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	<title> &#187; CRBM</title>
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		<title>La Banca europea fuori da Gibe3</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 10:42:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>

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		<description><![CDATA[La BEI ha dichiarato che non è più coinvolta nel progetto della diga]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">fonte: <a href="http://www.crbm.org/" target="_blank">Campagna per la riforma della banca mondiale</a></p>
<p style="text-align: justify;">LA BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI SI TIRA FUORI DA GIBE 3.<br />
E L’ITALIA CHE FA?
</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Roma, 21 luglio 2010</em> – <strong>La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha ufficialmente dichiarato che non è più coinvolta in alcun modo nel progetto della diga di Gibe 3</strong>, in Etiopia. L’istituzione ha fatto presente che, dopo aver condotto delle valutazioni preliminari dal punto di vista tecnico e sugli impatti socio-ambientali, non ha intenzione di continuare l’iter previsto per la concessione di un prestito. La Banca ha però affermato che la sua decisione non è dovuta ai risultati di questa serie di rapporti, ma solo <strong>in considerazione del fatto che “il governo etiope ha trovato fonti alternative di finanziamento”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Val la pena di ricordare che la banca era stata costretta ad elaborare studi indipendenti grazie alle forti pressioni della società civile (www.stopgibe3.org) e delle comunità locali del Lago Turkana  che ritengono che la diga affamerà mezzo milione di persone in Kenya ed Etiopia.  <strong>La BEI si rifiuta però di rendere pubblici i risultati di questi studi che alcune fonti riferiscono essere negativi</strong>.  CRBM recentemente ha presentato un ricorso alle autorità competenti per rendere pubbliche le informazioni contenute in questi studi finanziati con i soldi dei cittadini europei.</p>
<p style="text-align: justify;">“Rifiutandosi di criticare apertamente il progetto e di proporre al governo etiope progetti alternativi, la <strong>BEI dimostra di non esser capace di promuovere lo sviluppo sostenibile in Africa e di fatto ha aperto una strada in discesa all&#8217;entrata dei cinesi</strong>&#8221; ha dichiarato <strong>Caterina Amicucci</strong> della CRBM. “ Adesso ci aspettiamo che anche il ministro degli Esteri italiano prenda finalmente atto dell’inadeguatezza di Gibe 3 e che di conseguenza la nostra cooperazione non stacchi nessun assegno plurimilionario per l’opera, come invece era stato fatto nel 2004 per Gibe 2 con un prestito di ben 220 milioni di euro” ha aggiunto la Amicucci.</p>
<p style="text-align: justify;">Gibe 2 è stata inaugurata a inizio 2010 proprio alla presenza del ministro Franco Frattini, ma ha sospeso le attività due settimane dopo a causa di un crollo di una parte del tunnel di collegamento. La BEI aveva finanziato anche Gibe II affidandosi esclusivamente agli studi prodotti dal promotore. La costruzione di Gibe 2 e di Gibe 3 fa capo alla compagnia italiana Salini.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggi anche: <a href="http://stopgibe3.it/" target="_blank">www.stopgibe3.it</a></p>
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		<title>Vertice G8-G20 Toronto, Canada</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 07:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Secondo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>
		<category><![CDATA[G20]]></category>
		<category><![CDATA[G8]]></category>
		<category><![CDATA[toronto]]></category>

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		<description><![CDATA[Al via i vertici internazionali G8 e G20]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.crbm.org/" target="_blank">Campagna per la riforma della Banca mondiale</a> &#8211; CRBM</p>
<p><strong>25-27 GIUGNO 2010</strong><br />
Durante l&#8217;ultimo vertice di Pittsburgh, il G20 si è auto-nominato il coordinatore dell&#8217;economia mondiale. Il processo che riunisce le venti maggiori economie del Pianeta è rapidamente diventato centrale per <strong>comprendere e decidere le politiche dei governi, gli indirizzi dati all&#8217;economia e alla finanza internazionale, le risposte del pubblico alla peggiore crisi degli ultimi decenni.</strong></p>
<p>D&#8217;altra parte, non molto si sa nel concreto su come funziona il G20 e quali siano le principali tematiche in agenda. In occasione dell&#8217;appuntamento del G20 di Toronto, proviamo a <strong>pubblicare alcune brevi schede per riassumere le questioni più importanti all&#8217;attenzione dei governi che partecipano al vertice e lo stato dell&#8217;arte sulle diverse proposte</strong>.<br />
La speranza è che questo nostro sforzo possa aiutare a meglio comprendere il funzionamento di un organismo le cui decisioni, volenti o nolenti, impattano direttamente sulle vite di tutti noi.</p>
<p>Nota: i <strong>membri del G20 sono</strong>: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa, Turchia, Usa, e l&#8217;Unione Europea (tramite la Commissione UE). Partecipano inoltre ai lavori i rappresentanti di FMI, Banca mondiale, Financial Stability Board, Ocse e OIL. Il Paese organizzatore può inoltre estendere l&#8217;invito ad altre nazioni selezionate.</p>
<p><strong>Storia e governance</strong><br />
Il G20 nasce all&#8217;indomani della crisi che colpisce il Sud–Est Asiatico nel 1997–98. La crisi si estende rapidamente a Paesi anche molto lontani (Brasile, Messico, Russia). Emerge la necessità di un coordinamento in materia economica e finanziaria che vada ben al di là del G8.</p>
<p>Il G20 non ha uno status o un mandato definito, né un suo segretariato. Fino a pochi anni fa le riunioni sono state essenzialmente tecniche e a livello ministeriale. Con lo scoppio della recente crisi finanziaria, il processo subisce una brusca accelerazione. Dal 2008 i vertici coinvolgono direttamente i capi di stato e di governo, e si moltiplicano: Washington a novembre 2008, Londra aprile 2009, Pittsburgh a settembre 2009, Toronto a giugno 2010, per poi spostarsi a Seul a novembre e in Francia nel 2011.</p>
<p>Se il G8, spesso chiamato “il club dei ricchi”, è sempre stato al centro delle critiche delle reti della società civile per la mancanza di legittimità e di democrazia, è generalmente riconosciuto che il <strong>G20 rappresenta un passo in avanti. Partecipano ai lavori le più importanti economie emergenti, tutti i continenti sono presenti almeno con uno Stato, nel loro complesso i Paesi del G20 rappresentano circa i due terzi della popolazione mondiale e oltre l&#8217;80% del PIL del Pianeta</strong>.</p>
<p>Nello stesso momento, rimangono alcune questioni cruciali riguardo la legittimità, lo status internazionale, la rappresentanza.  Il G20 non ha ricevuto nessun mandato dalla maggioranza delle nazioni del pianeta. Diversi osservatori sottolineano come l&#8217;unico forum internazionale legittimato a prendere decisioni dovrebbe essere il “G192”, ovvero l&#8217;ONU. Al contrario, in maniera esplicita nel documento finale del summit di Pittsburgh, il G20 si auto-nomina in qualche modo controllore dell&#8217;economia mondiale, affidando compiti specifici alle principali istituzioni internazionali, dal FMI in poi.</p>
<p>Lo stesso ruolo centrale affidato dal G20 alle istituzioni di Bretton Woods e al FMI in particolare hanno suscitato notevoli critiche, visto che gli stessi Paesi del G8 da sempre guidano le decisioni e le politiche di queste istituzioni. Negli ultimi anni è stato avviato un timido processo di riforma della loro governance, ma lo spostamento del 3% dei voti dalle nazioni del Nord a quelle del Sud nella Banca mondiale e del 5% nel FMI appaiono del tutto insufficienti. <strong>La maggioranza delle nazioni del pianeta continua a essere totalmente esclusa</strong>, tanto dal G20, quanto da FMI, Banca mondiale, e dagli altri luoghi chiamati a decidere il futuro assetto della finanza mondiale,</p>
<p><strong>L&#8217;agenda del vertice</strong><br />
Da due anni a questa parte il G20 si riunisce a livello di capi di Stato e di governo per elaborare delle <strong>proposte comuni in risposta alla crisi finanziaria</strong>. All&#8217;interno di questa ampia cornice ricadono moltissime questioni. Non tutte sono prese in considerazione dal G20, e non tutte vengono trattate in ogni vertice. Non esistendo ad oggi un mandato preciso, né un segretariato che coordina i lavori, la decisione su quali questioni includere e quali siano quelle prioritarie viene lasciata in massima parte al Paese ospitante di turno.</p>
<p>Un&#8217;altra questione rilevante riguarda la divisione dei compiti tra il <strong>G20 e il G8. A Toronto i due vertici si svolgeranno in giorni successivi</strong>, e non è chiara la suddivisione di compiti e mandati tra due raggruppamenti.</p>
<p>Se il documento finale dello scorso vertice di Pittsburgh era stato molto lungo e dettagliato, il Canada sembra intenzionato a restringere l&#8217;agenda del G20 di Toronto a poche questioni. In particolare le priorità identificate sono:</p>
<p>-       <strong> assicurare la ripresa e a rimettere in equilibrio le finanze pubbliche</strong>;<br />
-        <strong>la riforma del sistema finanziario globale</strong>;<br />
-       <strong> rafforzare le istituzioni finanziarie internazionale</strong><br />
-        <strong>costruire per il futuro mediante liberalizzazioni del commercio e degli investimenti</strong></p>
<p>Dei punti che suscitano più di una perplessità, considerando che le istituzioni finanziarie internazionali che si intende rafforzare sono spesso sul banco degli imputati per il contributo alla costruzione di un sistema finanziario fuori controllo, e soprattutto che proprio la completa liberalizzazione di commercio e investimenti ha spesso avuto impatti estremamente negativi, in particolare per i Paesi più poveri.</p>
<p>I vari punti in agenda si inseriscono nel quadro dell&#8217;obiettivo generale di creare una crescita forte, bilanciata e sostenibile. <strong>Lo scopo del G20 è quello di coordinare i lavori e le decisioni dei diversi membri del G20</strong> in modo da arrivare a regole comuni, e come minimo fare in modo che le decisioni di politica economica prese in un Paese non ostacolino o danneggino altre nazioni o regioni.</p>
<p>Di massima il processo del G20 è fondato su interventi successivi del FMI, che elabora delle possibili proposte, che vengono successivamente esaminate e tradotte in pratica dai ministri delle Finanze dei diversi Paesi, durante il G20 Finanze. Si passa poi al vertice dei capi di stato – il G20 vero e proprio – che modifica e accetta queste proposte. Si verifica quindi lo stato dell&#8217;arte e si torna al FMI per un nuovo studio e per proseguire il processo.</p>
<p><strong>Le valute</strong><br />
Durante la conferenza di Bretton Woods del 1944 furono creati la <strong>Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale</strong>, a cui venne affidato, tra gli altri, il compito di assicurare la stabilità delle valute mondiali. Il sistema prevedeva di legare il valore delle diverse valute al dollaro, il quale a sua volta era scambiabile in ogni momento con oro (il Gold Exchange Standard). Questo sistema di scambi fissi è andato avanti fino all&#8217;inizio degli anni &#8217;70, quando gli Usa lo abolirono unilateralmente, dando di fatto il via a un sistema di libera fluttuazione delle valute sui mercati mondiali.</p>
<p>Negli ultimi anni questa fluttuazione è stata spesso accusata di provocare forti instabilità per diverse valute e per i corrispondenti Paesi. Il mercato delle valute ha superato i 3.000 miliardi di dollari al giorno. Per fare un confronto, il totale dei beni e servizi esportati nel mondo è dell&#8217;ordine dei 10 – 15.000 miliardi di dollari l&#8217;anno. Questo significa che in una sola settimana circolano sui mercati finanziari più soldi di quelli legati a un anno di economia reale. In altre parole, la grande maggioranza delle transazioni valutarie non ha alcun rapporto con l&#8217;economia reale, ma riguarda speculatori che comprano e vendono diverse valute per guadagnare sulle oscillazioni dei prezzi.</p>
<p>Il G20 non ha fino a oggi preso in considerazione questa tematica, se non nell&#8217;ambito più ampio di porre un freno alla speculazione. <strong>Le reti della società civile internazionale hanno avanzato alcune proposte, che vanno dal reintrodurre dei vincoli alla fluttuazione internazionale delle valute, all&#8217;introduzione di una piccola imposta sulle transazioni valutarie</strong> in grado di frenare le attività speculative senza colpire l&#8217;economia reale (cosiddetta Tobin Tax, vedi anche il punto sulla tassa sulle transazioni finanziarie).</p>
<p>La questione delle valute va però ben al di là delle pur gravi problematiche legate direttamente alla speculazione. Il dollaro continua a essere la valuta di riserva a livello mondiale, e quasi tutte le merci sui mercati internazionali vengono scambiate in dollari. La crisi ha reso evidente come questo privilegio per gli Usa non sia più sostenibile e come causi enormi problemi. Diverse proposte sono state elaborate. Tra le più interessanti quella in sede ONU dalla commissione guidata dal premio Nobel per l&#8217;economia <strong>Joseph Stiglitz </strong>e che prevede l&#8217;<strong>utilizzo di una moneta artificiale fondata su un paniere di diverse valute e che possa sostituire il dollaro quale valuta di riserva a livello globale</strong>. Purtroppo ad oggi i suggerimenti elaborati dal sistema delle Nazioni Unite non hanno trovato il sostegno dei maggiori governi del Pianeta, impegnati in incontri nell&#8217;esclusivo quanto informale G20.</p>
<p><strong>Gli squilibri internazionali</strong><br />
Una parte del mondo, il Nord, vive da decenni al di sopra delle proprie possibilità, consumando e spendendo più di quanto potrebbe. Questo è stato in parte possibile grazie a diversi meccanismi economici, commerciali, finanziari pesantemente sbilanciati in favore delle nazioni più ricche e in parte grazie a un continuo accumulo di debiti di questi stessi Paesi.</p>
<p>Negli ultimi anni questo squilibrio è diventato sempre più evidente. Il caso più lampante riguarda i rapporti commerciali e le tensioni tra Usa e Cina. Il gigante asiatico è diventato il fornitore di prodotto industriali del mondo intero, e in particolare dei maggiori consumatori del pianeta, gli Usa. Questi ultimi hanno una bilancia commerciale enormemente negativa nei confronti della Cina, il che significa che contraggono un debito sempre maggiore. Per pagare questo debito emettono dei buoni del Tesoro (l&#8217;equivalente dei nostri Bot e Cct), che vengono acquistati dalla banca centrale di Pechino. Lo stesso meccanismo avviene con molti altri Paesi, e in particolare con quelli esportatori di petrolio.</p>
<p>Il risultato è l&#8217;accumulo di <strong>enormi riserve valutarie da parte di alcuni Stati emergenti, e un debito crescente e sempre più insostenibile per altri</strong>. Uno squilibrio che genera enormi tensioni su scala internazionale, e che il G20 ha dichiarato di volere affrontare. Diversi governi e gli stessi mercati finanziari hanno salutato positivamente la decisione di questi giorni dell’esecutivo cinese di volere rivalutare lo Yuan rispetto in particolare al dollaro, ma al momento non sono state elaborate delle soluzioni definitive per risolvere la questione nel lungo periodo.</p>
<p>E&#8217; da notare che, se il caso Usa–Cina è probabilmente il più evidente, sono molte altre le situazioni di squilibrio tra i Paesi con un forte surplus e quelle in deficit. Tensioni che in maniera sempre più forte stanno interessando l&#8217;Europa e la zona Euro, guidata da una Germania che fonda la sua economia sulle esportazioni e un conseguente surplus commerciale, e diversi altri Paesi in situazione di forte deficit nello stesso settore.</p>
<p>Se nel caso della Cina una delle proposte per riequilibrare la situazione è legata alla rivalutazione della moneta locale, le difficoltà possono essere ben diverse per Paesi legati dalla stessa valuta, come avviene all&#8217;interno della zona euro.</p>
<p><strong>Le misure economiche</strong><br />
L&#8217;argomento centrale di tutti<strong> gli incontri del G20 che si sono svolti fino a oggi è stato come uscire dalla crisi, come rilanciare le economie nazionali</strong>, come assicurare una crescita stabile e duratura all&#8217;economia. La quasi totalità delle nazioni del G20 ha promosso negli ultimi due anni degli enormi piani pubblici di stimolo alle economie, anche se con modalità, finalità e importi molto diversi.</p>
<p>Uno dei problemi maggiori è ora legato alla “<strong>exit strategy”: come uscire progressivamente da una situazione in cui il pubblico</strong>, tramite stimoli di vario tipo, sussidi, misure fiscali o altro, <strong>deve sostenere un privato in crisi profonda</strong>? Come farlo senza deprimere ulteriormente la già debole e insicura ripresa economica?</p>
<p>Fino a oggi il FMI ha giocato un ruolo centrale nell&#8217;elaborare le misure di stimolo e di intervento nelle economie nazionali. Da oltre un trentennio l&#8217;istituzione di Bretton Woods è duramente criticata per le condizionalità che impone invariabilmente a ogni Paese su cui interviene. Queste condizionalità riguardano tagli alla spesa pubblica, misure di austerità e obiettivi di riduzione dei deficit. Misure che hanno avuto impatti estremamente negativi su moltissimi Paesi del Sud, e che hanno spinto diverse nazioni ad accumulare delle riserve proprie per potere fare fronte a eventuali crisi senza doversi più rivolgere allo stesso FMI.</p>
<p><strong>Con lo scoppio della crisi, molti tra i Paesi più poveri del mondo hanno nuovamente dovuto rivolgersi al FMI</strong>, e le condizioni per accedere a prestiti o altri interventi sono state le stesse. L&#8217;aumento dei prestiti di FMI e Banca mondiale, tra le altre cose, potrebbe comportare per diversi Paesi una nuova crisi del debito.</p>
<p>La novità degli ultimi mesi è che per la prima volta anche Paesi occidentali hanno dovuto seguire lo stesso percorso. La Grecia è stata la prima nazione della zona euro a dovere accettare un intervento del FMI, e le condizionalità connesse.</p>
<p>Secondo diversi economisti, le misure di austerità previste, i tagli agli stipendi pubblici, allo stato sociale e al welfare rischiano di acuire la crisi e non di risolverla, deprimendo la domanda. La Lettonia ha visto il proprio PIL crollare del 18% dopo avere promosso misure analoghe a seguito della crisi. Una situazione che rischia seriamente di coinvolgere molte altre nazioni nella “ricca” Europa, dall&#8217;Ungheria e Romania a Est ai “PIGS”, ovvero Portogallo, Irlanda, Spagna e forse Italia, oltre alla Grecia, in occidente.</p>
<p>Dei costi enormi, e, forse in maniera ancora più inaccettabile, delle misure in completa antitesi con quelle adottate dalle potenze del G20 allo scoppiare della crisi, quando sono stati approvati degli enormi piani pubblici di sostegno alle rispettive economie.</p>
<p><strong>I flussi di capitali </strong><br />
La liberalizzazione dei flussi di capitale è stata una delle maggiori innovazioni degli ultimi decenni. Sulla spinta neoliberista e sotto la guida del FMI moltissimi Paesi hanno abbattuto i loro controlli sui flussi di capitali in entrata e in uscita.</p>
<p>Questo ha causato instabilità e impedito a diverse nazioni di attuare delle politiche economiche adeguate o di proteggersi in caso di attacchi speculativi. L&#8217;esempio più evidente viene probabilmente dalla crisi che ha colpito il Sud-Est asiatico nel 1997 – &#8217;98. Allo scoppiare della crisi, e nel giro di due sole settimane, oltre 100 miliardi di dollari sono fuggiti dai Paesi interessati, aggravando pesantemente una situazione già critica. La Malesia, l&#8217;unico Paese della regione che aveva mantenuto una qualche forma di controllo sui flussi di capitale, è quello che ha subito meno gli impatti della crisi rispetto ai vicini.</p>
<p>Con lo scoppio della recente crisi finanziaria, la necessità di introdurre delle forme di controllo sui flussi di capitali è tornata nell&#8217;agenda di diversi governi, anche se non ancora in quella del G20. Lo stesso FMI ha clamorosamente pubblicato una ricerca nella quale, per la prima volta da decenni, ha riconosciuto che alcune forme di controllo sui flussi di capitale può essere positiva e anche necessaria in particolari situazioni. Una prima timida ammissione che però non ha comportato fino a oggi un mutamento delle politiche perseguite dall&#8217;istituzione.</p>
<p>Alla vigilia del G20 di Toronto la Corea del Sud ha annunciato l&#8217;intenzione di introdurre dei controlli sui flussi di capitali, e su quelli più a breve termine e speculativi in particolare. Pochi giorni dopo anche l&#8217;Indonesia ha annunciato un&#8217;intenzione simile.</p>
<p>Un&#8217;indicazione sul mutato clima politico internazionale, ma anche una conferma che fino a oggi il G20 non ha ricoperto il ruolo di “coordinatore dell&#8217;economia internazionale che si è auto-assegnato, e che i suoi diversi membri, per non parlare delle nazioni che non partecipano al G20, continuano ad andare avanti con politiche autonome.</p>
<p><strong>La tassa sulle transazioni finanziarie </strong></p>
<p>La FTT è un&#8217;imposta con un tasso molto ridotto (tra lo 0,01% e lo 0,1%) da applicare su ogni compravendita di titoli e strumenti finanziari. Un&#8217;imposta sufficientemente piccola da non scoraggiare le “normali” operazioni di investimento realizzate sui mercati finanziari con un&#8217;ottica di lungo periodo. Al contrario, gli speculatori che realizzano moltissime operazioni di compravendita per guadagnare su minime oscillazioni dei prezzi, dovrebbero pagare la tassa per ogni operazione, il che la renderebbe sconveniente.</p>
<p>Si tratta quindi di uno strumento estremamente mirato ed efficace per contrastare la speculazione senza impattare sulle attività produttive, sull&#8217;economia reale e sugli investimenti di lungo termine. Una tassa in grado di generare un gettito di oltre 650 miliardi di dollari su scala globale, in un momento di crisi nera per i conti pubblici. Una proposta in grado di ridare finalmente alla politica una forma di controllo sui mercati finanziari.</p>
<p>Se le reti della società civile internazionale sostengono da tempo la necessità di introdurre forme di tassazione internazionale sugli strumenti finanziari, a partire dalla Tobin Tax che riguardava unicamente le valute, negli ultimi tempi il sostegno si è allargato in maniera sostanziale.</p>
<p>Grazie al lavoro delle reti della società civile internazionale, il documento del summit di Pittsburgh conteneva una richiesta al FMI di elaborare un documento per valutare come il settore finanziario possa contribuire a pagare una giusta parte dei costi della crisi. Il FMI presenterà la versione finale di questo studio al G20 di Toronto. Nella prima bozza circolata, il FMI non boccia la tassa sulle transazioni finanziaria, ma esamina diverse altre opzioni, tra cui quella di un’imposta sulle banche.</p>
<p>Dietro la spinta di Francia e Germania, il Consiglio UE ha deciso all&#8217;unanimità di chiedere al G20 di Toronto di muovere dei passi in avanti sulla tassa sulle transazioni finanziarie, e ha anche dato il proprio sostegno per l&#8217;applicazione su scala europea della tassa sulle banche. Quest&#8217;ultima presenta alcune caratteristiche interessanti, ma non è uno strumento in grado di frenare la speculazione e il rischio eccessivo, il gettito sarebbe molto ridotto e non colpirebbe alcuni degli attori a maggiore carattere speculativo, quali gli hedge funds. Tutte cose che la tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe in grado di assicurare.</p>
<p>In ambito ONU, la commissione guidata dal premio Nobel per l&#8217;economia Joseph Stiglitz, tra le diverse proposte avanzate per rispondere alla crisi, ha formulato anche la richiesta di una tassa sulle transazioni finanziarie. A livello europeo, oltre al Consiglio UE, anche il Parlamento ha approvato recentemente una risoluzione in suo favore. Malgrado il rinnovato sostegno internazionale e il perdurare di una forte speculazione sui mercati,  il Canada non sembra intenzionato a mettere la questione nell&#8217;agenda del vertice. Secondo diversi analisti, se il G20 non riesce a trovare il necessario consenso, l&#8217;Europa potrebbe e dovrebbe andare avanti da sola, anche per dare un segnale forte in vista dei successivi vertici.</p>
<p><strong>I paradisi fiscali</strong></p>
<p>Il paragrafo sui paradisi fiscali del documento finale  del G20 di Pittsburgh si apre con l&#8217;auto-elogio secondo cui “il nostro impegno con le giurisdizioni non-cooperative ha dato dei risultati impressionanti”. Se alcuni passi in avanti sono effettivamente stati fatti, un recente studio di una delle maggiori società di consulenza nel mondo segnalava che i soldi detenuti nelle giurisdizioni offshore sono passati dai 6.800 miliardi di dollari del 2008 ai 7.400 del 2009. Più in generale la questione dei paradisi fiscali sembra tutt&#8217;altro che risolta, e a vedere il continuo prosperare di flussi illeciti e operazioni al limite della legalità, la situazione appare “impressionante” principalmente per la dimensione del fenomeno, non certo per i risultati raggiunti.</p>
<p>Come per diverse altre tematiche, e a dispetto del fatto che il G20 si è auto-nominato il coordinatore dell&#8217;economia mondiale, quello che manca per ottenere risultati efficaci è proprio un maggiore coordinamento a livello internazionale. Da tempo le reti della società civile e gli studiosi hanno elaborato delle proposte che potrebbero segnare un deciso cambio di passo nel contrasto ai paradisi fiscali, ma queste proposte, che pure raccolgono il favore di alcuni governi, non sono state portate all&#8217;agenda del G20.</p>
<p>La stessa lista dei territori considerati paradisi fiscali, la famosa “lista nera” elaborata dall&#8217;OCSE, sembra decisamente influenzata dai membri del G20. I criteri scelti per decidere se un Paese è un paradiso fiscale o meno fanno sì che territori come le Isole del Canale o le Isole Cayman, che rispondono alla Gran Bretagna, Macao, nell&#8217;orbita della Cina, o il Delaware, negli Usa, siano stati esclusi dalla stessa lista nera. Al contrario, la rete della società civile internazionale Tax Justice Network ha elaborato un proprio indice, il “Financial Secrecy Index”, nel quale prende in considerazione parametri più completi, e nel quale questi stessi territori figurano ai primi posti in termini di segretezza in ambito fiscale, flussi finanziari illeciti e via discorrendo.</p>
<p>E&#8217; ad esempio necessario un accordo multilaterale per uno scambio automatico di informazioni a livello fiscale, e non il semplice moltiplicarsi di accordi bilaterali, basati inoltre su scambi di informazioni unicamente su richiesta di uno dei Paesi coinvolti.</p>
<p>Una delle proposte più efficaci per contrastare i flussi illeciti, l&#8217;evasione fiscale e la corruzione sarebbe quella di chiedere alle imprese multinazionali di pubblicare i loro dati fiscali e contabili per ogni Paese in cui operano, e non solo aggregati per regioni, come avviene oggi (Country by Country reporting). Una proposta di buon senso, semplice da implementare e che avrebbe degli enormi impatti positivi a livello globale, ma sulla quale fino a oggi il G20 non si è pronunciato.</p>
<p><strong>La regolamentazione delle banche</strong></p>
<p>La questione di come evitare il rischio di nuovi fallimenti di istituti bancari e di come rafforzare il sistema bancario per evitare che si assumano rischi eccessivi è centrale nell&#8217;agenda del G20. In seguito alla crisi sono stati necessari degli enormi piani di salvataggio pubblici per salvare il sistema finanziario, tra i maggiori responsabili della crisi stessa. Questo è vero in particolare per le banche “too big to fail” ovvero di dimensioni troppo grandi per essere lasciate fallire senza il rischio concreto di trascinare l&#8217;intero sistema economico. Considerato il livello di integrazione dei mercati finanziario e bancario, però, questo rischio sussiste ancora oggi e non riguarda unicamente gli istituti di maggiori dimensioni.</p>
<p>Una delle misure maggiormente discusse per rafforzare il sistema bancario riguarda l&#8217;aumento dei requisiti di capitale, ovvero della quantità e della qualità di risorse proprie che le banche devono tenere da parte per ogni finanziamento che fanno. Questi requisiti sono oggi discussi in primo luogo nel Comitato di Basilea, un organo che riunisce rappresentanti di diverse banche centrali. L&#8217;accordo attualmente in vigore, Basilea II, prevede alcuni vincoli sul capitale proprio per le banche. Questi vincoli si sono dimostrati insufficienti e inefficaci con l&#8217;esplodere della crisi, in primo luogo perché la moderna ingegneria finanziaria ha messo a punto una serie di strumenti, più o meno leciti, che hanno consentito alle banche di portare fuori bilancio le loro attività più rischiose, sottraendole a qualunque controllo.</p>
<p>Lo studio di un nuovo accordo di Basilea III deve quindi andare di pari passo con l&#8217;elaborazione di regole più generali per limitare il “settore bancario ombra” o “shadow banking sytem” dove si svolgono tali operazioni. Tali regole riguardano ad esempio il funzionamento delle agenzie di rating, che danno un voto a imprese e stati e sul cui giudizio si basa in buona parte la misura del rischio di chi chiede un finanziamento a una banca.</p>
<p>La comunità finanziaria, tramite le proprie potenti lobby, sostiene che criteri più stringenti in materia di capitali propri significherebbe maggiori vincoli per finanziare le imprese e i cittadini, con la conseguenza di un aumento del costo del credito che frenerebbe l&#8217;uscita dalla crisi e l&#8217;auspicata ripresa. Su questo aspetto è di grande importanza la posizione della finanza etica, che sottolinea come la quasi totalità dei clienti delle banche etiche e alternative sia costituita da realtà considerate a massimo rischio. Questo significa penalizzare fortemente la finanza etica e le attività con le maggiori ricadute positive dal punto di vista sociale e ambientale. All&#8217;estremo opposto, attori quali gli hedge fund, che pure lavorano con i soldi delle banche, non hanno praticamente alcun vincolo in base ai criteri di Basilea. Da queste considerazioni è nata la proposta di includere dei criteri sociali, ambientali e sui diritti umani nella valutazione del rischio di un richiedente un prestito. Come ha mostrato il recente disastro della BP nel golfo del Messico e le conseguenze finanziarie per l&#8217;impresa, tenere in considerazione criteri ambientali e sociali permetterebbe di diminuire anche il rischio complessivo di credito per il settore bancario. Purtroppo non sembra che al momento questa sia una priorità nell&#8217;agenda del G20, né in quella dello stesso Comitato di Basilea.</p>
<p><strong>Cambiamenti climatici</strong></p>
<p>Non è tutt&#8217;ora chiaro se e in che modo il G20 includerà nell&#8217;agenda il tema dei cambiamenti climatici, né se al contrario lo dovrebbe fare il G8, o se piuttosto tali questioni saranno completamente escluse. Il governo canadese ha dichiarato di non volersi occupare di clima, quello della Corea del Sud, al contrario, che ospiterà il prossimo G20 a Seoul a novembre, vorrebbe farlo.</p>
<p>Non è nemmeno detto che tale inserimento sia auspicabile, anzi. Da una parte potrebbe apparire opportuno cercare di legare la crisi finanziaria ed economia a quella ambientale. Per fare un esempio, la Corea del Sud ha dichiarato che l&#8217;80% delle risorse messe a disposizione come piano di stimolo dell&#8217;economia nazionale sono state destinate alla “green economy”. Non è però al momento ben chiaro cosa questa “green economy” contenga e i dettagli degli interventi.</p>
<p>In maniera ancora più evidente, al momento la questione dei cambiamenti climatici e delle risorse necessarie per contrastarli viene trattata in diversi luoghi. Il processo centrale è quello che va avanti in sede ONU, con la creazione di un fondo apposito. Dall&#8217;altra, la Banca mondiale in particolare sta cercando di accreditarsi come soggetto centrale in tutta la partita dei fondi contro i cambiamenti climatici. Considerando quanto il G20 affidi un ruolo centrale alle istituzioni di Bretton Woods e, al contrario, la mancanza di attenzione verso i processi che si svolgono in sede ONU, c&#8217;è il rischio concreto che un&#8217;eventuale inclusione della questione clima nell&#8217;agenda del G20 possa rafforzare ulteriormente il ruolo di Banca mondiale e FMI.</p>
<p>Lo stesso G20 ha fino a oggi discusso unicamente alcuni punti molto specifici, quale la proposta di rimuovere progressivamente i sussidi pubblici ai combustibili fossili. A una dichiarazione di principio non ha però finora fatto seguito un&#8217;agenda concreta che espliciti tempi e modalità</p>
<p>In conclusione, potrebbe essere giusto e condivisibile trattare come un tutt&#8217;uno le molteplici crisi che stanno affliggendo il pianeta, molto meno condivisibile che ciò venga fatto con l&#8217;ottica che ha contraddistinto il G20 fino a oggi</p>
<p><strong>Cosa manca nell&#8217;agenda?</strong></p>
<p>Una delle maggiori critiche rivolte al G20 è il fatto che si sia auto-nominato coordinatore dell&#8217;economia mondiale e abbia assunto un ruolo centrale nel definire i futuri assetti dell&#8217;economia e della finanza globali, in assenza di un mandato chiaro conferito dall&#8217;insieme delle nazioni del mondo, e al di fuori del consesso dell&#8217;ONU. Secondo queste critiche, il G20 non dovrebbe avere alcuna legittimità nel prendere decisioni che di fatto interessano direttamente tutte le nazioni e le popolazioni del pianeta.</p>
<p>Poniamo però per un momento che il G20 sia davvero il luogo legittimo per coordinare l&#8217;economia globale e per cercare di uscire dalla crisi. Guardando l&#8217;agenda dei vertici che si sono succeduti dallo scoppio della crisi finanziaria ad oggi, colpisce l&#8217;assenza di alcune questioni, o comunque il fatto che queste siano state relegate in posizione marginale. Nel momento in cui la crisi ha provocato l&#8217;aumento della povertà a livello mondiale, di fronte all&#8217;emergenza climatica, all&#8217;aumento della disoccupazione, alle molteplici crisi che affligono il pianeta, per quale motivo l&#8217;agenda è interamente centrata su questioni finanziarie? Gli scorsi G20 hanno proposto un “Global Jobs Pact” per mettere al centro il lavoro in collaborazione con l&#8217;OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro, agenzia specializzata dell&#8217;ONU), ma questo processo ha rapidamente perso interesse e spazio nell&#8217;agenda dei leader. Il FMI, inoltre, conserva nel processo un ruolo centrale, relegando la stessa OIL a compiti secondari, malgrado sia l&#8217;istituzione più accreditata per trattare la questione.</p>
<p>Ancora, perché l&#8217;agenda dei vertici del G20 non è centrata sulla tutela e il rispetto dei diritti umani? Dove sono le questioni di genere? Perché non sono mai state considerate seriamente le alternative regionali (iniziativa Chang Mai in Asia, Banco del Sur in America Latina e altre) che stanno cercando di sviluppare alternative al modello economico dominante? Che spazio hanno le politiche sociali, e il welfare? Può essere sufficiente qualche vago riferimento alla questione dei cambiamenti climatici per affrontare in maniera corretta l&#8217;emergenza ambientale globale?</p>
<p>Tutte domande che rafforzano le critiche mosse al G20 e alla sua stessa legittimità. Tutti concordano che a problemi ed emergenze globali sono necessarie risposte globali. E&#8217; però tutto da dimostrare che il G20 abbia la capacità di affrontare tali questioni, e appaiono sempre più fondate le voci di chi sostiene che, tanto nel merito quanto nel metodo, il processo del G20 sia stato di fatto fino ad oggi un fallimento, e che sia necessario tornare al G192, ovvero all&#8217;ONU, unica istituzione che possa garantire un processo democratico e partecipativo che coinvolge l&#8217;insieme dell&#8217;umanità.</p>
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		<title>Nasce vizicapitali.org</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 08:01:06 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>

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		<description><![CDATA[13 banche sotto la lente, per scegliere in modo consapevole]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: <a href="http://www.crbm.org/">Campagna per la riforma della Banca Mondiale </a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dove vanno i soldi che affidiamo alla nostra banca?<br />
13 banche sotto la lente, per scegliere in modo consapevole</strong></p>
<p>Quanto investono le banche nella distruzione delle risorse vitali del pianeta? Qual è il loro coinvolgimento nel commercio di armi? Quanto è diffusa la loro presenza nei paradisi fiscali? A queste e ad altre domande vuole rispondere il sito <a href="http://www.vizicapitali.org/" target="_blank">www.vizicapitali.org</a>, promosso da una rete di associazioni, riviste e organismi della società civile, per fare luce sulle <strong>responsabilità delle banche nei processi di impoverimento e di erosione dei beni comuni</strong>.<br />
Sotto i riflettori le prime dieci banche italiane per attivi investiti e 3 istituti “atipici” (Banca Etica, Credito Cooperativo e Banco Posta) in relazione a sette indicatori: <strong>armamenti, impatto sociale, impatto ambientale, paradisi fiscali, tutela del risparmiatore, energia nucleare e privatizzazione dei sistemi idrici</strong>.
</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo è spingere gli istituti ad assumersi le proprie responsabilità e a rispondere delle scelte effettuate, a partire dalla pressione dei risparmiatori. Le informazioni sono a disposizione di singoli cittadini, associazioni, enti religiosi, organismi pubblici e privati, che possono scaricare un facsimile di lettera da inviare al proprio direttore di filiale o decidere di interrompere il rapporto con l’istituto.</p>
<p>Mai come oggi infatti le scelte economiche del paese dipendono dal sistema bancario, che spesso ne decide le sorti in base alle prospettive di guadagno.  Per questo diventa importante <strong>riscoprire il ruolo del consumatore e del risparmiatore, come parte attiva di un percorso di cambiamento</strong>.</p>
<p>L’iniziativa è promossa da Altreconomia, Beati i Costruttori di Pace, Campagna Banche Armate (Missione Oggi, Nigrizia, Mosaico di Pace), Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Centro Khorakhanè, Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua, Coordinamento Nord Sud del Mondo, Finansol, Greenpeace, Ires Toscana, Rete Italiana Disarmo, Valori.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Azionariato critico</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:06:27 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>
		<category><![CDATA[fondazione culturale responsabilita etica]]></category>
		<category><![CDATA[terra futura]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 29 maggio incontro a cura di CRBM e Fondazione culturale Resposnabilità Etica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>L&#8217;AZIONARIATO CRITICO STRUMENTO DI PROMOZIONE DEI DIRITTI UMANI </strong><br />
Sabato 29 Maggio 2010, ore 15.30 – 18.00<br />
TerraFutura<br />
Sala della Corte, Fortezza da Basso
</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Le dimensioni e il ruolo delle finanza sono diventati sempre più rilevanti negli ultimi dieci anni. Una delle conseguenze più evidenti di questa tendenza è la cosiddetta &#8220;<strong>finanziarizzazione dell&#8217;economia</strong>&#8220;, per la quale il controllo di un numero sempre maggiore di imprese e attività produttive sta passando <strong>dalle mani di imprenditori, famiglie e banche a quelle di fondi di investimento, hedge, private equity, fondi pensione</strong>.<br />
Molto spesso questi soggetti non hanno come obiettivo lo sviluppo di lungo termine delle imprese, ma il raggiungimento di r<strong>isultati di breve periodo</strong>, misurati di trimestre in trimestre e collegati all&#8217;ottenimento di bonus da parte dei manager e di dividendi e guadagni in conto capitale da parte degli azionisti. In termini più generali le imprese fanno sempre più l&#8217;interesse degli azionisti mettendo in secondo piano le aspettative degli altri &#8220;stakeholder&#8221; (lavoratori, clienti, fornitori, comunità locali).<br />
Se le conseguenze negative della &#8220;finanziarizzazione&#8221; sono evidenti, un <strong>uso responsabile degli strumenti finanziari può dare nuove possibilità per monitorare il comportamento socio-ambientale delle imprese</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In molti paesi, organizzazioni della società civile e reti di azionisti hanno dato vita a una <strong>nuova forma di intervento: l&#8217;azionariato critico</strong>. Grazie all&#8217;acquisto di un numero simbolico di azioni, <strong>gli attivisti hanno iniziato a intervenire alle assemblee annuali delle imprese come &#8220;azionisti&#8221;, portando all&#8217;attenzione dei consigli di amministrazione di grandi società multinazionali le violazioni dei diritti umani e le controversie ambientali in cui sono coinvolte</strong>.<br />
Nel 2008 la Fondazione Culturale Responsabilità Etica ha acquistato azioni delle imprese italiane Eni ed Enel e, come azionista, si è fatta portavoce di movimenti del Sud del mondo che lottano per la difesa dell&#8217;ambiente e dei diritti umani.
</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;azionariato critico ha già dato risultati importanti. Le grandi imprese, molto spesso sorde rispetto alle proposte dei consumatori, delle campagne e dei movimenti, rispondono agli azionisti e sono disposte al dialogo. La partecipazione degli azionisti non si può sostituire alle campagne e alle altre forme di pressione sulle società, ma può diventare un <strong>importante e ulteriore strumento di controllo </strong>che sarà tanto più efficace quanto più si riusciranno a unire le forze dei piccoli azionisti e dei grandi investitori istituzionali (fondi pensione, fondi comuni, e altri) con le voci dei movimenti e delle ong che da anni si battono per migliorare la condotta sociale e ambientale delle imprese.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.manitese.it/immagini/news/pdf/C.TF_Azionariato_critico_Diritti_umani.pdf" target="_blank">SCARICA IL PROGRAMMA DEL CONVEGNO</a></p>
<p style="text-align: justify;">Per maggiori informazioni:<br />
<a href="http://www.crbm.org/" target="_blank">www.crbm.org</a><br />
Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus: <a href="http://www.fcre.it/" target="_blank">www.fcre.it</a></p>
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		<title>Tasse transizioni finanziarie</title>
		<link>http://www.manitese.it/2010/tasse-transizioni-finanziarie/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 13:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>
		<category><![CDATA[tasse globali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Baranes, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale Roma, 10 maggio 2010 – Stiamo assistendo a uno scontro durissimo tra i governi europei e i mercati finanziari. Una lotta senza esclusione di colpi che vede da una parte gli esecutivi impegnati a scongiurare un tracollo della zona euro, e dall&#8217;altra speculatori senza scrupoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Baranes</strong><a href="http://www.crbm.org/" target="_blank">, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Roma, 10 maggio 2010</em> – Stiamo assistendo a uno scontro durissimo tra i governi europei e i mercati finanziari. Una lotta senza esclusione di colpi che vede da una parte gli esecutivi impegnati a scongiurare un tracollo della zona euro, e dall&#8217;altra speculatori senza scrupoli e con enormi disponibilità finanziarie, che hanno scommesso a ribasso e sperano nell&#8217;acuirsi della crisi. Parliamo di operazioni finanziarie condotte non contro un titolo di una specifica impresa o che coinvolgono una merce o prodotto particolare. L&#8217;attacco è portato direttamente a interi Paesi, come nel caso della Grecia, ma anche di Spagna e altri, e indirettamente contro quella che fino a pochi giorni fa era considerata una delle valute più forti a livello internazionale, ovvero l&#8217;euro.</p>
<p>Una situazione che rende bene l&#8217;idea della forza raggiunta gli squali della finanza, e della dimensione degli attacchi speculativi. Le notizie della giornata parlavano di borse in ripresa, addirittura “euforiche” in seguito alla decisione europea di promuovere un nuovo piano anti-crisi da 600 miliardi di euro. In realtà non sembrano esserci motivi validi per condividere una tale euforia: i mercati finanziari ormai dettano l&#8217;agenda politica, gli ultimi giorni hanno visto un moltiplicarsi di vertici europei. I ministri delle Finanze si sono precipitati a Bruxelles per tentare di trovare una linea comune all&#8217;interno dell&#8217;UE e arginare possibili catastrofi. Oggi si esulta perché una nuova, enorme, iniezione di capitali pubblici, ovvero di soldi dei cittadini, viene investita per sorreggere una finanza fuori controllo. E&#8217; sempre più evidente come sia urgente invertire la rotta. E&#8217; necessario trovare degli strumenti per permettere alla politica di controllare e limitare lo strapotere della finanza, frenare la speculazione e trovare un sistema per fare in modo che siano i responsabili della crisi, ovvero i grandi attori della finanza, a pagarne il costo, e non i cittadini.</p>
<p>Uno strumento che potrebbe dare un contributo sostanziale in tutte queste direzioni è stato proposto: si tratta di una tassa sulle transazioni finanziarie, che moltissime organizzazioni della società civile in tutto il mondo chiedono di implementare già in occasione del prossimo vertice dei G20, a fine giugno in Canada. Anche in Italia è stata lanciata una campagna che chiede la sua introduzione (www.zerozerocinque.it). Nei mesi scorsi, diversi capi di Stato si erano espressi a favore. Poi, con la sensazione che il peggio della crisi fosse alle spalle, la proposta aveva perso intensità. Nei giorni scorsi, in Germania i Social-Democratici (SPD) si sono astenuti sul piano di aiuti alla Grecia. “Non siamo contrari, ma non vogliamo firmare un altro assegno in bianco e chiediamo l&#8217;introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie”, la loro posizione.</p>
<p>Non è pensabile che ogni volta che una nuova crisi finanziaria bussa alla porta i politici ritirino fuori la proposta, per poi riporla nel cassetto appena sembra passata la buriana, per la paura di dispiacere i mercati e le lobby finanziarie. E&#8217; giunta l&#8217;ora che il mondo politico si renda conto dell&#8217;insostenibilità della situazione attuale e approvi misure coraggiose e lungimiranti per un radicale cambiamento di rotta. Sono molte le proposte da implementare con urgenza, per riportare sotto controllo il sistema finanziario. Di fronte a lentezza e divisioni tra i governi europei nell’attuare una seria regolamentazione dei mercati, una misura efficacie e rapide da implementare è quella di una tassa sulle transazioni finanziarie. Ora, prima che la prossima guerra tra poteri pubblici e mercati finanziari segni la vittoria degli speculatori e un nuovo tracollo dell&#8217;economia.</p>
<p>Per approfondimenti:  <a href="http://www.crbm.org/modules.php?name=browse&amp;mode=page&amp;cntid=815" target="_blank">SCHEDA SULLA CAMPAGNA TASSE GLOBALI</a></p>
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		<title>C’erano una volta le zone umide in Africa…</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 09:00:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[climaefinanza.it]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>

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		<description><![CDATA[News da Climaefinanza.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.climaefinanza.it/?p=34" target="_blank">Fonte: climaefinanza.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">L’organizzazione Wetlands International lo ha affermato a chiare lettere durante il recente incontro di Barcellona: i<strong>n Africa le zone umide stanno letteralmente sparendo una dopo l’altra</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come se non bastasse, la loro cancellazione per fini agricoli o per sfruttare il legname derivante dal taglio degli alberi è legata a un vertiginoso aumento delle emissioni di gas serra del Continente Nero, dl momento che le zone umide sono da secoli una sorta di magazzino gigante di anidride carbonica.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il magazzino sparisce, il <strong>CO2 viene rilasciato in atmosfera</strong>. Nel rapporto reso pubblico dalla Ong, si calcola che il totale di emissioni sia pari al 25 per cento di quelle legate allo sfruttamento dei combustibili fossili in tutta l’Africa sub-sahariana. Sebbene esistano ancora numerose zone umide in tutto il continente, quelle in Uganda, Mozambico, Guinea e Malawi sono state seriamente impattate dalle attività dell’uomo.</p>
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		<title>Capire la finanza</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 08:48:24 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Secondo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[capire la finanza]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>
		<category><![CDATA[fondazione culturale banca etica]]></category>

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		<description><![CDATA[Pratiche schede per capire i complessi meccanismi della finanza]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.crbm.org/modules.php?name=download&amp;f=viewdownload&amp;cid=21" target="_blank">CRBM</a>, <a href="http://www.valori.it/italian/index.php" target="_blank">Valori</a> e la <a href="http://www.fcre.it/" target="_blank">Fondazione Culturale Responsabilità  Etica onlus</a>, in qualità di promotori del sito<a href="http://www.osservatoriofinanza.it/" target="_blank"> Osservatorio Finanza</a>, hanno realizzato una serie di schede per capire i complessi meccanismi della finanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.manitese.it/immagini/news/pdf/schede_istituzioni_internazionali.pdf" target="_blank">Istituzioni finanziarie internazionali</a><br />
CRBM, insieme alla Fondazione Culturale Responsabilità Etica onlus e al mensile Valori, sta realizzando una serie di schede “per capire la finanza”. La prima scheda è sulle istituzioni finanziarie internazionali, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.manitese.it/immagini/news/pdf/scheda_paradisi_fiscali.pdf" target="_blank">Paradisi fiscali</a><br />
La seconda scheda del ciclo &#8220;Capire la finanza&#8221;. Per sapere tutto, ma proprio tutto, su come funzionano i paradisi fiscali e quali sono gli strumenti per debellarli. * La pubblicazione è stata redatta da Andrea Baranes.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.manitese.it/immagini/news/pdf/scheda_finanza_etica.pdf" target="_blank">Finanza etica</a><br />
La terza scheda della serie &#8220;Capire la Finanza&#8221;. Un approfondimento sulla finanza etica redatto Riccardo Milano della BPE.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.manitese.it/immagini/news/pdf/scheda_rapporti_sud_nord.pdf" target="_blank">I rapporti finanziari tra Nord e Sud del Mondo</a><br />
Quarta scheda</p>
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		<title>Nasce climaefinanza.it</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 07:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[climaefinanza.it]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo blog di CRBM]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>LA CRBM LANCIA IL SUO NUOVO BLOG </strong><a href="http://www.climaefinanza.it/" target="_blank">CLIMAEFINANZA.IT</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.climaefinanza.it/"><img class="alignnone size-full wp-image-3109" title="climaefinanza" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2010/04/climaefinanza.jpg" alt="climaefinanza" width="450" height="72" /></a></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
Roma, 19 aprile 2010</em> &#8211; Sulla scia del successo del blog <a href="http://www.versocopenaghen09.org/" target="_blank">www.versocopenaghen09.org</a>, creato insieme a Mani Tese e Servizio Civile Internaizonale per informare sui temi e le questioni del vertice Onu tenutosi lo scorso dicembre in Danimarca, la <a href="http://www.crbm.org/" target="_blank">CRBM</a> lancia il suo nuovo sito <a href="http://www.climaefinanza.it/" target="_blank">www.climaefinanza.it</a>.<br />
Oltre a continui <strong>aggiornamenti e commenti sull’andamento dei negoziati sul clima</strong>, il blog racconta <strong>storie sul cambiamento climatico</strong> e cerca di comprendere come e possano essere impiegati i cosiddetti <strong>fondi climatici,</strong> come e se funzionano gli strumenti finanziari attuali previsti dal Protocollo di Kyoto e quali sono i possibili scenari futuri.</p>
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		<title>Zerozerocinque.it</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 12:26:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Secondo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[campagna]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>
		<category><![CDATA[raccolta firme]]></category>
		<category><![CDATA[tassa transizioni finanziarie]]></category>

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		<description><![CDATA[Parte la raccolta firme]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Decolla anche in Italia la Campagna per chiedere al ministro Tremonti  e al G20 di introdurre una mini-tassa su tutte le transazioni finanziare per arginare le speculazioni e finanziare politiche sociali, ambientali e di cooperazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Roma, 24  marzo 2010_ </em>Parte da oggi anche in Italia la Campagna internazionale di <strong>raccolta di firme per sollecitare i capi di Stato e di Governo del G20 a varare</strong> &#8211; nel prossimo meeting fissato per giugno in Canada – <strong>una tassa sulle transazioni finanziarie il cui gettito possa essere destinato a pagare parte dei costi della crisi innescata dalla finanza speculativa</strong>.<br />
La tassa – di importo molto contenuto compreso tra lo 0,01 e lo 0,1 per cento di ogni transazione – potrebbe <strong>finanziare politiche sociali ed ambientali efficienti e necessarie nei Paesi sviluppati e ridare ossigeno alla cooperazione internazionale per lo sviluppo dei Paesi del Sud mondo</strong>, vittime di una crisi della cui genesi non hanno alcuna responsabilità.
</p>
<p style="text-align: justify;">La Campagna  &#8211; lanciata oggi in occasione del summit dei Capi di Stato e di Governo dell’UE e del meeting delle Nazioni Unite dedicato a Finanza e Sviluppo  &#8211; è promossa in Italia da Social Watch<strong> </strong>(che riunisce Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Ucodep, Fcre, Lunaria, WWF Italia, Acli, ARCI/ARCS, Mani Tese, Sbilanciamoci), Sistema Banca Etica, ATTAC Italia, FIBA CISL, CISL, Consorzio Goel, Lega Missionaria studenti, CVX, GCAP, FOCSIV &#8211; Volontari nel Mondo, Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare, Valori, AMISnet, Azione Cattolica.</p>
<p><strong>Le firme raccolte saranno inoltrate al Governo Italiano e in particolare al ministro dell’Economia On. Giulio Tremonti per chiedergli di farsi promotore, a livello nazionale e in tutte le sedi internazionali appropriate, dell’introduzione di una Tassa sulle Transazioni finanziarie</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tasse di questo tipo già esistono in alcuni Paesi e l’idea di adottarle su scala globale si sta facendo sempre più strada tra i leader di molti Paesi Europei e non solo. Si stima che tassando dello 0,05% (un valore intermedio nella forbice tra le proposte più severe che puntano allo 0,1 e le più morbide che propongono lo 0,01) ogni compravendita di titoli e strumenti finanziari nella sola UE si potrebbe registrare un gettito tra i 163 e i 400 miliardi di dollari annui, mentre a livello mondiale il gettito sarebbe compreso tra 400 e 946 miliardi di dollari l’anno.  Cifre importanti, che permetterebbero agli Stati di <strong>colmare gradualmente quelle voragini che si sono aperte nei conti pubblici con i salvataggi delle grandi banche e con le misure di sostegno all’economia rese necessarie per contrastare la pesante crisi economica</strong> provocata dagli eccessi della finanza speculativa (secondo stime recenti del Fondo Monetario Internazionale il costo globale della crisi avrebbe raggiunto i 13.620 miliardi di dollari a livello globale).<br />
Il gettito di una piccola tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe permettere agli Stati di avere risorse a disposizione per attuare politiche sociali, ambientali e di cooperazione internazionale efficaci ed efficienti e più che mai necessarie visto l’elevatissimo costo sociale della crisi.
</p>
<p style="text-align: justify;">«Non solo – spiega <strong>Andrea Baranes,</strong> ricercatore della <a href="http://www.crbm.org/" target="_blank">Campagna per la Riforma della Banca Mondiale</a> e di <a href="http://www.socialwatch.it/" target="_blank">Social Watch</a> &#8211; la tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe anche un <strong>ottimo strumento per permettere alla politica di regolamentare i mercati finanziari</strong>. Una tassazione dello 0,05%, infatti, non scoraggerebbe certo quegli investitori che operano sui mercati con ottica di lungo periodo e che mettono i propri risparmi a disposizione di aziende che operano nel mondo dell’economia reale. Essa sarebbe tuttavia un valido <strong>deterrente per chi usa la finanza solo per speculare</strong>: quegli operatori che comprano e vendono strumenti finanziari centinaia o anche migliaia di volte in un giorno, rendendo i mercati instabili e volatili, sarebbero costretti a pagare lo 0,05%  su ogni transazione».</p>
<p style="text-align: justify;">«Il ricorso imponente alla finanza speculativa da parte delle grandi banche d’affari  è diventato elemento prevalente rispetto al ruolo di sostegno al lavoro, alle famiglie  e allo sviluppo. Il sistema finanziario ha creato un evidente squilibrio economico con un rischio con un rischio che è stato caricato alla collettività, ai contribuenti – sottolinea <strong>Maurizio Petriccioli</strong>, segretario della Cisl &#8211; che ancora una volta sono stati chiamati ad intervenire per salvare le stesse banche. La tassa sulle transazioni finanziarie di carattere speculativo avrebbe il pregio – come affermato dall’economista <strong>Paul De Grauwe</strong> – di far pagare un prezzo assicurativo contro tale rischio. Ne sosteniamo con forza l’introduzione per investire in coesione sociale, nel lavoro e per contrastare la povertà».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.makefinancework.org/?lang=it"><img class="alignnone size-full wp-image-2976" title="BannerFTT2Sfondobianco" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2010/03/BannerFTT2Sfondobianco.jpg" alt="BannerFTT2Sfondobianco" width="280" height="49" /></a>Per firmare la petizione e per avere maggiori informazioni vai al sito</strong> <a href="http://www.zerozerocinque.it/" target="_blank">www.zerozerocinque.it</a></p>
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		<title>Stop Gibe III!</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 11:38:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
		<category><![CDATA[petizione online]]></category>

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		<description><![CDATA[Lancio della campagna globale ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.crbm.org/modules.php?name=browse&amp;mode=page&amp;cntid=1213" target="_blank">Campagna per la Riforma della Banca Mondiale</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<em>Roma, 1 aprile 2010</em> – C<strong>ounterBalance, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Friends of Lake Turkana e International Rivers hanno lanciato una campagna la scorsa settimana per fermare la costruzione della diga Gibe 3</strong> in Etiopia. (www.stopgibe3.org).<br />
La <strong>Salini Costruttori</strong>, contractor del progetto Gibe 3, ha reagito pubblicando informazioni ed apprezzamenti assolutamente discutibili in <strong>due comunicati stampa del 26 marzo e 30 marzo</strong>, che con il presente comunicato si contestano nel merito.</p>
<p>La Salini afferma: “Siamo di fronte all’ennesima azione irresponsabile e priva di fondamento tecnico e scientifico contro il progetto Gibe. Tutte le affermazioni critiche contenute nell’appello di Survival, infatti, per quanto possano apparire suggestive ai non addetti ai lavori, o sono false o sono frutto di elementari errori aritmetici e tecnici se non addirittura di macroscopici errori di fatto. E come tali sono state valutate e smentite nelle sedi internazionali più autorevoli, come la Bei e la Banca per lo Sviluppo Africana ADB”.</p>
<p>La nostra risposta: Friends of the Lake Turkana (FoLT), CRBM ed International Rivers hanno presentato due ricorsi formali all&#8217;unità investigativa della Banca Africana di Sviluppo sulla debolezza delle valutazioni di impatto effettuate. Il ricorso di FoLT è stato considerato eleggibile dal meccanismo di ricorso della banca e l&#8217;inchiesta è attualmente in corso. In vista del coinvolgimento della Banca Europea per gli Investimenti, il Fondo Fiduciario per le Infrastrutture UE-Africa ha stanziato € 1,2 milioni (nota 1) per uno studio completo sugli impatti della diga sul lago Turkana, nonché per una valutazione dell&#8217;impatto cumulativo sul fiume Omo. La BEI ha inoltre commissionato uno studio integrativo dell’ESIA effettuato dai promotori del progetto. Lo studio è attualmente in preparazione. Tali inconfutabili e non uniche circostanze rendono ancora una volta discutibile quanto affermato dalla Salini con i comunicati in questione</p>
<p>La Salini afferma: “Per quanto attiene agli aspetti amministrativi, inoltre, va ricordato che tutti i progetti in corso da parte della Salini Costruttori in Etiopia hanno ricevuto le approvazioni necessarie da parte delle autorità competenti, specificatamente la “Non Objection” dell’ EPA (Environment Protection Agency) e sono stati attribuiti in totale rispondenza alle leggi etiopiche.</p>
<p>La nostra risposta: La costruzione della diga Gibe 3 è iniziata nel 2006 senza l’approvazione dello studio di valutazione dell’impatto ambientale e sociale, in violazione delle politiche etiopi in materia ambientale (nota numero 2). Secondo la Banca africana di sviluppo, il progetto ha ricevuto la licenza ambientale nel 2008, sebbene lo studio di valutazione non sia stato completato fino al gennaio 2009. Salini ha ottenuto un contratto senza gara d’appalto per la diga Gibe 3, violando le norme etiopi sugli appalti per i progetti pubblici (nota numero 3). Eventuali finanziamenti internazionali si configurerebbero come un incoraggiamento a pratiche non trasparenti nell’ affidamento di contratti, che potrebbero portare ad un innalzamento dei costi, creare povertà e favorire processi di corruzione.</p>
<p>La Salini afferma: “Basti qui citare la presunta diminuzione del livello del lago Turkana che a causa del progetto avrebbe, secondo le organizzazioni critiche, un calo di 12 metri con effetti dichiarati disastrosi. Calo inesistente in realtà, frutto solamente di un grossolano errore ( 15 volte , sic !) nel calcolo del volume dell’invaso della diga.”</p>
<p>La nostra risposta: Secondo la valutazione dell’African Resources Working Group (ARWG &#8211; un gruppo di studiosi e accademici internazionali, profondi conoscitori diretti del contesto) del 2009 (nota numero 4), il lago Turkana potrebbe abbassarsi di almeno 3-4 metri a causa del riempimento dell’invaso artificiale, e fino a 12 metri a causa di altri due fattori addizionali: potenziali perdite estese dall’invaso dovute all’alta frequenza di formazione di fessure nel basalto e potenziali derivazioni per irrigazioni su vasta scala. L’evaporazione dell’acqua dell’invaso potrebbe inoltre ridurre le risorse idriche a valle. Questi fattori non sono stati sufficientemente tenuti in considerazione dai promotori del progetto. L’area del lago Turkana è contraddistinta da un’insicurezza alimentare cronica. A causa di siccità persistenti, molti pastori si sono dati alla pesca. Ci si aspetta che la diga velocizzi la caduta dei livelli del lago e aumenti la salinità, che a turno ridurranno le riserve ittiche. Ci sono continue notizie di conflitti inter-tribali legati a furti di bestiame e di attrezzature per la pesca. Tali conflitti peggioreranno con l’ulteriore riduzione delle risorse.</p>
<p>La Salini afferma: “Poiché parte delle popolazioni pratica l’agricoltura di recesso, nonostante la scarsissima produttività, si è dotata la diga di scarichi dimensionati in modo tale da consentire la riproduzione controllata delle piene per il periodo necessario a riprodurre gli effetti delle piene naturali, limitando le portate a quanto utile per l’ agricoltura ed evitandone i picchi distruttivi del passato. In questo modo si può consentire alle popolazioni locali un periodo transitorio lungo quanto si riterrà opportuno, per il passaggio dall’agricoltura di recesso a forme più moderne di agricoltura.”</p>
<p>La nostra risposta: Le comunità a valle in Etiopia hanno subito la sistematica perdita dei loro diritti ed i promotori del progetto non hanno di fatto mostrato alcuna volontà politica di mantenere al sicuro tali comunità. Nel 2009, il governo etiope ha chiuso dozzine di associazioni delle comunità locali dell’area impattata. L’esecutivo di Addis Abeba sta pubblicizzando le concessioni sulle terre degli indigeni per piantagioni ad agricoltura estensiva. Le tribù non sono state sufficientemente informate o consultate in merito alla diga o alla espropriazione delle terre. I promotori del progetto intendono inoltre utilizzare gli aiuti in cibo – normalmente una forma di risposta alle crisi umanitarie – come mitigazione durante il riempimento del bacino. Ci si aspetta che la piena artificiale di 10 giorni non sarà sufficiente a sostenere la produzione di cibo. Data la mancanza di volontà politica, riteniamo che sia improbabile che alle comunità impattate saranno fornite attrezzature di qualità per l’irrigazione su piccola scala.</p>
<p>La Salini afferma: “L’invaso prodotto dalla diga ha un volume di circa 14 miliardi di metri cubi e non 216 miliardi di metri cubi, come erroneamente calcolato e allarmisticamente annunciato”.</p>
<p>La nostra risposta: La campagna “Stop Gibe 3” ha costantemente fatto riferimento a un volume dell’invaso creato dalla diga di circa 11 miliardi di metri cubici. In nessuna pubblicazione di campagna o articolo abbiamo mai affermato che il volume dell’invaso sia di 216 miliardi di metri cubi (nota numero 5).</p>
<p>La Salini afferma: “I soliti nomi che contestano sotto varie denominazioni e sigle il progetto di Gibe, riconducibili ad una singola organizzazione contraria per “fede” ai progetti idroelettrici e già in passato protagonista di campagne prive di senso su altre analoghe iniziative, alimentano una polemica vuota ed autoreferenziale, improntata a puri pregiudizi ideologici con la speranza di vanificare l’apprezzamento che le opere stanno conseguendo in tutte le sedi internazionali preposte e di guadagnare ruolo e notorietà.”</p>
<p>La nostra risposta: International Rivers e CRBM da 10 anni chiedono ai governi, ai finanziatori e alle imprese che si occupano della costruzione di dighe di applicare le raccomandazioni della Commissione Mondiale sulle Dighe (nota numero 6), volte a far sì che i progetti idroelettrici portino benefici allo sviluppo delle comunità locali. Il ritardo sull’entrata in funzione del progetto di Gibe II e il recente crollo di un tunnel (nota numero 7) solleva delle preoccupazioni dal punto di vista tecnico ed economico in merito ad una inadeguata pianificazione del progetto.</p>
<h3>CAMPAGNA: STOP GIBE III</h3>
</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>ROMA, 23 MARZO 2010</em> – <a href="http://www.crbm.org/" target="_blank">CRBM</a>, la rete europea Counter Balance, Friends of Lake Turkana e International Rivers lanciano oggi una <strong>campagna globale per chiedere lo stop ai finanziamenti e alla costruzione della controversa diga di Gibe III, sul fiume etiope Omo</strong>.<br />
Per aderire alla campagna si può firmare una <a href="http://stopgibe3.it/?page_id=146" target="_blank"><strong>petizione online</strong></a>, scaricabile dai siti<br />
<a href="http://www.stopgibe3.org/#" target="_blank">www.stopgibe3.org </a><br />
<a href="http://stopgibe3.it/" target="_blank">www.stopgibe3.it</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">La diga metterebbe in <strong>pericolo i terreni abitati da 500mila indigeni tribali dell’Etiopia del Sud e della parte settentrionale del Kenya</strong>,<strong> la cui sicurezza alimentare dipende strettamente dalle risorse naturali e dal delicato equilibrio dell’ecosistema locale.</strong> Facendo cessare il flusso naturale delle acque del fiume, lo sbarramento distruggerebbe i raccolti, impedirebbe il pascolo nei pressi delle rive e eliminerebbe le riserve ittiche presenti nel Lago Turkana, il più grande invaso desertico del mondo. L’ecosistema e le tradizioni culturali della Bassa Valle dell’Omo e dello stesso lago Turkana, entrambi riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, andrebbero persi per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">I lavori, in carico all’impresa italiana Salini, sono iniziati nel 2006, ma il governo di Addis Abeba ha bisogno di circa un miliardo di euro per il completamento dell’opera. A dispetto di una lunga serie di violazioni, i<strong>l nostro esecutivo e quello keniano, la Banca europea per gli investimenti, la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo stanno attualmente valutando un possibile finanziamento</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La diga, infatti, non rispetta la costituzione etiope, alcune convenzioni internazionali, le politiche di salvaguardia ambientale delle istituzioni finanziarie internazionali e le priorità strategiche della World Commission on Dams</strong>.<br />
La maggior parte della popolazione impattata ha ricevuto pochissime informazioni sul progetto e le sue conseguenze negative, senza poter peraltro esprimere il loro eventuale dissenso al riguardo, vista la forte repressione messa in atto dall’esecutivo guidato da Meles Zenawi.
</p>
<p style="text-align: justify;">“La diga si rivelerà un disastro causato dall’uomo e inoltre viola legislazioni nazionali e internazionali” ha dichiarato <strong>Caterina Amicucci </strong>della <a href="http://www.crbm.org/" target="_blank">CRBM</a>. “Per queste ragioni il progetto non deve essere finanziato dalle istituzioni finanziarie internazionali e dalle agenzie di sviluppo, che, a partire dalla cooperazione italiana, devono subito evitare qualsiasi coinvolgimento” ha aggiunto la Amicucci.</p>
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