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	<title> &#187; sudan</title>
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		<title>Viva l&#8217;acqua pubblica!</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 14:47:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[acqua bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[acqua pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[mani tese]]></category>
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		<category><![CDATA[sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[L'acqua come diritto fondamentale, lo racconta Saadia dal Sud del mondo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Grazie al lavoro e al voto di moltissimi cittadini l’acqua è di nuovo pubblica! </strong></p>
<p>È un grande risultato che ricompensa la fatica e l’impegno di migliaia di cittadini e molte associazioni che si sono battuti in questi anni affinché l’acqua non fosse consegnata al mercato e al <strong>profitto di (pochi) ricchi privati</strong>.</p>
<p><strong>L’acqua è un diritto inalienabile di ogni essere umano</strong> e per questo Mani Tese si è battuta e si batterà ancora per fare in modo che tale rimanga, nel Nord come nel Sud del mondo.</p>
<p>In questa giornata così speciale per tutti noi, con l’acqua di nuovo libera, vogliamo <strong>dare voce anche ai più deboli</strong>, per i quali l’acqua rimane ancora una risorsa scarsa e per questo sempre più preziosa…</p>
<p>Racconta Saadia da un lontano villaggio del Nord Kordofan, Sudan</p>
<blockquote><p>Quando ero bambina, il mio villaggio era molto diverso: gli alberi erano rigogliosi e davano ristoro ai pastori che si spostavano con i loro grandi greggi. Poi un anno la pioggia non arrivò e neanche l’anno dopo e quelli dopo ancora… Gli alberi seccarono, il bestiame fu svenduto al mercato, quello più debole morì. Morirono anche molte persone. Il villaggio, prima così pieno di vita, si spense come una candela consumata. Da allora, l’acqua è diventata un problema enorme. La falda si è abbassata così tanto che la corda che caliamo per raggiungere l’acqua deve essere ogni giorno più lunga. I pozzi non sono altro che buchi nel terreno; dobbiamo andare in gruppo, fare attenzione a non scivolare e, sotto il sole cocente, cerchiamo con tutte le nostre forze di procurarci più acqua possibile… ma non basta mai. Io ho 7 bambini piccoli e con loro è davvero difficile. Soffrono la sete, hanno addosso panni sporchi… devo scegliere chi di loro lavare… anche lavarsi le mani per noi è un lusso! Il mio orto è seccato e ho paura per i miei figli perché hanno poco da mangiare e quello che c’è non va bene per loro che devono crescere.<br />
Si ammalano spesso: dissenteria, febbre… molti bambini del villaggio sono morti e io tremo ogni giorno per i miei piccoli. Quando ero bambina, quando c’era acqua, la vita era più felice: i bambini crescevano sani, gli orti erano ricchi, si poteva bere e ci si poteva lavare ogni giorno. Sono sicura che con un pozzo nuovo, un vero pozzo funzionante, la vita del nostro villaggio cambierebbe molto. Sono sicura che un pozzo sarebbe la nostra salvezza.<br />
Saadia</p></blockquote>
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		<title>Violenze e abusi dilagano in Africa</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 10:57:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Secondo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[abusi]]></category>
		<category><![CDATA[appelli]]></category>
		<category><![CDATA[dirittti umani]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[sudan]]></category>
		<category><![CDATA[violenze]]></category>

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		<description><![CDATA[Chiediamo alla Comunità internazionale di intervenire per fermare le stragi. Firma e fai firmare gli appelli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come molte altre associazioni anche Mani Tese è preoccupata per ciò che sta succedendo in questi giorni in diversi Paesi africani. Violenze e abusi si stanno perpetrando nei confronti di cittadini inermi che manifestano pacificamente a sostegno dei propri diritti.</p>
<p>Condividiamo con voi il punto che sugli accadimenti Campagna Sudan <a href="http://www.campagnasudan.it/News_Archivio.asp" target="_blank">pubblica sul suo sito</a>.</p>
<p>Nelle ultime ore  si stanno susseguendo gli <strong>appelli di numerose associazioni</strong> per la tutela dei  diritti umani rivolti ai governi, alla comunità internazionale, ai  rappresentanti del mondo diplomatico e politico per fermare le violenze e le  atrocità che si stanno compiendo in Libia.</p>
<p>Il 20 febbraio  <strong><em>Human Right  Watch</em></strong> aveva dato per prima la notizia di 62 morti, invitando alla  denuncia delle violenze e all’adozione di concrete misure per fermare il bagno  di sangue.</p>
<p>Il 22 febbraio  <strong><em>Amnesty  International</em></strong> ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’ONU e  alla Lega Araba di inviare una missione in Libia, per indagare sulle violenze  che hanno finora provocato la <strong>morte di oltre 10.000 persone</strong> e di imporre alla  Libia un embargo totale sulle armi, ricordando che secondo le dichiarazioni  dell’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU, Navi Pillar, le azioni  condotte dalle autorità libiche e autorizzate dal governo possono essere  considerate crimini contro l’umanità.</p>
<p>Lo stesso giorno,  attraverso un comunicato stampa, l’<a href="http://www.crisisgroup.org/en/publication-type/media-releases/2011/immediate-international-steps-needed-to-stop-atrocities-in-libya.aspx" target="_blank"><strong>International Crisis Group </strong>ha chiesto alla  comunità internazionale di rispondere immediatamente</a> a quanto sta succedendo in  Libia e di far seguire alla condanna verbale, azioni concrete, tra le  quali:</p>
<ul>
<li>imporre sanzioni  contro Gheddafi, i membri della sua famiglia e tutti coloro che sono coinvolti  nella repressione, incluso il congelamento di tutti gli aiuti  internazionali;</li>
<li>offrire aiuto e  garantire la sicurezza di tutti i piloti aerei e il personale delle forze di  sicurezza che si rifiutano di eseguire gli ordini di attaccare i civili che  arrivano dalle autorità libiche;</li>
<li>cancellare tutti  i contratti in essere per la fornitura di armamenti e equipaggiamenti militari e  l’addestramento del personale delle forze di sicurezza  libiche;</li>
<li>imporre un  embargo su tutte le armi;</li>
</ul>
<p>L’ICG, inoltre,  chiede alle Nazioni Unite di:</p>
<ul>
<li>condannare la  repressione condotta dalle autorità libiche;</li>
<li>invitare i paesi  membri ad adottare le suddette misure;</li>
<li>stabilire una  commissione internazionale per indagare sui crimini contro l’umanità condotti in  Libia dal 1 febbraio 2011, sull’operato del governo libico e di tutto l’apparato  delle forze di sicurezza e sul coinvolgimento di forze  mercenarie;</li>
<li>prevedere  l’organizzazione di una <em>no fly  zone</em> nel caso in cui gli attacchi contro i civili  continuino.</li>
</ul>
<p>Ai Paesi  confinanti l’ICG chiede esplicitamente l’apertura dei propri confini per  garantire a coloro che stanno scappando dalle violenze sicurezza e adeguati  aiuti umanitari.</p>
<p><strong>Ma  non c’è solo la condanna della violenta repressione autorizzata dal governo  libico contro i manifestanti e l’urgenza di un intervento immediato della  comunità internazionale e di tutti gli attori che hanno il potere di fare  qualcosa.</strong></p>
<p>Il 22 febbraio il  gruppo <a href="http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/MainPage.html" target="_blank"><strong>EveryOne</strong></a> si è unito  all’appello lanciato dall’agenzia Habeshia e si è rivolto alla comunità  internazionale per fermare la carneficina dei <strong>profughi africani</strong> (prevalentemente  eritrei, somali e sudanesi) presenti in Libia <strong>che vengono aggrediti per strada o  nelle case, e accusati di essere mercenari di Gheddafi</strong>. Le testimonianze  raccolte dagli attivisti di EveryOne parlano di esecuzioni sommarie e ferimenti  a colpi di machete e coltelli contro i migranti, molti dei quali respinti  dall’Italia e rispediti in Libia. EveryOne si rivolge anche alle rappresentanze  diplomatiche dei Paesi democratici in Libia, compresa l’ambasciata italiana, e  all’Unione Europea affinché sottraggano al massacro i profughi africani e  predispongano piani di evacuazione umanitaria e di accoglienza nei propri paesi.</p>
<p><strong>A soffiare sul  fuoco della caccia all’africano</strong>, alti funzionari del governo sudanese, che,  almeno in due occasioni, hanno dichiarato che i mercenari di Gheddafi altri non  sarebbero che i ribelli del JEM, il maggior movimento armato del Darfur, subito  smentiti dal JEM stesso.</p>
<p>La denuncia della  caccia all’uomo scatenatasi <strong>contro le migliaia di rifugiati e richiedenti asilo</strong>,  ai quali era stato impedito di raggiungere l’Europa e che ora rischiano di  diventare il capro espiatorio della crisi libica, è arrivata anche dall’Alto  commissario per i rifugiati dell’ONU che, ieri, ha lanciato un appello a non  respingere i migranti che stanno fuggendo dalla Libia. <strong>Prima degli scontri  l’UNHCR aveva ufficialmente registrato circa 8000 rifugiati provenienti  soprattutto da Sudan, Iraq, Eritrea, Somalia, Ciad e Territori Palestinesi e  presenti in territorio libico</strong>. A questi se ne aggiungono altri  3000 in  attesa di asilo e certamente molti altri di cui non ci sono a disposizione  informazioni e dati.</p>
<p><strong>Dal</strong><strong> Sudan le notizie arrivano a singhiozzo e  da fonti informative non ufficiali</strong>. Il 30 gennaio si erano svolte manifestazioni  contro il governo di El-Bashir che aveva reagito con la repressione; il  bilancio, dopo il primo giorno di proteste. era stato di un morto e una  settantina di arresti. Nei giorni successivi, le proteste si erano diffuse  soprattutto via web e le autorità sudanesi avevano messo in campo rappresaglie  contro la libertà di stampa e di informazione: arresti di giornalisti, censure e  serrati controlli da parte degli agenti del NISS (i servizi segreti e le forze  di sicurezza sudanesi) e sequestri di materiale informativo. Amnesty  International e Human Right Watch avevano denunciato la violazione del diritto  all’informazione, chiedendo l’immediato rilascio di tutti i detenuti arrestati  in seguito alle manifestazioni e che rischiavano di subire torture nelle  carceri.</p>
<p>L’ultima notizia,  arriva dal Sudan Democracy First Group, organizzazione sudanese per i diritti  umani, civili e politici, che il 20 febbraio ha pubblicato un documento di  denuncia delle violenze sessuali, molestie fisiche e verbali e abusi che stanno  subendo le donne e le ragazze di Khartoum, accusate di aver partecipato alle  manifestazioni del 30 gennaio e di sostenere le proteste contro il governo. Nel  documento sono riportati sei casi di violenze messi in atto dal NISS dal 30  gennaio al 16 febbraio, ma Sudan Democracy First Group ricorda che, in passato,  queste tipologie di crimini (molestie, stupri, violenze e aggressioni sessuali)  sono state già ampiamente perpetrati dal regime sudanese contro migliaia di  uomini e donne che hanno osato ribellarsi o semplicemente manifestare il proprio  dissenso. <a href="http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=10606&amp;IdModule=1" target="_blank">Leggi l&#8217;articolo su Nigrizia</a>.</p>
<p>L’accusa contro  la comunità internazionale da parte di Sudan Democracy First Group è senza mezzi  termini: la comunità internazionale non può chiudere gli occhi di fronte a  questi crimini sostenendo la pace e la stabilità nel paese sotto gli auspici  dell’NCP-il partito di El-Bashir- perché questo equivarrebbe a perpetrare le  violenze sessuali contro le donne e le ragazze in Sudan.</p>
<p>Campagna Italiana  per il Sudan sostiene gli appelli lanciati in questi giorni dalle organizzazioni  per la difesa dei diritti umani e invita tutti a diffondere il più possibile le  informazioni.</p>
<p>I testi degli  appelli citati e ulteriori approfondimenti e aggiornamenti sulla situazione  possono essere letti su:</p>
<p><a title="http://www.campagnasudan.it/" href="http://www.campagnasudan.it/">www.campagnasudan.it</a></p>
<p><a title="http://www.everyonegroup.com/" href="http://www.everyonegroup.com/">www.everyonegroup.com</a></p>
<p><a title="http://www.hrw.com/" href="http://www.hrw.com/">www.hrw.org</a></p>
<p><a title="http://www.nigrizia.it/" href="http://www.nigrizia.it/">www.nigrizia.it</a></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a title="http://www.nigrizia.it/" href="http://www.nigrizia.it/">www.sudantribune.com</a></span></p>
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		<title>Sudan: due referendum per decidere il futuro</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 13:54:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Campagna Sudan]]></category>
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		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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		<category><![CDATA[sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 9 gennaio il Sudan va alle urne. Leggi e ascolta gli approfondimenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il prossimo 9 gennaio, si svolgeranno in Sudan due importanti referendum che decideranno del futuro del Paese. Il primo interesserà i cittadini sud-sudanesi che saranno chiamati a <strong>decidere sull’indipendenza dei propri territori dal resto del Paese</strong>. In un’altra consultazione separata saranno invece gli abitanti della zona di Abyei, al centro del Paese, a dover decidere se rimanere sotto il controllo politico ed amministrativo del governo centrale di Khartoum oppure se legarsi al Sud Sudan.</p>
<p>Secondo le stime della Commissione per il Referendum (SSRC) erano circa 5 milioni i sud-sudanesi con diritto di voto riconosciuto ai residenti “permanenti” in Sud Sudan e a coloro che possono dimostrare l’appartenenza ad una tribù del Sud Sudan in base alla linea di discendenza.  Nelle scorse settimane si sono svolte le operazioni di registrazione dei votanti: circa <strong>3 milioni di cittadini si sono recati nei 2794 </strong>centri di registrazione per iscriversi alle liste elettorali e avere così accesso al voto referendario.</p>
<p><strong>Mani Tese da diversi anni è presente in Sudan</strong> con progetti di cooperazione e fin dal 1994 fa parte della Campagna Italiana per il Sudan che opera a sostegno del processo di pace e dei diritti umani attraverso progetti in loco e attività di informazione e sensibilizzazione in Italia.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Per approfondire:</strong></span></p>
<p><a title="Un voto che decide il futuro di D. Marani" href="http://www.manitese.it/immagini/news/pdf/Un_voto_che_decide_il_futuro.pdf" target="_blank">Leggi l’articolo di Diego Marani</a>, giornalista e curatore della newsletter della Campagna Sudan.</p>
<p><a title="Intervista a G. Sartor su Radio Radicale" href="http://www.manitese.it/immagini/news/multimedia/Intervista_Sartor_Interprete_internazionale_Radio_radicale_12-11-2010.mp3" target="_blank">Ascolta l’intervista a Giovanni Sartor</a>, responsabile Africa di Mani Tese, rilasciata alla trasmissione <em>L&#8217;Interprete Internazionale</em> di Radio Radicale.</p>
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		</item>
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		<title>Il Sudan al bivio</title>
		<link>http://www.manitese.it/2010/non-c%e2%80%99e-tempo-da-perdere-il-sudan-al-bivio/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 12:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Secondo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Hermannsburg]]></category>
		<category><![CDATA[sudan]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan Forum]]></category>

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		<description><![CDATA[Il documento finale dei partecipanti alla Conferenza sul Sudan di Hermannsburg, in Germania]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Fonte:</em> Newsletter 60 <a href="http://www.campagnasudan.it/" target="_blank">Campagna italiana per il Sudan</a></p>
<p style="text-align: justify;">Il 25-27 giugno a Hermannsburg, in Germania, si è tenuto l&#8217;ormai tradizionale seminario internazionale sul Sudan Organizzato da <strong>Sudan Forum e Sudan Ecumenical Forum/</strong> <strong>Sudan Focal Point-Europe</strong>, una rete di associazione laiche e religiose della società civile. Il tema di  quest&#8217;anno era dedicato alla attuale <strong>fase di transizione del Sudan</strong>: dopo le elezioni, verso i referendum e le consultazioni popolari, con particolare attenzione alle paure e speranze della popolazione sudanese.</p>
<p>Riportiamo la versione integrale del <strong>documento finale firmato a nome dei partecipanti e degli organizzatori, Hermannsburg, Germania, 27 giugno, 2010.<br />
</strong><strong>Marina Peter</strong>, Sudan Forum e.V., SEF/SFP-E</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Noi, 150 partecipanti alla Conferenza sul Sudan provenienti da 16 Paesi, in rappresentanza della società civile sudanese e delle parti politiche, organizzazioni di ispirazione religiosa sudanesi e non sudanesi, organizzazioni non governative ed istituzioni, governi e agenzie governative, dopo una lunga e franca discussione sulla situazione socio-politica attuale e sui possibili scenari futuri, e in particolar modo sui preparativi in vista dei prossimi referendum e delle consultazioni popolari nonché della situazione in Darfur, affermiamo che questo è un momento storico per il Sudan. Il paese non sarà più lo stesso dopo i prossimi mesi, che sono cruciali per il suo futuro.</p>
<p>Consapevoli del fatto che mancano solamente 158 giorni ai referendum ad Abyei e nel Sud Sudan e alle consultazioni popolari nel Sud Kordofan e nel Blue Nile, allarmati per la situazione umanitaria in vaste zone del paese, consci della necessità di far tesoro dell’esperienza delle recenti elezioni e preoccupati per la mancanza di un processo di autentica trasformazione democratica nonché, ancora una volta, dei continui scontri e del peggioramento delle condizioni umanitarie in Darfur, ci impegniamo e invitiamo tutti i soggetti interessati, i governi, le parti politiche e le organizzazioni della società civile dentro e fuori dal paese, a mettere al centro dell’attenzione i cittadini, i loro diritti e la loro sicurezza e a metter in moto tutte le misure possibili per assicurare una transizione e un futuro pacifici per tutta la gente del Sudan.</p>
<p>Chiediamo al governo del Sudan di fermare i bombardamenti aerei e tutte le forme di violenza che colpiscono i civili in Darfur e di facilitare in tutti i modi possibili il lavoro delle agenzie umanitarie. Chiediamo alle parti in conflitto di rispettare i diritti umani e le norme umanitarie internazionali, di metter fine ai sequestri di persona e a tutto quello che mette a rischio gli operatori umanitari e i peacekeepers. Chiediamo al governo del Sudan e ai gruppi armati in Darfur di portare avanti un autentico dialogo e di coinvolgere la società civile, compresi gli sfollati, attraverso la loro partecipazione al processo di pace. Raccomandiamo ai mediatori di non ripetere gli errori commessi durante il fallito processo di pace ad Abuja, mantenendo una assoluta neutralità; di riconquistare e consolidare la fiducia e di non concludere accordi separati con le singole parti in conflitto. Nell’interesse del processo di pace in Darfur, ma anche nell’interesse di qualsiasi colloquio di pace dovunque e in qualsiasi momento, chiediamo all’Unione Africana e alle Nazioni Unite di assicurare il libero passaggio e lo spostamento di tutte le parti che partecipano ai negoziati.</p>
<p>Constatiamo con preoccupazione, che il processo delle consultazioni popolari potrebbe non soddisfare le aspirazioni della popolazione del Sud Kordofan e del Blue Nile, che la gente nei due Stati è poco informata sul processo stesso e che la legge non prevede alcun meccanismo di arbitrato nel caso in cui percepisca che le sue opinioni  non sono tenute in dovuta considerazione.</p>
<p>Siamo allarmati per il fatto che i preparativi per i referendum ad Abyei e nel Sud Sudan sono molto in ritardo  e il tempo sta passando velocemente. Raccomandiamo ai partners del Cpa, il Ncp (National Congress Party) lo Splm (Sudan People’s Liberation Movement) di istituire immediatamente le Commissioni referendarie e tutti gli altri istituti necessari a realizzare i referendum. Riconosciamo il valore della Task Force congiunta e il processo che è appena iniziato, sotto gli auspici dell’Unione africana e supportato dalla Norvegia, di negoziazione degli arrangiamenti post-referendari e invitiamo le parti ad assicurare un processo trasparente ed aperto, a tenere informati i cittadini in modo da permettere in particolare a coloro che hanno diritto al voto nei referendum di fare una scelta consapevole.</p>
<p>L’informazione dei cittadini che hanno diritto al voto e un corretto monitoraggio internazionale di tutto il processo referendario, a cominciare dalla registrazione dei votanti, sono elementi chiave per la conduzione dei referendum in modo pacifico ed è necessario far tesoro dell’esperienza del recente processo elettorale. Chiediamo a tutti i soggetti coinvolti di garantire un tempestivo, libero e trasparente processo di autodeterminazione e di rispettarne i risultati. Il petrolio è un elemento chiave per gli accordi post-referendum. Qualsiasi siano i risultati, bisognerà urgentemente affrontare le gravi problematiche ambientali che hanno serie conseguenze per gli esseri umani e per il bestiame, il risarcimento per la perdita di terre e proprietà, e la trasparenza dei contratti.</p>
<p>Sottolineiamo anche con preoccupazione la mancanza di progetti di sviluppo e il peggioramento della situazione umanitaria in molte zone del Sudan, circostanze che costituiscono un ulteriore ostacolo per un futuro di pace. Raccomandiamo ai governi in Sudan, alle ong internazionali e nazionali, di far fronte ai bisogni della popolazione con uno sforzo coordinato, con programmi flessibili e di lungo termine, seguiti dall’implementazione di attività concrete, basati su un’adeguata analisi dei bisogni, delle risorse umane, del contesto sociale e con un pieno coinvolgimento delle comunità locali.</p>
<p>Qualsiasi sforzo sarà vano se non verrà data alla gente del Sudan l’opportunità  di costruire veramente la pace, di riconciliarsi di curare i traumi, e di decidere del proprio futuro. Chiediamo tutto il supporto necessario per permettere la realizzazione di questi processi, che potranno condurre ad un autentico pacifico e giusto percorso di costruzione dello stato&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">SCARICA LA <a href="http://www.manitese.it/immagini/news/pdf/60 Newsletter 1 luglio 2010.pdf" target="_blank">NEWSLETTER n.60</a> di Campagna italiana per il Sudan</p>
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		<title>Rapporto Ecos &#8211; Sudan</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 08:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[compagnie petrolifero]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[ecos]]></category>
		<category><![CDATA[sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[ECOS pubblica un rapporto sulle violazione dei diritti umani in Sudan dopo la firma di un contratto per lo sfruttamento del petrolio tra il governo nazionale e un consorzio di compagnie petrolifere, che ha causato la morte di migliaia di persone, 200,000 sfollati e numerose altre atrocità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>ECOS richiama l’attenzione sulla necessità di un’indagine sulle compagnie petrolifere per possibili violazioni dei diritti umani in Sudan</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
ECOS <a href="http://www.ecosonline.org/" target="_blank">(European Coalition on Oil in Sudan)</a>, rete europea di organizzazioni che monitorano la situazione dei diritti umani e dello sfruttamento delle risorse petrolifere in Sudan, ha presentato oggi a Stoccolma un <strong>rapporto in cui chiede l’avvio di un’indagine sul ruolo giocato da un consorzio di compagnie petrolifere nel conflitto sudanese e sulla loro possibile complicità nei crimini di guerra e contro l’umanità.</strong></p>
<p>Il rapporto fa riferimento alla spirale di crimini e violenze, contro le popolazioni locali, che si è innescata (nell’area del blocco 5A nel Sud Sudan,) dopo la firma di un contratto per lo sfruttamento del petrolio tra il governo nazionale e un consorzio di compagnie petrolifere di cui fanno parte la Lundin Oil AB (Svezia), Petronas Carigali Overseas  (Malaysia), OMV Sudan Exploration GmbH (Austria), Sudapet Ltd (Sudan). Le violenze, provocate dal governo sudanese e dalle forze a lui alleate per garantire la sicurezza e il controllo della suddetta area, avrebbero causato la <strong>morte di migliaia di persone, 200,000 sfollati e numerose altre atrocità</strong> (distruzione di scuole, mercati, cliniche, violenze sessuali e rapimenti di bambini, torture, incendi di cibo, capanne e animali). Nel rapporto si legge che le compagnie petrolifere avrebbero dovuto essere a conoscenza degli abusi commessi, anche perché in parte servivano a garantire la loro sicurezza, ma nonostante ciò hanno continuato a lavorare con il governo, con le agenzie governative e con l’esercito.</p>
<p><strong>ECOS chiede ora ai governi di Svezia, Austria e Malesia di indagare se secondo il diritto internazionale le loro compagnie petrolifere sono state complici nei crimini di guerra e contro l’umanità nel periodo tra il 1997 e il 2003.</strong></p>
<p>ECOS richiede anche che le compagnie petrolifere risarciscano i sopravissuti alle violenze.</p>
<p>Lundin, capofila del consorzio, nega di aver violato le norme del diritto internazionale o di aver partecipato o di essere a conoscenza delle azioni illegali che sono documentate nel rapporto. Afferma anche che ha sempre agito nel rispetto di tutte le leggi locali ed internazionali in vigore e che le sue azioni sono state e continuano a cercare di avere un’influenza positiva sul Paese e sulla popolazione sudanese.</p>
<p>Per promuovere una pace e una giustizia reale per le vittime della guerra del petrolio nel blocco 5A, ECOS raccomanda vivamente che:</p>
<p>•    i governi di Svezia, Austria e Malasia indaghino sulle presunte violazioni delle norme internazionali da parte delle loro compagnie petrolifere;</p>
<p>•    i governi di Svezia, Austria e Malasia rendano conto del loro fallimento nella prevenzione delle presunte violazioni dei diritti umani e dei crimini internazionali;</p>
<p>•    i governi di Svezia, Austria e Malasia assicurino un appropriato risarcimento delle vittime delle violazioni dei diritti umani durante la guerra per il controllo delle aree petrolifere;</p>
<p>•    i garanti internazionali del CPA (Comprehensive Peace Agreement), assicurino l’implementazione del diritto ai risarcimenti già previsto nel CPA;</p>
<p>•    i membri del consorzio petrolifero che fa capo alla Lundin Oil AB mettano a disposizione tutti i documenti e collaborino pienamente alle indagini sul loro ruolo negli eventi sopra riportati;</p>
<p>•    i membri del consorzio petrolifero creino condizioni positive per una riconciliazione con le vittime, a partire da una giusta ripartizione del risarcimento che ECOS stima intorno 300 milioni di US$;</p>
<p>•    gli investitori tolgano i finanziamenti alle compagnie petrolifere che non collaborano con le indagini sulla complicità nei crimini internazionali o che vengano meno ai risarcimenti secondo i termini e le condizioni previsti dal CPA e dalle linee guida delle Nazioni Unite.</p>
<p>Il report è disponibile sul sito di <a href="http://www.ecosonline.org/" target="_blank">ECOS</a> www.ecosonline.org</p>
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		<title>Darfur: si è tornati a combattere</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 13:35:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Campagna Sudan]]></category>
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		<description><![CDATA[In Darfur si è tornati a combattere, dopo una pausa che ha coinciso con le elezioni di aprile e dopo le promesse di un accordo di pace imminente. Nel frattempo sono ripresi gli scontri in Sud Sudan in seguito alle elezioni di aprile, i cui risultati sono stati contestati dal candidato indipendente George Athor Deng.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A metà maggio l’esercito di Khartoum ha dichiarato di aver conquistato le alture Jabel Moon, una delle roccaforti dei ribelli dello Jem; secondo l&#8217;esercito le operazioni militari hanno provocato la morte di oltre cento ribelli; lo Jem sostiene invece  di essersi ritirato – ancora in aprile -per scongiurare vittime civili.</p>
<p>Le Nazioni Unite nei giorni precedenti avevano confermato che da alcune settimane  esercito sudanese e ribelli combattono nella zona montuosa del Darfur settentrionale, al confine con il Ciad. Secondo la missione Onu/Ua in Darfur gli scontri «hanno provocato un numero imprecisato di morti e sfollati». Inoltre, visto che «la situazione della sicurezza nel Darfur settentrionale resta assai tesa» molti civili stanno abbandonando i campi per sfollati in cui vivevano da anni nel timore di una ripresa  del conflitto su vasta scala. Sia l’esercito regolare sudanese sia il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) stanno «rafforzando» i propri apparati militari in particolare nella zona di Shangil Tobaya.</p>
<p>Nel Darfur meridionale i combattimenti tra ribelli dello Jem e la polizia sudanese avrebbero causato una sessantina di morti, secondo il generale della polizia Mohamed Abdel Majid Al-Tayed: il 13 maggio i ribelli avrebbero attaccato un convoglio della polizia lungo la strada tra Al-Dha’ein e  Nyala.</p>
<p><strong>Lo Jem si ritira dai colloqui di pace</strong><br />
Dopo aver denunciato l’offensiva dell&#8217;esercito governativo, i ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) hanno sospeso la loro partecipazione ai negoziati in corso a Doha (in Qatar) mediati da Unione africana e Onu. Lo Jem accusa Khartoum di aver violato il cessate-il-fuoco in vigore da febbraio [vedi Newsletter 51 del 1 marzo 2010]. L’esercito sudanese ha a sua volta accusato lo Jem di aver violato gli accordi.</p>
<p><strong>Nuovi scontri in Ciad</strong><br />
In Ciad alla fine di aprile gruppi ribelli e soldati dell’esercito governativo si sono ripetutamente scontrati nell&#8217;Est del paese, al confine con il Darfur. I morti sarebbero oltre un centinaio. L’esercito avrebbe preso prigionieri almeno un’ottantina di ribelli. Fin dall&#8217;inizio (2003) la guerra in Darfur non è mai stata solo un problema interno sudanese ma anche un conflitto tra Ciad e Sudan, in cui la ribellione nell&#8217;est del Ciad contro N&#8217;Djamena rappresenta l&#8217;altro lato della ribellione in Darfur contro Khartoum.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sud Sudan / Tensioni dopo il voto</strong><br />
Nello stato di Jonglei il generale dell&#8217;esercito del Sud Sudan George Athor Deng, sconfitto nelle elezioni di aprile, non ha accettato il verdetto delle urne e si è ribellato contro il governo del Sud Sudan. Il generale, che si era presentato come candidato indipendente alla carica di governatore dello stato di Jonglei, è stato sconfitto dal candidato ufficiale dello Splm, Kuol Manyang Juuk. Athor ha accusato ll Splm di brogli.</p>
<p>I sostenitori di Athor in almeno quattro occasioni hanno scambiato colpi di arma da fuoco con i soldati governativi: il 30 aprile durante un attacco a una base dell&#8217;esercito sudsudanese sono stati uccisi otto soldati. Una decina di giorni dopo in un&#8217;altra sparatoria sono rimasti uccisi cinque sostenitori di Athor.</p>
<p>Athor ha anche “invitato” gli abitanti di Bor a lasciare la città, minacciando un&#8217;azione militare per occupare la stessa.</p>
<p><strong>Nuovi scontri interetnici</strong>. Ripetuti scontri tra gruppi armati dink e nuer in una zona al confine tra gli stati di Warrap e Unity, in Sud Sudan, hanno causato nella prima settimana di maggio almeno 24 morti. La causa degli scontri sarebbe stato il controllo di terreni per il pascolo. In base alle ricostruzioni fornite dagli abitanti della zona, gli scontri sono cominciati dopo che un gruppo di pastori di etnia nuer ha attaccato l&#8217;accampamento di una comunità dinka. Questo è però solo l&#8217;episodio più recente di una conflittualità tra le due etnie che negli ultimi due anni ha causato centinaia di morti.</p>
<p>Ormai è carestia. Il governo del Sud Sudan ha deciso di togliere le tasse da tutti i generi alimentari per cercare di contrastare la penuria di cibo nel paese. I ripetuti segnali di scarsità dei mesi scorsi si sono ormai trasformati in una carestia: secondo le stime del governo circa l&#8217;80% dei sudsudanesi sono a rischio-fame.
</p>
<p style="text-align: justify;">Leggi la <a href="http://www.campagnasudan.it/" target="_blank">Newsletter n. 57 di Campagna Sudan</a></p>
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		<title>Elezioni in Sudan: un primo bilancio</title>
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		<pubDate>Mon, 03 May 2010 08:06:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Campagna Sudan]]></category>
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		<category><![CDATA[sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[Vince con il 69% Omar Al Bashir]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: <a href="http://www.campagnasudan.it/" target="_blank">Campagna Italiana per il Sudan</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>2 maggio</em>- Lunedì scorso, con una decina di giorni di ritardo sulla data inizialmente prevista, sono stati diffusi i risultati ufficiali delle prime elezioni multipartitiche in Sudan dopo il colpo di stato del 1989 che aveva portato al potere il National Congress Party e l’attuale presidente. A una settimana di distanza se ne può trarre un primo bilancio.</p>
<p>Come previsto, <strong>Omar Al Bashir e Salva Kiir sono stati confermati rispettivamente presidente del Sudan con circa il 69% dei voti validi, e Salva Kiir presidente del Sud Sudan con circa il 93%</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sorpresa, però, in queste elezioni c’è stata: l’<strong>affermazione di Yaseer Arman</strong>, candidato dell’SPLM fino al ritiro, avvenuto alla vigilia del voto, e al <strong>boicottaggio delle elezioni presidenziali al Nord</strong>, con la denuncia di problemi logistici e amministrativi e di tentativi di brogli elettorali che facevano prevedere elezioni già predeterminate.<br />
Sul suo nome, rimasto sulle schede dal momento che erano già state stampate, <strong>sono affluite 2.193.826 preferenze, pari al 21,69% dei voti validi</strong>. Gli altri candidati di opposizione, alcuni dei quali ritiratisi dalla competizione come Arman, sono risultati decisamente staccati (il 3,92% il candidato del Popular Congress Party di Hassan El Turabi, l’1,93% quello del Democratic Unionist Party entrambi ancora in lizza; lo 0,96 l’Umma Party che invece si era ritirato).
</p>
<p style="text-align: justify;">Questo condiziona il dibattito post elettorale su questioni cruciali:</p>
<p>-    la formazione del nuovo governo, sul quale, all’interno del  NCP sembra si stiano misurando due linee, espresse da due influenti consiglieri del presidente: quella di Ghazi Salah Al Deen Al Attabani, che, a urne ancora aperte, aveva lanciato un ponte verso i partiti d’opposizione; e quella di Nafie Ali Nafie, vice presidente del NCP, che ha invece sostenuto una chiusura netta alle altre forze politiche; il dibattito deve essere ancora molto aperto se lo stesso Nafie prevede che il nuovo governo non potrà essere formato che tra parecchie settimane;</p>
<p>-    l’impegno dell’SPLM al Nord, dopo il referendum per l’autodeterminazione programmato per il prossimo gennaio, e l’eventuale, largamente prevista, secessione del Sud;</p>
<p>-    le prossime mosse dell’opposizione, ancora molto frammentata ma che sembra essere uscita dalla tornata elettorale con energie rinnovate, espresse dall’attivismo dei suoi esponenti sia all’interno che all’estero, e che sembra aver trovato in Arman una possibile e valida alternativa all’attuale presidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Analisti esperti dell’area si spingono a prevedere non pochi problemi per il prossimo governo e per il paese.</p>
<p>Il 30 aprile <strong>Africa Confidential</strong> (vol. 51, n. 9),  un bollettino informatissimo sulle dinamiche politiche dell’Africa Orientale, titola un suo dettagliato articolo sul clima post elettorale in Sudan: “<strong>I voti rubati hanno prodotto una vittoria vuota per Khartoum</strong>”, in cui sostiene, tra l’altro, che la <strong>mancanza di credibilità dei risultati nella comunità internazionale</strong> è molto più diffusa di quanto dicano le dichiarazioni ufficiali, volutamente morbide per non rischiare tensioni che potrebbero mettere in gioco il referendum previsto per il prossimo gennaio. Vedremo nei prossimi mesi se è stata una buona mossa per proteggere il referendum. Ma certamente il presidente Bashir non avrebbe raggiunto l’obiettivo di rafforzare la propria immagine internazionale messa in gioco dal mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bollettino n. 81 dell’<strong>International Crisis Group</strong>, (un autorevole centro di ricerca che lavora sul monitoraggio delle situazioni critiche e di conflitto), diffuso il 1 maggio, dice che <strong>nel paese è aumentato il rischio che la situazioni già problematica, possa peggiorare, in vista del referendum programmato per il prossimo anno</strong>, a causa delle mancata credibilità delle elezioni, e del mancato riconoscimento dei risultati da parte di molti partiti e candidatati di opposizione, sia al Nord che al Sud.</p>
<p style="text-align: justify;">La preparazione per l’importante e atteso appuntamento referendario sono comunque già cominciate: la delimitazione dei confini, ad esempio. Si sono però già verificate anche tensioni che hanno portato a scaramucce e veri e propri scontri armati.</p>
<p>Si può prevedere che i prossimi mesi non saranno facili in Sudan, anche se tutte le dichiarazioni delle autorità sudanesi sottolineano la volontà di rispettare i tempi e i risultati del referendum. Bisogna però ammettere che in Sudan l’adagio che recita “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” è particolarmente appropriato.</p>
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		<title>Elezioni in Sudan</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 07:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Secondo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono inziziate le operazioni di scrutinio delle schede delle elezioni in Sudan.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.campagnasudan.it/" target="_blank">Campagna italiana per il Sudan</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Informazioni e considerazioni in attesa dei risultati finali</strong><br />
<strong> </strong><br />
<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>17 aprile 2010</em>- In questo momento si stanno scrutinando le schede delle prime elezioni multipartitiche svoltesi in Sudan negli ultimi 24 anni. Lo scrutinio, come le operazioni di voto, si presentano particolarmente complesse in quanto si è votato contemporaneamente per tutti i livelli di rappresentanza: la presidenza e il parlamento nazionale; la presidenza e il parlamento dello stato semiautonomo del Sud, i governatori e i parlamenti degli stati federali, le località e le contee…<br />
In tutto, <strong>ai cittadini del Sud Sudan sono state consegnate 12 schede mentre a quelli del Nord Sudan 8</strong>; questo in un paese con tassi di alfabetizzazione tra la popolazione adulta altissimi, soprattutto al Sud, e che votava per la prima volta in un quarto di secolo. Testimonianze dicono che, per votare, ci sono voluti fino a 20 minuti a persona. Lo stesso Presidente del Sud, Salva Kiir, avrebbe sbagliato a scegliere l’urna giusta per una delle sue schede.<br />
I risultati definitivi sono previsti per il prossimo martedì, 20 aprile, ma indiscrezioni e proiezioni hanno cominciato a circolare appena le urne sono state ufficialmente chiuse, alle 18 di giovedì 15 aprile. Questi <strong>primi dati danno un’affluenza alle urne diversificata nelle varie zone del Paese, ma che si aggira tra il 54% e il 67% degli aventi diritto</strong>, cioè di coloro che si erano iscritti alle liste elettorali nello scorso dicembre. <strong>Le prime proiezioni vedono il Presidente uscente, Omar El Bashir, e il partito di governo, l’NCP, avviati ad una vittoria tanto schiacciante quanto annunciata. </strong></p>
<p>Le operazioni di voto, cominciate domenica 11 aprile, si sono prolungate fino a giovedì 15, cinque giorni invece dei tre inizialmente programmati. L’estensione si era resa necessaria a causa di innumerevoli problemi logistici e organizzativi verificatesi ai seggi elettorali, per altro ampiamente previsti dai partiti di opposizione e dagli osservatori internazionali del Centro Carter, gli unici che hanno monitorato tutto il processo elettorale fin dalle fasi iniziali, che avevano chiesto uno slittamento delle elezioni stesse. Ad urne chiuse, la commissione elettorale nazionale – NEC – ha annunciato che <strong>le elezioni saranno ripetute in alcune decine di collegi, a causa di irregolarità tali da renderle invalide</strong>.</p>
<p>Alcuni network della società civile sudanese impegnati nel monitoraggio delle operazioni di voto hanno raccolto  informazioni in alcune zone del paese e diffuso rapporti che hanno dato un quadro della situazione, parziale ma significativo.</p>
<p>La <strong>Sudanese Platform for Election</strong>, una rete di 36 associazioni, centri universitari e di ricerca attivi nell’educazione civica e nella formazione dei cittadini, hanno dispiegato 500 osservatori negli stati di Khartoum, Kassala, Gedaref e Geriza, nel Nord Sudan, e diffuso accurati rapporti quotidiani. Dal quello sul primo giorno risulta, tra l’altro, che:<br />
-    il 25% delle sezioni elettorali non erano segnalate e il resto spesso non era segnalato dalla bandiera della commissione elettorale nazionale, ma da altre;<br />
-    nel 15% delle sezioni mancava l’inchiostro per macchiare il dito di chi aveva già votato, cosa poco rilevante, comunque, dal momento che l’inchiostro usato spariva entro poche ore, permettendo, in teoria, alla stessa persona di votare numerose volte;<br />
-    il 48% delle sezioni sono state aperte in ritardo e molte non hanno rispettato l’orario di apertura previsto;<br />
-    la ritardata apertura è stata causata in molti casi dall’aver ricevuto materiale elettorale di altri collegi;<br />
-    nel 41% delle sezioni la segretezza del voto non è stata garantita, a causa della mancanza di spazio o della collocazione delle cabine;<br />
-    nel 26% dei casi si è svolta propaganda elettorale nelle vicinanze, e perfino all’interno, delle sezioni elettorali, in contravvenzione alla legge elettorale del 2008;<br />
-    nel 5% dei casi gli osservatori nazionali, nel 4% i rappresentanti di lista, nel 6% i giornalisti sono stati fatti uscire dalle sezioni con diverse motivazioni<br />
-    in parecchi casi ai rappresentanti di lista non è stato permesso di presidiare le urne durante la notte.</p>
<p>Situazione analoga viene descritta dal <strong>Sudan Domestic Election Monitoring and Observation Programme</strong> per quanto riguarda il Sud Sudan, l’unica parte del paese in cui si sarebbero avuti anche episodi di violenza, denunciati sia dal partito del presidente, l’NCP, sia da candidati indipendenti e di partiti di minoranza del Sud. Tali episodi sono categoricamente, e negati dal partito di governo del Sud, l’SPLM.</p>
<p>Il rapporto dell’<strong>African Centre for Justice and Peace Studies</strong>, afferma che anche nel terzo giorno di elezioni sono continuati gli stessi problemi logistici, violazioni della legge elettorale e manipolazioni della volontà dei votanti già segnalati nei giorni precedenti.<br />
Nel lungo e circostanziato elenco hanno una particolare rilevanza gli <strong>episodi riportati per il Darfur</strong>:<br />
-    un candidato in West Darfur si sarebbe ritirato dopo aver constato che un migliaio di non sudanesi erano nelle liste elettorali della sua circoscrizione<br />
-    numerosi problemi si sarebbero verificati con i simboli riportati sulle schede, tanto che perfino il candidato governatore del Sud Darfur per il partito del presidente, l’NCP, non avrebbe trovato il suo sulle schede di numerose sezioni<br />
-    l’accesso al voto sarebbe stato reso impossibile in numerose circostanze: i janjaweed avrebbero preso d’assalto una sezione in El Genina capoluogo del Darfur Occidentale; in alcune località le operazioni elettorali sarebbero cominciate solo il terzo giorno; in alcuni grossi campi per sfollati (Abu Shouk e Zam Zam) le elezioni sarebbero state boicottate.</p>
<p>In questo panorama molte sono le preoccupazioni espresse da eminenti personalità sudanesi e gli appelli alla comunità internazionale.</p>
<p>Il segretario generale del Consiglio delle chiese del Sudan, che raggruppa tutte le confessioni cristiane, il presbiteriano <strong>Ramadan Chal Liol </strong>in una dichiarazione rilasciata il 14 aprile, ad urne ancora aperte, dice chiaramente che “il punto di vista della Chiesa è che l’intero processo elettorale è tale da non poter essere descritto come libero e imparziale”, e aggiunge che il boicottaggio dei partiti che avrebbero potuto competere con il NCP ha molto diminuito l’interesse per le elezioni tra la gente, mentre <strong>monsignor Paolino Lukudu</strong>, arcivescovo di Juba, sottolinea il fatto che queste elezioni sono un buon esercizio in vista del referendum per l’autodeterminazione che si svolgerà il prossimo anno. Il vescovo ausiliare di Khartoum, <strong>monsignor Daniel Adwok</strong>, dal canto suo, in un’intervista ad una Ong cattolica, esprime la preoccupazione che, al momento della proclamazione dei risultati, possano nascere tensioni dovute agli interrogativi sullo svolgimento delle operazioni elettorali.</p>
<p>In effetti, due tra i maggiori partiti di opposizione che avevano deciso di competere, il <strong>Popular Congress Party </strong>di Hassan El Turabi, e il <strong>Democratic Unionist Party</strong> di Mohamed Osman Al Mirghani, hanno già annunciato che <strong>non accetteranno i risultati di queste elezioni che hanno definito, senza mezzi termini, fraudolente</strong>.</p>
<p>E la <strong>comunità internazionale</strong>? Il Centro Carter e la capo delegazione degli osservatori europei, Veronique de Keyser, hanno messo le mani avanti: certamente le elezioni sudanesi non hanno raggiunto gli standard internazionali previsti ma bisogna riconoscere che l’<strong>appuntamento elettorale è un passo importante per la realizzazione degli accordi di pace</strong>. Il che significa, probabilmente, che, se non si verificheranno altri problemi durante lo spoglio, verranno riconosciute come valide, in forza della necessità di portare a compimento quanto sottofirmato negli accordi di pace. Certo, dicono gli osservatori internazionali, qui si parla di forma, la forma sottoscritta negli accordi di pace.<br />
Il vescovo Daniel Adwok, nell’intervista già citata, si chiede se un simile modo di condurre le elezioni non possa aver fatto perdere alla gente fiducia nel processo politico come modalità di risoluzione dei problemi del paese. E’ una preoccupazione grave, condivisa da molti esponenti della società civile e del mondo accademico sudanese, i quali si aspettavano dalla comunità internazionale un appoggio anche sulla sostanza, che è la messa in moto del processo di democratizzazione del paese, anche questo sottoscritto negli accordi di pace del 2005, di cui queste elezioni avrebbero dovuto essere un caposaldo.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Elezioni Sudan</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 08:38:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[Dense nuvole si addensano sulle elezioni in Sudan]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dense nuvole si addensano sulle elezioni in Sudan</strong><br />
<em>2 aprile 2010</em></p>
<p>La notte fra il 31 marzo e l’1 aprile, a 10 giorni dall’apertura delle urne, l’<strong>SPLM </strong>(l’ex movimento di liberazione del Sud ora associato al governo di unità nazionale) <strong>ha annunciato il ritiro del suo candidato, Yasser Arman, dalla corsa per il posto di presidente</strong>. Arman, che fino a ieri era il maggior contendente del Presidente Al Bashir, (salito al potere nel 1989 con un colpo di stato militare) alle prime elezioni multipartitiche organizzate in Sudan da 25 anni a questa parte, ha dichiarato in un’intervista ad Al Jazeera che <strong>la decisione è dovuta a numerose irregolarità nel processo elettorale e alla situazione in Darfur</strong>, ancora così instabile da non consentire  una consultazione minimamente credibile.</p>
<p>Il primo di aprile <strong>anche i maggiori partiti di opposizione e alcune associazioni rappresentative di gruppi sociali numerosi hanno annunciato il loro ritiro dalla competizione elettorale</strong>, diffondendo un documento articolato in cui denunciano irregolarità, chiedono che siano riviste e allineate con la costituzione vigente le leggi elettorali e quelle sulle libertà politiche e civili, sconfessano l’operato dell’attuale commissione elettorale e chiedono che ne sia insediata una nuova, davvero indipendente, in modo da poter tenere le elezioni nel prossimo novembre.</p>
<p>Queste decisioni, le dichiarazioni che le hanno giustificate e le loro conseguenze, hanno reso incandescente un clima già sufficientemente surriscaldato. Molte erano già state le accuse al partito del presidente, l’NCP, di usare le risorse governative e gli apparati di sicurezza per controllare e blindare le elezioni, a partire dall’iscrizione nelle liste elettorali, per finire alla stampa delle schede per l’elezione presidenziale, assegnata dalla commissione elettorale ad una tipografia notoriamente riconducibile proprio all’NCP, aprendo così la strada a possibili brogli. Nelle ultime settimane<strong> diversi rapporti di organizzazioni e centri studi internazionali </strong>(Human Rights Wacth, Rift Valley Institute, International Crisis Group, tutti consultabili dal web) <strong>hanno denunciato la violazione dei diritti umani, politici e di cittadinanza compiuti nel periodo elettorale</strong>, tanto che un autorevole analista della situazione sudanese, Fouad Hikmat, ha dichiarato che “non esiste il contesto legale necessario per elezioni libere e credibili” sottolineando che “la comunità internazionale deve riconoscere che, chiunque vincerà, mancherà di legittimità”.</p>
<p>In questa situazione gli <strong>osservatori internazionali avevano chiesto che le elezioni venissero fatte scivolare di qualche settimana, per consentire almeno una migliore organizzazione logistica</strong>, ma si erano sentiti minacciare di espulsione.<br />
Anche alcuni partiti di opposizione e i movimenti del Darfur avevano ripetutamente avanzato la richiesta di un rinvio delle elezioni, ma il presidente Bashir l’aveva sempre respinto con forza, minacciando, come ritorsione, di rivedere le posizioni del suo partito sul referendum di autodeterminazione del Sud.. A più riprese, infine, era stata ventilata dall’opposizione l’ipotesi del boicottaggio, come risposta alla mancanza di garanzie sul corretto svolgimento del processo elettorale. Non si può dunque dire che la tempesta degli ultimi due giorni sia arrivata come un fulmine a ciel sereno.</p>
<p>Tensioni e polemiche erano comunque da mettere in preventivo, dal momento che<strong> la posta in gioco in queste elezioni è molto alta, e sembra piuttosto lontana dallo spirito che aveva portato alla firma degli accordi di pace</strong>: cioè assicurare la messa in moto di un processo democratico che garantisse l’unità del paese e l’uguaglianza di diritti a tutti i suoi cittadini. Da una parte c’è invece la necessità di El Bashir di riaffermare il suo potere sul paese, di legittimare il suo governo nei confronti della comunità internazionale e di uscire, con una vittoria schiacciante, dall’angolo in cui è stato messo dal mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità spiccato l’anno scorso contro di lui dalla Corte Penale Internazionale. Dall’altra c’è la necessità dell’SPLM di garantire lo svolgimento del referendum per l’autodeterminazione del Sud, legittimando pienamente un’eventuale, e probabile, secessione.</p>
<p><strong>I prossimi giorni saranno certamente cruciali per il futuro del Sudan</strong>.<br />
Ci diranno se e come le elezioni si svolgeranno l’11,12 e 13 aprile, come previsto, oppure se saranno rimandate, come chiesto dall’opposizione. Ci diranno anche come si ridisegneranno i rapporti di forza all’interno delle forze politiche, e in particolare del partito del Presidente, cosa non di poco conto per il raggiungimento degli obiettivi posti dagli accordi di pace. E infine chiariranno il <strong>ruolo della comunità internazionale, che finora non sembra aver giocato con sufficiente autorevolezza il ruolo che le compete nel garantire la messa in moto del processo di democratizzazione del paese</strong>, sottofirmato dai due contendenti negli accordi di pace del 2005.</p>
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		<title>Darfur: accordo tra governo e Jem</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 09:47:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[accordo di pace]]></category>
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		<category><![CDATA[sudan]]></category>

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		<description><![CDATA[Il governo sudanese e lo Jem avviano negoziati di pace]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: newsletter n.51 <a href="http://www.campagnasudan.it/" target="_blank">Campagna Sudan</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Darfur / Governo e Jem firmano un accordo per la pace</strong><br />
Il governo sudanese e lo Jem (Movimento per la giustizia e uguaglianza, uno dei principali gruppi armati che combattono in Darfur contro Khartoum) il <strong>23 febbraio hanno firmato un accordo a Doha, in Qatar, grazie alla mediazione di Unione africana e Lega araba</strong>.<br />
L&#8217;accordo prevede un immediato <strong>cessate il fuoco, l’annullamento di oltre un centinaio di condanne a morte nei confronti di ribelli, un programma di integrazione dei miliziani dello Jem nell’esercito sudanese e l’avvio di negoziati per una pace definitivi </strong>che dovrebbero condurre alla firma di un documento finale entro il 15 marzo.<br />
Il 24 febbraio il Consiglio di sicurezza dell’Onu e l’Organizzazione della conferenza islamica hanno comunicato giudizi positivi sull’accordo. Secondo l’Onu, l&#8217;intesa deve ora essere applicata «in tempi rapidi» e «completamente». Secondo l’Oci lo «storico» accordo può recare «una pace stabile» nella regione.<br />
Il ministro di giustizia del Sudan, Abdel Basit Sabdarat ha annunciato la <strong>liberazione di 57 esponenti dello Jem detenuti nel carcere di Kober, alla periferia di Khartoum; 50 di loro erano condannati a morte</strong>. Contemporaneamente lo Jem ha liberato una cinquantina di soldati dell&#8217;esercito di Khartoum precedentemente catturati.<br />
L’Esercito di liberazione del Sudan (Sla) guidato da Abdel Wahid al-Nur,  l’altro importante movimento di opposizione armata in Darfur, non ha mai aperto spiragli di trattativa con il governo e non ha firmato il documento. Anzi ha denunciato che nella regione montagnosa del Jebel Marra e in particolare nella cittadina di Deribat, nel Darfur settentrionale, nella seconda metà di febbraio  alcuni attacchi dell&#8217;esercito governativo a postazioni ribelli hanno causato decine di morti, molti dei quali civili. L’organizzazione umanitaria francese Médecins du monde (Mdm), attiva nell&#8217;area, ha confermato l&#8217;attacco e per motivi di insicurezza ha sospeso le attività. Le forze armate di Khartoum hanno attaccato  via terra anche con artiglieria pesante; inoltre ci sono state incursioni aeree.<br />
Oltre al presidente sudanese Omar el Bashir, nella capitale del Qatar  hanno assistito alla firma dell&#8217;accordo anche Idriss Deby e  Isaias Afeworki, presidenti rispettivamente di Ciad ed Eritrea. La loro presenza testimonia la complessità anche regionale della guerra in Darfur. Molti analisti considerano che il riavvicinamento diplomatico avvenuto tra Ciad e Sudan [vedi Newsletter 50 del 15 febbraio 2010] sia stato un requisito essenziale per arrivare all&#8217;accordo tra Jem e governo di Khartoum<br />
<strong>Il processo di pace in Darfur è anche legato alle cruciali elezioni nazionali previste in aprile. </strong><br />
Dopo la firma dell&#8217;accordo Bashir si è recato a El Fasher, capitale del Nord Darfur, dove ha dichiarato: «La guerra in Darfur è terminata, la regione adesso è in pace e può cominciare il suo cammino sulla via dello sviluppo».<br />
La fase cruenta di un conflitto latente che si trascinava da anni era scoppiata nel 2003. Bashir ha aggiunto: «In Darfur ci sarà la pace prima delle elezioni» che sono programmate per aprile. Khalil Ibrahim, leader dello Jem.  potrebbe avere un incarico di primo piano nel governo e nell’amministrazione della regione occidentale del Darfur.<br />
Alcuni analisti attribuiscono l’accordo raggiunto con lo Jem a un riavvicinamento del partito del presidente Bashir con l’opposizione di Hassan al Turabi, un tempo alleato di Bashir e fondatore del Partito del congresso popolare (Pcp) ritenuto vicino alla ribellione e in particolare allo Jem.<br />
Lo Jem nel maggio 2008 aveva portato la guerra del Darfur  fino a Khartoum, attraverso un attacco armato contro Omdurman, città gemella della capitale situata sulla sponda opposta del Nilo, in cui erano morte circa 200 persone.<br />
<strong>Molti si interrogano sull’efficacia della firma dell’accordo per risolvere la situazione sul terreno: l&#8217;accordo infatti non include tutti i ribelli che combattono il governo di Khartoum</strong>; il rischio è che possa ripetersi quanto avvenuto nel 2006 con la firma del Darfur Peace Agreement, un accordo che era stato presentato come una pace complessiva per il Darfur ma che in realtà aveva coinvolto solo una parte della ribellione, mentre altri gruppi hanno continuato a combattere.<br />
Una ricostruzione dettagliata e un&#8217;analisi della guerra in Darfur si può leggere in italiano nel libro &#8220;D<em>arfur. Geografia di una crisi &#8220;</em> ed. Altreconomia</p>
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