel progetto lavoriamo su due filoni principali, quello della promozione dell’agroecologia e quello del miglioramento delle condizioni igienico-domestiche nelle comunità interessate.

Il progetto si propone di rafforzare la produzione di mais e fagioli, attraverso la fornitura di fertilizzanti organici, e gli orti domiciliari costruendo depositi di acqua piovana per garantire l’irrigazione, distribuendo stufe migliorate per permettere ai beneficiari di cucinare in un ambiente più salutare ed ecofiltri per rendere pulita l’acqua per uso domestico, promuovendo inoltre corsi di formazione in agroecologia e in sovranità alimentare per rafforzare le conoscenze in ambito di produzione e consumo di grani antichi e prodotti tipici delle comunità e combattere la diffusione di cibi preparati di scarsa qualità.

Lavoriamo in tre comunità principali, Muyurco, Marimba e Rodeo, coinvolgendo direttamente 100 famiglie e 200 persone e raggiungendo indirettamente più di 500 membri delle famiglie.

I risultati intermedi del progetto hanno mostrato già un aumento di quantità di mais e fagioli disponibile nei campi coltivati con materiale organico, ma soprattutto una crescente coscienza nei partecipanti dell’importanza di coltivare il proprio cibo per offrire ai propri figli una dieta adeguata.

Ariel Cristiana Marin Rodriguez, nicaraguense emigrata in Guatemala e nutrizionista, è la formatrice del progetto in sovranità alimentare e diritto al cibo. Ha promosso un ciclo di 6 incontri per 28 beneficiari, quasi tutte donne. Considerando l’alto tasso di analfabetismo tra i partecipanti, è stata studiata una metodologia ad hoc per il corso, utilizzando disegni, discussioni e momenti di animazione.

“Le formazioni che il progetto propone sono fondamentali perché i beneficiari prendano coscienza che gli alimenti comunitari, le coltivazioni tradizionali, tutto ciò che la terra conferisce loro, sono fondamentali per proteggerli dalla denutrizione – afferma Ariel Cristiana Marin Rodriguez – È importante che comprendano cosa coltivare e come consumarlo, perché spesso la denutrizione è figlia di un’alimentazione errata e non solo di mancanza di cibo. La sensibilizzazione delle popolazioni locali e comunitarie è il primo passo per prevenire la denutrizione infantile cronica rompendo così la catena dell’insicurezza alimentare che storicamente colpisce queste comunità”.

In Cambogia sosteniamo il centro di accoglienza Damnok Toek per bambini e bambine vittime di trafficking, dal quale riceviamo aggiornamenti periodici sulla situazione locale. Da maggio di quest’anno il posto di frontiera Poipet-Aranyaprathet, fra la Cambogia e la Thailandia, è stato finalmente riaperto ai viaggiatori, dopo un periodo di chiusura di due anni causato dal Covid-19.

Per il momento la frontiera è stata riaperta solo per chi ha un passaporto. Le autorità però non hanno ancora iniziato a rilasciare i documenti di immigrazione per lavoratori migranti e questo è un problema che impedisce alle famiglie povere di attraversare il confine in sicurezza.

La povertà delle famiglie

La situazione delle famiglie vulnerabili a Poipet in questo periodo è rimasta precaria. Molte hanno perso il lavoro come risultato della crisi socioeconomica derivata dal Covid-19. Molte si sono indebitate pesantemente e hanno dovuto tornare alle loro province o migrare in un’altra per sfuggire agli strozzini, portando con sé i bambini, e quindi interrompendo il loro percorso scolastico.

Inoltre, il costo della vita è aumentato in modo drammatico da febbraio 2022 in diretta conseguenza dello scoppio della guerra e della crisi umanitaria in Ucraina, costringendo molte famiglie cambogiane a lottare più di prima per potersi permettere anche un minimo di cibo e di carburante.

Con l’allentamento delle restrizioni relative al Covid-19 a partire da gennaio, il Centro di Accoglienza Damnok Toek ha ripreso tutte le attività in programma. Tutti i bambini ospitati sono stati coinvolti in attività ricreative come artigianato, orticoltura, danze tradizionali Khmer, meditazione; nello sport come pallavolo, calcio, badminton, pallacanestro e tennis; nelle lezioni (aritmetica, grammatica, lingua Khmer e inglese).

I bambini al Centro di Accoglienza hanno anche partecipato a sessioni di sensibilizzazione sulla migrazione sicura, i rischi dell’uso di droga, la protezione dei bambini e sulle competenze relazionali (come imparare a vivere insieme e rispettarsi a vicenda).

Per sviluppare autonomia e responsabilità, i bambini sono stati anche incoraggiati a partecipare ai lavori domestici a fianco del personale del Centro di Accoglienza, come lavare i propri indumenti e le lenzuola e preparare la prima colazione a turno insieme al personale.

La gita in montagna

A settembre, 32 bambini hanno partecipato a una gita di tre giorni per visitare i paesaggi e le cascate nelle montagne Phnom Mouy Pan Brahma, nella Cambogia occidentale, circa 270 km a sud di Poipet. La gita ha permesso ai bambini e alle bambine di sperimentare passeggiate e campeggio in montagna imparando competenze formative di vita e di agricoltura di sussistenza in montagna. Per la maggior parte dei bambini del Centro di Accoglienza questa è stata la prima gita di piacere a cui abbiano mai partecipato. Un’opportunità unica di esplorare e conoscere la biodiversità della Cambogia.

Nel 2022 sei famiglie dei bambini che erano stati in precedenza reintegrati hanno ricevuto sostegno sotto forma di pacchi di cibo di emergenza. Di questi sei casi, tre sono ragazzi di 16 e 17 anni che hanno ora trovato un buon impiego o lavorano in proprio.

I bambini con il personale del Centro in gita

Il progetto Mobile Rehabilitation

Il progetto Mobile Rehabilitation di Damnok Toek è dedicato alle comunità con un gran numero di bambini di strada e di ragazzi che fanno uso o sono a rischio di uso di droga. La squadra degli assistenti sociali di Damnok Toek identifica bambini e ragazzi vulnerabili e li manda al Centro di Ascolto di Damnok Toek che offre rifugio, cibo, attività recreative ed educative, sport e altri servizi per ridurre il livello di stress dei bambini e la loro dipendenza da sostanze stupefacenti.

Nel corso del terzo trimestre del 2022 gli assistenti sociali di Damnok Toek del Progetto Mobile Rehabilitation hanno raggiunto un totale di 22 bambini e ragazzi.

Il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri al mondo. Alla povertà estrema, si sono aggiunti gli effetti dei cambiamenti climatici e il degrado delle risorse ambientali, che hanno un forte impatto sulla sicurezza alimentare della popolazione burkinabé. Non solo, negli ultimi anni la crescente insicurezza e il conseguente spostamento di grandi masse di popolazione ha dato origine anche a una crisi umanitaria senza precedenti, che coinvolge milioni di persone.

In questo scenario diventa fondamentale il ruolo delle popolazioni locali, in particolare delle donne, sostenute dalla cooperazione internazionale. L’evento “PACE, CIBO E AMBIENTE IN BURKINA FASO. Le risposte della cooperazione internazionale e il ruolo delle donne“, che si terrà il 3 dicembre, dalle 10.00 alle 13.00, presso il Centro Universitario in via Zabarella 82, a Padova, si pone l’obiettivo di condividere e valorizzare l’impegno delle donne bukinabé che lottano ogni giorno per garantire un futuro migliore ai propri villaggi.

L’evento, gratuito con iscrizione obbligatoria, è organizzato nell’ambito dei progetti di cooperazione internazionale “Progetto per il miglioramento delle condizioni nutrizionali di donne e bambini nei distretti sanitari di Garango e Tenkodogo, Burkina Faso”, in collaborazione con AICS, e “Donne al centro per uno sviluppo inclusivo e sostenibile” e con Regione Veneto.

Le iscrizioni online chiuderanno venerdì 2 dicembre alle ore 23.

Di seguito la locandina con il programma dell’evento:

Locandina dell’Evento

Mani Tese è da sempre impegnata, in Africa, in Asia e in America Latina, nel cercare di contrastare le cause che costringono gli esseri umani ad abbandonare i loro luoghi di nascita per cercare un futuro migliore. Molteplici sono, infatti, i progetti realizzati che mirano a rafforzare le comunità locali e l’autodeterminazione dei popoli.

Il fenomeno migratorio coinvolge milioni di persone in tutto il mondo, ma balza alle cronache solamente in modo strumentale e confuso, quando un governo decide di opporsi allo sbarco di centinaia di esseri umani, per poterli palesemente sfruttare a livello mediatico e di consenso elettorale.

Le misure normative adottate in Italia si sono dimostrate inutili nell’ostacolare un fenomeno di portata mondiale. Si dimostrano invece perfette nello sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai molteplici e gravosi problemi attuali, dalle guerre allo sfruttamento nel mondo del lavoro, dalla crisi energetica fino all’indiscutibile surriscaldamento globale, alla fame e alla povertà. Sfide queste che, ignorate sistematicamente, sappiamo tutti e tutte essere alle radici delle migrazioni.

Impedire a degli esseri umani di sbarcare a terra è contrario alla nostra Costituzione, alle leggi italiane, alla legge del mare e certamente a qualunque legislazione internazionale di protezione dei Diritti Umani.  Le dichiarazioni degli ultimi giorni, come richiedere che le navi delle Organizzazioni Non Governative vadano nei porti di cui battono bandiera, denotano oltre alla superficialità, alla malafede e a un’ignoranza geografica, una posizione populista e strumentale, atta ancora una volta a instillare una percezione sbagliata e pericolosa, creando il ruolo di vittima del territorio italiano.

Oggi sentiamo parlare di “sbarchi selettivi”, di “selezione dei fragili” e questi uomini, donne e bambini sono stati definiti “carico residuale”: sono dichiarazioni abominevoli, ci riportano immediatamente ad altre dichiarazioni del passato recente, quando altri uomini e donne in stato di bisogno venivano classificati come “indecorosi” per le città. Classificare le persone apre un enorme problema etico con cui dovremo tutti e tutte confrontarci. Interpella l’educazione come la più grande barriera all’ignoranza e alla meschinità umana. Incrocia il tema sociale della reale integrazione tra le persone, resa sempre più difficile dalla carenza di alloggi disponibili, da un’assistenza sanitaria che fatica a dare risposte onnicomprensive e da un sistema di accoglienza palesemente deficitario.

Mani Tese si schiera a fianco delle organizzazioni che richiedono il diritto di ogni essere umano di muoversi tra un paese e l’altro per i motivi più diversi, e concretamente rafforza le proprie attività sul territorio italiano atte all’inclusione di ogni singolo essere umano, senza distinzioni di provenienza, credo religioso e genere.

L’11 novembre a Firenze, nell’ambito del ventennale del Social Forum di Firenze, promuoveremo come Azione Terrae, Coalizione per la transizione agroecologica in Africa Occidentale di cui fa parte anche Mani Tese, un laboratorio dedicato al mattino alla cooperazione allo sviluppo e al pomeriggio alle azioni in Europa, con l’obiettivo di aumentare il livello di conoscenza della società civile su queste tematiche e di arrivare a proporre una nuova agenda per la Sovranità Alimentare che rimetta al centro l’Agrobiodiversità.

L’evento si terrà alla Casa dell’Agrobiodiversità con possibilità di collegarsi su zoom.

Di seguito la locandina con il programma dell’evento:

Il progetto “WONA: orti e vivai urbani e politiche comunali per promuovere la sicurezza alimentare e la sostenibilità ambientale a Quelimane“, finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, è un intervento sinergico che si inserisce in un programma che Mani Tese, insieme all’UPC-Z, al Comune di Quelimane e all’E35, ha contribuito a implementare negli ultimi anni.

Questo programma ha come pilastri lo sviluppo rurale legato alla rigenerazione urbana, l’agricoltura agroecologica e sostenibile per garantire la qualità e la sicurezza alimentare, la promozione di politiche di lotta e adattamento al cambiamento climatico attraverso la riforestazione e la rigenerazione del verde urbano in una prospettiva partecipativa di comunità e istituzioni. Il progetto viene attuato nella città e nel distretto di Quelimane e promuove anche la sicurezza alimentare.

L’Associazione dei Giovani Agricoltori di Quelimane (AJAQ) è stata selezionata dal progetto come beneficiaria e ha usufruito di una formazione tecnica sulla produzione agro-ecologica e di una serra per la produzione di ortaggi dotata di vassoi isoprop, che consentono la produzione anche fuori stagione.  Alexandre Chico, membro dell’AJAQ, sostiene che, grazie a questa opportunità, quest’anno il gruppo ha avuto un tasso di produzione superiore rispetto agli anni precedenti nonostante  le varie difficoltà come il gelo, la mancanza di acqua per l’irrigazione e le difficoltà di trasporto. “Con il progetto c’è stato un maggiore successo nella produzione” ha affermato Alexandre

Oltre ad AJAQ, sono stati formati altri 2 gruppi di beneficiari per creare orti urbani e periurbani nelle comunità di Namuinho e Marrabo. Qui sono stati realizzati anche campi di produzione di ortaggi a km 0. Per i beneficiari di entrambi i gruppi si è trattato di un’esperienza nuova dato che non avevano mai lavorato prima nell’orticoltura. “Siamo riusciti a ottenere prodotti in grandi quantità e di notevole qualità, anche secondo i nostri clienti” ha dichiarato Nélia Acácio, presidente del gruppo Marrabo,

Un altro pilastro del progetto “WONA” è l’intervento nella lotta per la resilienza al cambiamento climatico nella città di Quelimane. In coordinamento con il Consiglio Autarchico della Città di Quelimane (CACQ), sono state infatti realizzate attività di riforestazione urbana nella città e nei quartieri, oltre che nelle scuole.

Dopo la distruzione della prima serra a causa dei cicloni che si sono abbattuti sulla zona tra gennaio e febbraio, il progetto ha finanziato la costruzione di un nuovo vivaio per la produzione di piantine, dotato di vassoi in legno e tubetti di plastica in cui vengono fatte germogliare le piantine durante le prime fasi di crescita.

Il progetto WONA ha anche migliorato alcune attività quotidiane come il trasporto di piante e materiali all’interno e all’esterno del vivaio comunale e del centro di compostaggio grazie alla dotazione di una cargo-bike.

Inoltre, attraverso la costruzione di sistemi di raccolta d’acqua piovana dal tetto, è aumentata la disponibilità di acqua all’interno del vivaio. Con il progetto Wona si è infine favorito il contatto  tra il vivaio e le scuole, coinvolgendo 10 istituti della città in sessioni di educazione ambientale sui rischi legati ai cambiamenti climatici, sull’importanza degli alberi e sul valore del verde in città.

Secondo Baridjane Francisco, Direttore dell’assessorato di riforestazione, dei giardini e spazi pubblici del CACQ, “Questa sinergia ha aumentato il livello di produzione di piantine nel vivaio comunale, dando anche un nuovo approccio e una visione a lungo termine. La produzione in tubetti si è rivelata molto efficiente e sostenibile, dato che prima si produceva in sacchi di plastica usa e getta. “Il progetto WONA ha dato più dinamismo al nostro centro”, continua il Direttore, “aumentando anche la diversificazione delle specie all’interno del vivaio comunale, come gli alberi da frutto”.

Il progetto WONA prevede anche lo scambio di esperienze e buone pratiche sia all’interno del Mozambico che tra il Mozambico e l’Italia. Tra il 12 e il 15 ottobre la Fondazione E-35, basata a Pemba, è venuta in visita di scambio a Quelimane per conoscere le realtà in cui Mani Tese lavora e l’impatto che il progetto ha avuto. Sono stati visitati i gruppi di beneficiari che svolgono attività di orticoltura, il vivaio comunale, il centro di compostaggio, alcune delle scuole beneficiarie delle attività di educazione ambientale, le zone riforestate e i forum di quartiere che il progetto ha creato per favorire il senso di ownership nei confronti degli alberi piantati dal progetto. La visita si è conclusa con un seminario per lo scambio di esperienze tra le due città.

Nell’ambito dello scambio tra Mozambico e Italia, il 7 ottobre si è inoltre svolto un workshop online su due temi: “La riforestazione urbana come azione chiave per la mitigazione dei cambiamenti climatici” e “Come le politiche pubbliche partecipative possono contribuire allo sviluppo e alla gestione del verde urbano”. Vi hanno partecipato, oltra a Mani Tese e la Fondazione E-35, anche il Municipio di Quelimane, il Municipio di Pemba, il Comune di Reggio Emilia e la Regione Emilia-Romagna.

Firenze 2002-2022: a 20 anni dal primo Forum Sociale Europeo, Mani Tese organizza un evento per parlare del futuro dell’Europa. Una due giorni ricca di eventi e di dibattiti.

Di seguito la locandina col programma dell’evento:

Locandina dell’evento

“Potevamo comprarci una casa grande, potevo prendermi una bella moto o una macchina per andare in giro a farmi vedere, ma non l’ho fatto. Mio padre e io abbiamo preferito investire i soldi per lo sviluppo del nostro Paese – racconta Abdoulaye Ouedraogo, giovane imprenditore 26enne che insieme al padre, dopo cinque anni di lavoro, ha creato la versione definitiva di un motocoltivatore totalmente burkinabé, costruito con materiali di recupero e utilizzando il motore di un modello di moto-triciclo largamente diffuso in tutta l’area Saheliana.

Nel movimentato quartiere di Kouritenga, a Ouagadougou, si trova la casa-magazzino di Hamidou Ouedraogo, il padre, 61enne e pieno di iniziativa, di Adboulaye.

Hamidou faceva il commerciante ma ha sempre avuto una grande inventiva. Da circa dieci anni, infatti, lavora con il ferro e con materiali di recupero per creare nuovi attrezzi e macchinari utili soprattutto per l’agricoltura. “Cinque anni fa ho fatto una scelta – racconta Hamidou – ho iniziato ad investire e a lavorare alla creazione di qualcosa che potesse aiutare la gente dei villaggi che lavora la terra: un motocoltivatore burkinabé. Sul mercato ce ne sono diversi ma sono tutti importati e quando si rompono è difficile aggiustarli perché non ci sono pezzi di ricambio disponibili. Il prototipo a cui ho lavorato con mio figlio, invece, è più resistente degli altri, va a benzina e non a diesel, quindi meno delicato e soprattutto è facile da sistemare perché costruito con materiale reperibile sul mercato locale”.

Ci sono voluti più di 10milioni di FCFA per riuscire ad arrivare alla produzione di questo nuovo modello e le perdite nel corso degli anni sono state tante. “Siamo partiti da zero – spiega Abdoulaye – e in Burkina Faso non è semplice fare impresa, ma ciò che ci spinge è l’amore per il nostro Paese e la volontà di contribuire direttamente al suo sviluppo, che secondo noi parte proprio dall’agricoltura.”

“Ho iniziato studiando ingegneria civile – continua Abdoulaye mentre si mette alla guida del suo motocoltivatore. – ma poi ho lasciato gli studi per aiutare mio padre con il suo progetto. Ora faccio l’imprenditore e il mio sogno è di aprire la più grande azienda del Burkina Faso”.

Dopo anni di lavoro, per Abdoulaye e Hamidou è giunto il momento di lanciarsi sul mercato. Mani Tese è stata la prima ONG a voler sperimentare questo mezzo e ad acquistare la versione definitiva del motocoltivatore.

Eugenio, il nostro rappresentante Paese Mani Tese in Burkina Faso, e Hamidou, davanti al motocoltivatore
Eugenio, il nostro rappresentante Paese Mani Tese in Burkina Faso, e Hamidou
Giulia, della squadra Mani Tese, mentre intervista Hamidou e suo figlio Adboulaye.
Giulia, della squadra Mani Tese, mentre intervista Hamidou e suo figlio Adboulaye.

Mercoledì 12 ottobre il giovane Abdoulaye si è recato con il motocoltivatore a Ouahigouya per tenere una formazione sul suo uso agli agricoltori del villaggio di Noodin, coinvolti nel nostro progetto SEmInA – superare l’emergenza incentivando l’agricoltura, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo. Il mezzo ha subito ricevuto l’apprezzamento dei contadini per via della sua potenza, robustezza e per la facile reperibilità dei pezzi di ricambio.

Padre e figlio si augurano che la popolazione, attraverso l’acquisto del loro strumento, e il governo, tramite sovvenzioni, li appoggeranno nello sviluppo della loro impresa così che possano migliorare sempre di più e diventare promotori dello sviluppo del Paese. “C’è un proverbio in mòoré – racconta Adboulaye – che dice: BII-YAM DAADA A M’AM SAMSA e significa Il bambino intelligente compra il cibo da sua madre, così che il guadagno, in un secondo momento, vada a lui”.

Alcuni uomini del villaggio mentre visionano il motocoltivatore
Alcuni uomini del villaggio mentre visionano il motocoltivatore

Grazie al motocoltivatore, Mani Tese ha potuto, da un lato, fornire un mezzo più performante e durevole alle comunità destinatarie del progetto e, dall’altro, sostenere una piccola impresa locale che ha lavorato con grande perseveranza.

Mani Tese saluta con favore l’istituzione di un Ministero che si richiama alla Sovranità Alimentare.

È un concetto alto formulato dal 2007 da La Via Campesina, la più grande associazione contadina del mondo, che la nostra associazione ha fatto proprio da oltre quindici anni, sia nel suo lavoro di cooperazione allo sviluppo nel Sud del mondo che in quello di educazione e advocacy in Italia ed Europa.

Per Mani Tese la Sovranità Alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo. Un sistema alimentare e produttivo che invece negli anni si è andato omologando tra una nazione e un’altra e che ha visto un pugno di multinazionali di settore concentrare sempre più potere, arrivando a controllare i mercati delle sementi, dei fertilizzanti, dei pesticidi ma anche della trasformazione industriale e della grande distribuzione organizzata.

La Sovranità Alimentare è dunque un concetto politico che mira a ristabilire una piena democrazia del cibo, superando l’insostenibilità del modello agro-alimentare convenzionale basato su chimica, petrolio, finanza e biotecnologie. Per farlo occorre rivoluzionare le politiche pubbliche – a partire dalla PAC, la politica agricola comunitaria – affinché sostengano un approccio alla produzione, trasformazione, distribuzione e consumo di cibo che sia rispettoso degli ecosistemi e della dignità delle persone.

In questo momento non siamo in grado di dire se le linee di indirizzo del nuovo Ministero abbracceranno questa visione. L’auspicio è che la scelta delle parole sia foriera di azioni coerenti.