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	<title> &#187; cambiamenti climatici</title>
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		<title>Mani Tese al COP16</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 10:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
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		<category><![CDATA[sovranità alimentare]]></category>

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		<description><![CDATA[Mani Tese al COP16 di Cancun per proporre un modello alimentare sostenibile che riduca gli effetti negativi sul clima e assicuri il diritto al cibo nei Paesi in Via di Sviluppo Segui l&#8217;andamento della Conferenza e dei forum paralleli direttamente sul blog manitese.it/cop16 &#8211; [CLICCA QUI] Milano, 29 novembre &#8211; Da oggi al 10 dicembre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.manitese.it/cop16"><img class="alignnone" title="Mani Tese alla 16sima Conferenza sul clima dellOnu" src="http://www.manitese.it/immagini/advocacy/cop16/fotocop16.jpg" alt="" width="710" height="200" /></a></p>
<h3><em>Mani Tese al COP16 di Cancun per proporre  un  modello alimentare sostenibile che riduca gli effetti negativi sul clima e assicuri il diritto al cibo nei  Paesi in Via di Sviluppo</em></h3>
<p><a href="http://www.manitese.it/cop16" target="_blank">Segui l&#8217;andamento della Conferenza e dei forum paralleli direttamente sul blog manitese.it/cop16 &#8211; [CLICCA QUI]</a></p>
<p>Milano, 29 novembre &#8211; Da oggi  al 10 dicembre anche <strong>il mondo delle ONG</strong> e dei movimenti sociali si è dato appuntamento a Cancun – dove i capi di Stato si ritrovano per la 16° Conferenza Mondiale Onu sul clima &#8211; per riaffermare la necessità, ignorata dai governi, di <strong>cambiare il modello di sviluppo per salvare il pianeta</strong>.</p>
<p>Una <strong>delegazione di Mani Tese</strong> porterà in Messico le richieste principali della campagna “<a href="http://www.manitese.it/foodforworld">Food for World</a>” <strong>per la Sovranità Alimentare in tema di Cambiamento Climatico</strong>.<br />
<a href="http://www.manitese.it/cop16"><img class="alignnone" title="Segui il Blog di Mani Tese alla 16ma Conferenza mondiale sul clima dellOnu" src="http://www.manitese.it/immagini/advocacy/cop16/bottonecop16.jpg" alt="" width="710" height="40" /></a></p>
<p><img class="alignnone" src="http://www.manitese.it/immagini/separatore_news.jpg" alt="" width="710" height="24" /></p>
<p><script src="http://www.google.it/reader/ui/publisher-it.js" type="text/javascript"></script> <script src="http://www.google.it/reader/public/javascript/user/17387141839908385541/state/com.google/broadcast?n=100&amp;callback=GRC_p(%7Bc%3A%22green%22%2Ct%3A%22Elementi%20condivisi%20di%20Mani%20Tese%22%2Cs%3A%22false%22%2Cn%3A%22true%22%2Cb%3A%22false%22%7D)%3Bnew%20GRC" type="text/javascript"></script></p>
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		<title>C’erano una volta le zone umide in Africa…</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 09:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[climaefinanza.it]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>

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		<description><![CDATA[News da Climaefinanza.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.climaefinanza.it/?p=34" target="_blank">Fonte: climaefinanza.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">L’organizzazione Wetlands International lo ha affermato a chiare lettere durante il recente incontro di Barcellona: i<strong>n Africa le zone umide stanno letteralmente sparendo una dopo l’altra</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come se non bastasse, la loro cancellazione per fini agricoli o per sfruttare il legname derivante dal taglio degli alberi è legata a un vertiginoso aumento delle emissioni di gas serra del Continente Nero, dl momento che le zone umide sono da secoli una sorta di magazzino gigante di anidride carbonica.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il magazzino sparisce, il <strong>CO2 viene rilasciato in atmosfera</strong>. Nel rapporto reso pubblico dalla Ong, si calcola che il totale di emissioni sia pari al 25 per cento di quelle legate allo sfruttamento dei combustibili fossili in tutta l’Africa sub-sahariana. Sebbene esistano ancora numerose zone umide in tutto il continente, quelle in Uganda, Mozambico, Guinea e Malawi sono state seriamente impattate dalle attività dell’uomo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cambiamenti climatici</title>
		<link>http://www.manitese.it/2009/cambiamenti-climatici-superare-lemergenza/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 11:39:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[emergenze]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche la cooperazione internazionale fa i conti con le catastrofi naturali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/12/emergenza_burkina_faso.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2440" title="emergenza_burkina_faso" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/12/emergenza_burkina_faso.jpg" alt="emergenza_burkina_faso" width="350" height="263" /></a><br />
<strong>Gli effetti dei cambiamenti climatici ricadono al momento sui Paesi del Sud del mondo, che subiscono così un ulteriore arresto dello sviluppo economico e sociale</strong>.
</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso ottobre la Banca Mondiale ha presentato il <strong>rapporto “Development and climate change 2010”</strong>, in cui si evidenziano i danni che i Paesi del Sud del mondo subiscono a causa dei cambiamenti climatici. Secondo le stime degli economisti di Washington, <strong>anche solo 2 gradi centigradi di surriscaldamento della terra potrebbero tradursi in una riduzione permanente del Pil tra il 4 e il 5% in Africa e Asia del Sud</strong>. I Paesi in via di sviluppo saranno i più colpiti dai cambiamenti climatici. Il capo economista della Banca Mondiale Justin Lin ha affermato che “questa parte di mondo dovrà accollarsi tra il 75-80% dei costi derivanti danni dal cambiamento del clima, anche se contribuisce solo per circa un terzo alla produzione di gas serra”.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aumento delle catastrofi naturali, la maggiore frequenza di uragani, di forti piogge e inondazioni nelle zone tropicali, e di forti siccità e carestie nelle fasce semidesertiche, sono tutti segnali di cambiamenti climatici già in atto, quasi interamente causati da attività umane, che stanno mettendo <strong>a rischio lo sviluppo economico e sociale di quelle aree del pianeta dove vive la grande maggioranza dei più poveri</strong>.<br />
Il direttore del gruppo di ricerca di scienze geografiche presso la Rück AG di Monaco di Baviera, Gerhard Berz, prevede il verificarsi di &#8220;catastrofi come non si sono mai viste nella storia dell&#8217;umanità&#8221;, e mette in guardia da un inevitabile periodo di calamità naturali. A livello mondiale il numero delle grandi catastrofi è aumentato di tre volte dagli anni Sessanta ai Novanta.<br />
Klaus Töpfer, direttore generale dell&#8217;UNEP, il programma ambientale dell&#8217;ONU, in merito alle attuali catastrofiche inondazioni, invita a preservare e ricostituire le aree umide quali importanti zone in grado di assorbire e attenuare le ondate di piena. Tra le cause del cambiamento del clima e degli effetti conseguenti, ad esempio le alluvioni, Töpfer cita la combustione di combustibili fossili.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre più frequentemente<strong> sono i Paesi del Sud, maggiormente vulnerabili, a subire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico in atto</strong>.<br />
Un esempio lampante della ricaduta degli effetti del cambiamento climatico sui Paesi del Sud del mondo lo fornisce l’<strong>India</strong>, che negli ultimi mesi (da fine luglio a fine settembre 2009) è passata <strong>da uno stato di emergenza dovuto ad una prolungata siccità ad un’emergenza causata dalla violenza delle piogge monsoniche</strong>, che hanno costretto 2,5 milioni di persone ad abbandonare le loro case.
</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Catastrofi di tale entità influiscono anche sui progetti di sviluppo portati avanti da associazioni come Mani Tese</strong>, che da anni lavorano sul territorio al fianco delle popolazioni e delle organizzazioni locali per l’implementazione di uno sviluppo sostenibile (socialmente ma anche ambientalmente).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/12/ciclone_aila_bangladesh.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2441" title="ciclone_aila_bangladesh" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/12/ciclone_aila_bangladesh.jpg" alt="ciclone_aila_bangladesh" width="350" height="263" /></a>Le azioni di <a href="http://www.manitese.it/progetti/?p=628" target="_blank">Mani Tese in Bangladesh</a> sono volte a stimolare l’economia locale, investendo nel settore del microcredito, dell’agricoltura e dell’allevamento, ma anche l’aumento e la diffusione dell’istruzione (sia formale sia professionale) rimane uno dei principali obiettivi che si intende raggiungere, come primo e reale strumento di emancipazione.<br />
Da molto tempo le comunità più povere e arretrate della regione sud-occidentale del Bangladesh non hanno potuto godere di iniziative di sviluppo di ampio respiro e sono state considerate gruppi socialmente marginali ed emarginati. A causa di queste mancanze <strong>le comunità sono ancora più duramente colpite dalle calamità naturali</strong>, di qualsiasi genere esse siano: cicloni, inondazioni, straripamenti, ecc. I cicloni nel 1988, le inondazioni improvvise nel 2000, gli straripamenti nel 2005 e 2006 e, nel 2007, il devastante ciclone Sidr sono solo una sommaria cronaca degli ultimi tempi. A causa di queste calamità, l’85% dei membri della comunità appartenenti a questi gruppi ha subito danni alle proprie vite e ai loro beni, e quelli che possedevano della terra coltivabile hanno perso praticamente la totalità delle loro proprietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene l’azione di Mani Tese si concentri principalmente su progetti di sviluppo, nel corso degli anni è stato <strong>necessario dedicare risorse significative ad interventi di emergenza, soprattutto in seguito ai cicloni.</strong> Alcune delle zone (in particolare il sud-ovest del Paese) in cui Mani Tese opera insieme ai partner locali, sono state infatti ripetutamente colpite da queste calamità naturali. Per questo, oltre ad interventi di primo aiuto (come distribuzione di acqua, cibo e medicinali), sono stati realizzati anche dei centri di accoglienza, i cosiddetti “rifugi anti-ciclone”.<br />
In seguito al <strong>ciclone Sidr del 2007,</strong> uno dei 10 cicloni più potenti che abbiano colpito il Bangladesh negli ultimi 10 anni, Mani Tese, in collaborazione con il partner locale Dalit (organizzazione bengalese fondata nel 1998 con l’obiettivo di migliorare le condizioni socio economiche delle comunità dei fuori casta), ha sostenuto la ricostruzione delle case distrutte con strutture in grado di resistere ad eventuali altri cicloni, la bonifica dei pozzi per l’acqua; il ripristino delle attività locali; la ricostruzione di scuole; ma ha anche organizzato momenti di formazione di squadre di volontari per i salvataggi di emergenza, incontri pubblici a cadenza regolare con gli abitanti delle comunità e incontri di sensibilizzazione con gli studenti delle scuole, con lo scopo di informare e preparare l’intera popolazione ad eventuali future emergenze.<br />
<strong>Lo scorso 25 maggio l’ennesimo ciclone, battezzato “Aila</strong>”, si è abbattuto sulle comunità di Khulna, Bagerhat e Satkhira, già colpite dal devastante Sidr, proprio nel momento in cui queste stavano cercando di ricostruire una vita normale.<br />
Il lavoro dei volontari e dello staff di Dalit, formati per l’emergenza, è stato di fondamentale importanza per portare aiuti tempestivi alle popolazioni colpite dal ciclone. Inoltre il centro polifunzionale costruito in precedenza è stata una delle poche strutture che ha resistito alla forza devastante dell’acqua, permettendo a centinaia di sfollati di trovare un rifugio temporaneo.<br />
<strong>Mani Tese ha quindi avviato un altro progetto di emergenza</strong>, per portare beni di prima necessità alla popolazione colpita dal ciclone Aila. Ad oggi la situazione è ancora molto grave: a causa delle piogge il livello dell’acqua continua a salire, la popolazione lascia le proprie case in cerca di rifugi più sicuri, le scuole sono chiuse in quanto utilizzate come rifugi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante gli interventi del governo (come la costruzione di rifugi anti-ciclone, il rafforzamento degli argini, il pronto intervento in caso di calamità naturali, la diffusione di un sistema di preavviso), uniti ad altre iniziative di ONG come Dalit e Mani Tese, abbiano contribuito a ridurre in proporzione la vulnerabilità delle popolazioni di queste zone, rispetto agli anni ’80, ancora <strong>non si è in grado di rispondere adeguatamente a disastri di proporzioni simili o maggiori</strong>. La situazione è ulteriormente aggravata a causa degli imprevedibili cambiamenti climatici, che si vanno a sommare a un pericoloso impoverimento delle risorse naturali.<br />
La foresta di mangrovie nel sud-ovest del Paese, ad esempio, agiva da barriera naturale contro le infiltrazioni saline nel terreno, le inondazioni e le alluvioni, smorzando la violenza dei cicloni che avevano così un impatto meno devastante sulle zone dell’entroterra. Il progressivo abbattimento della foresta equivale quindi ad un aumentato rischio per l’intera zona. Oltre all’intensità e alla frequenza dei disastri naturali, aumentano e si aggravano quindi le conseguenze sulla popolazione, sempre più vulnerabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio ancora più recente delle conseguenze profonde che i cambiamenti climatici hanno su popolazioni già in difficoltà è l’<strong>alluvione che ha colpito il <a href="http://www.manitese.it/progetti/?p=819" target="_blank">Burkina Faso</a> a fine agosto</strong>. Nonostante il Paese sia soggetto ad inondazioni periodiche, il 1° settembre scorso la pioggia ha avuto una portata straordinaria di 263 mm d’ acqua caduti in 12 ore, provocando danni estesi all’interno ed attorno alla capitale Ouagadougou. Le inondazioni sono state segnalate anche nei Paesi vicini, della regione occidentale Africana, dove sono state colpite circa 350.000 persone. Tutti e cinque i distretti di Ouagadougou hanno subito danni, in totale il 50 % del territorio cittadino.<br />
Circa 48,000 persone sono state accolte in ricoveri temporanei come scuole, chiese e uffici pubblici; gran parte dei raccolti sono andati distrutti, privando così gli agricoltori della loro unica fonte di reddito.<br />
Numerosi sono stati anche i danneggiamenti alle infrastrutture pubbliche, soprattutto a strade, ponti, scuole e al Central University Hospital. Gli impianti di purificazione dell’acqua della città, che fornisce il 30% della popolazione, sono fuori uso e, nonostante il deficit sia momentaneamente coperto da fonti idriche provenienti da altri impianti fuori città, c’è il rischio che aumenti la propagazione di malattie causate dall’inquinamento dell’acqua, come il colera, la febbre gialla e la malaria.
</p>
<p style="text-align: justify;">In <a href="http://www.manitese.it/progetti/?p=819" target="_blank">Burkina Faso Mani Tese</a>, in collaborazione con il partner locale Kibare (associazione che opera in Benin e in Bukina Faso allo scopo di promuovere azioni per lo sviluppo delle comunità), è intervenuta per portare aiuti di prima necessità alla popolazione: tende, cucine da campo, zanzariere, lenzuola, materassini, etc. In una seconda fase il progetto prevede la ricostruzione delle abitazioni, ma anche per la distribuzione di sementi agli agricoltori della zona. Un lavoro lungo, che rallenta, e a volte interrompe, gli altri progetti di cooperazione avviati in questi paesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le catastrofi naturali hanno un effetto prolungato nel tempo e rischiano di annientare anni di sforzi nell’ambito della lotta alla povertà. </strong><br />
Per questo da anni lavoriamo perché gli interventi nei contesti di emergenza non siano solo volti a curare le ferite, ma possano creare i presupposti per uno sviluppo sostenibile e duraturo, capaci di far crescere anche le capacità di difesa delle comunità dagli effetti dei cambiamenti climatici.
</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: Periodico Manitese n. novembre &#8211; dicembre 2009</p>
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		<title>Cambiamenti climatici</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 10:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>

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		<description><![CDATA[LA RISPOSTA E&#8217; NELLE NOSTRE MANI SUPERARE L&#8217;EMERGENZA LA RISPOSTA E&#8217; NELLE NOSTRE MANI Le conseguenze dei cambiamenti climatici ricadono su tutti noi: sebbene i grandi interventi per contrastare il riscaldamento globale spettino ai governi e alle organizzazioni internazionali, ognuno di noi ha la possibilità di incidere su tale processo adottando uno stile di vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a name="top"></a><br />
<a href="#1">LA RISPOSTA E&#8217; NELLE NOSTRE MANI</a><br />
<a href="#2">SUPERARE L&#8217;EMERGENZA</a></p>
<p><a href="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/11/articolo_12-11.jpg"><img class="size-full wp-image-2085 alignnone" title="articolo_12-11" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/11/articolo_12-11.jpg" alt="articolo_12-11" width="567" height="233" /></a></p>
<h4><a name="1">LA RISPOSTA E&#8217; NELLE NOSTRE MANI</a></h4>
<p style="text-align: justify;">Le conseguenze dei cambiamenti climatici ricadono su tutti noi: sebbene i grandi interventi per contrastare il riscaldamento globale spettino ai governi e alle organizzazioni internazionali, ognuno di noi ha la possibilità di incidere su tale processo adottando uno stile di vita sostenibile e responsabile, a basso impatto ambientale.</p>
<p style="text-align: justify;">I cambiamenti climatici sono una realtà: senza voler cadere in teorie e visioni catastrofiche, è tempo che tutti riconoscano, ed agiscano di conseguenza, per contrastare gli effetti dannosi che tale cambiamento climatico ha sulla vita dell’intero Pianeta.<br />
Anche i più scettici non possono negare l’evidenza: <strong>la salute del nostro pianeta è seriamente a rischio, bisogna intervenire urgentemente per porvi rimedio</strong>.<br />
Lo riconoscono scienziati, ambientalisti, ma anche i governi dei paesi industrializzati e le organizzazioni internazionali, che in occasione dell’ultimo summit di luglio 2009 hanno confermato la volontà di raggiungere un efficace accordo globale alla <a href="http://en.cop15.dk/" target="_blank"><strong>Conferenza ONU di Copenaghen dedicata al clima</strong></a>. Le emissioni di gas a effetto serra provocate da attività umane sono aumentate del 70% dal 1970 e le concentrazioni di tali gas stanno causando un riscaldamento globale, con potenziali conseguenze devastanti per le generazioni presenti e future… La lotta ai cambiamenti climatici avrà ripercussioni positive anche per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio e la promozione di un modello di sviluppo sostenibile (dal sito ufficiale www.g8italia2009.it).<br />
Il <strong>Protocollo di Kyoto del 1997</strong>, accordo internazionale che stabilisce precisi obiettivi per i tagli delle emissioni di gas responsabili dell&#8217;effetto serra da parte dei Paesi industrializzati, ha rappresentato un’importante assunzione di responsabilità da parte di molti Paesi del Nord del mondo (vedi:http://unfccc.int/resource/docs/convkp/kpeng.html). Ad oggi purtroppo mancano ancora molte firme importanti al Protocollo, come gli USA, responsabili di gran parte delle emissioni di CO2. Per questo il summit di Copenhagen del prossimo dicembre, durante cui si incontreranno i 188 Paesi firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite, è un <strong>appuntamento decisivo per trovare un accordo per ridurre in maniera significativa le emissioni di anidride carbonica (CO2) </strong>provocate dalla produzione d’energia, dalle attività industriali, dai mezzi di trasporto e dalla deforestazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma <strong>su chi ricadono maggiormente i dannosi effetti del cambiamento climatico</strong>?<br />
Ad oggi potremmo rispondere gli abitanti del Sud del mondo, investiti da sempre più violente e continue catastrofi naturali. Aumento di inondazioni dovuto a temporali e piogge di forte intensità; progressivo scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari che potrebbe crescere tra 10 e 90 centimetri, sia a causa dello scioglimento dei ghiacci polari, sia perché le acque più calde occupano un volume maggiore (la geografia delle coste di tutti i continenti potrebbe risultare profondamente stravolta, con grandi città come New York, Miami, Rotterdam, Copenaghen, Bangkok e Venezia sommerse); le siccità sempre più frequenti, per esempio in Africa, in Asia e nella regione mediterranea. Milioni di persone sono minacciate da carestie sempre più gravi, soprattutto nei Paesi più poveri, e si ritiene che la situazione possa peggiorare nei prossimi decenni; con conseguente alterazione degli ecosistemi ed estinzione delle specie; aumento della povertà e della fame nel mondo, in quanto i cambiamenti climatici modificheranno l’attuale quadro mondiale di produzione alimentare.<br />
<a href="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/11/cambiamenti_climatici.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2073" title="cambiamenti_climatici" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/11/cambiamenti_climatici.jpg" alt="cambiamenti_climatici" width="283" height="189" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Basterebbe il senso di responsabilità che ognuno di noi dovrebbe sentire nei confronti delle popolazioni del Sud del mondo, che ancora una volta pagano per gli eccessi di un capitalismo sfrenato, per farci attivare e modificare i nostri stili di vita secondo modelli di sviluppo sostenibile.<br />
Purtroppo spesso questo non accade: ci sentiamo ancora protetti e lontani. Pensiamo sempre che “t<em>anto non accadrà a no</em>i”.<br />
E se non bastasse nemmeno ricordare che sono soprattutto le nostre abitudini quotidiane ad influenzare maggiormente i consumi energetici dell’intero Pianeta, che <strong>ogni comportamento quotidiano del singolo influisce in qualche maniera sugli equilibri naturali del pianeta e sulla vita di individui</strong> e comunità anche lontanissime, allora proviamo a dare uno sguardo alla salute del nostro Paese, l’Italia, per vedere se siamo poi così lontani dal subire gli effetti dei cambiamenti climatici.<br />
Uno studio pubblicato a marzo 2009 da Carlo Carraro, responsabile della ricerca ambientale della Fondazione Enrico Mattei (<em>Cambiamenti climatici e strategie di adattamento in Italia. Una valutazione economica</em>. Ed. Il Mulino) attesta che in Italia 16.500 chilometri quadrati di terreno sono considerati a rischio desertificazione, il che vuol dire che per questi terreni è prevista una diminuzione di resa agricola che, in completa assenza di politiche e strategie di adattamento, potrebbe essere calcolata in una perdita che oscilla tra gli 11,5 (nel caso di terreni adibiti a pascolo) e i 412,5 milioni di dollari l&#8217;anno (nel caso di terreni irrigati).<br />
Tra gli altri possibili effetti negativi, la diminuzione dei flussi di turismo internazionale verso il nostro Paese, a fronte però di un aumento del turismo domestico. Ad esempio, l’innalzamento della temperatura potrebbe costare nel 2030 una diminuzione del turismo straniero sulle nostre Alpi del 21,2 per cento.<br />
In generale &#8211; sottolinea lo studio &#8211; il mancato adattamento ai cambiamenti climatici potrebbe costare al sistema economico italiano nel 2050 una perdita di Pil pari a circa 20/30mila milioni di euro, l&#8217;equivalente di un&#8217;importante manovra finanziaria. Cifre che nel 2100 potrebbero raggiungere livelli assai più elevati.<br />
Le Nazioni Unite hanno calcolato che nel 2050 vi saranno circa 150 milioni di profughi ambientali, cioè umanità costretta a migrare dalle terre di origine per sopravvivere a desertificazione, carenze idriche, innalzamento del livello del mare. La pressione economica e sociale di queste migrazioni sulle nostre società sarà inevitabile e anche economicamente rilevante.<br />
Dati che parlano chiaro: <strong>anche il nostro Paese subisce le conseguenze del cambiamento climatico</strong>, e non solo perché “non esistono più le mezze stagioni”, ma perché gli effetti ricadono sulla nostra economia, sulla nostra struttura societaria, sui nostri patrimoni ambientali.</p>
<p style="text-align: justify;">E per porre rimedio a tutto ciò, per contribuire a migliorare le sorti del nostro futuro, bisogna partire da casa propria, scegliendo <strong>scelte di consumo alternative, sostenibili, che rispettino l’ambiente e quindi le persone</strong>.<br />
In Italia, come nel resto del mondo, sono molti gli esempi e le esperienze virtuose da cui attingere: si può partire dai gesti quotidiani, che seppur appaiono piccoli e insignificanti, influenzano in maniera significativa la salute del nostro Pianeta.<br />
<strong>A questo punto non ci resta che agire!</strong></p>
<p><em>A cura della redazione</em><br />
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<p><a href="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/11/articolo_18-11.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2150" title="articolo_18-11" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/11/articolo_18-11.jpg" alt="articolo_18-11" width="600" height="248" /></a></p>
<h4><a name="2">SUPERARE L&#8217;EMERGENZA</a></p>
<p style="text-align: justify;">Gli effetti dei cambiamenti climatici ricadono al momento sui Paesi del Sud del mondo, che subiscono così un ulteriore arresto dello sviluppo economico e sociale. Anche la cooperazione internazionale fa i conti con le sempre più frequenti catastrofi internazionali, dovendo coniugare le necessità imposte dalle emergenze con il più generale obiettivo di sviluppo sostenibile e duraturo.<br />
I casi del Bangladesh e Burkina Faso.<br />
Lo scorso ottobre la Banca Mondiale ha presentato il rapporto “Development and climate change 2010”, in cui si evidenziano i danni che i Paesi del Sud del mondo subiscono a causa dei cambiamenti climatici. Secondo le stime degli economisti di Washington, anche solo 2 gradi centigradi di surriscaldamento della terra potrebbero tradursi in una riduzione permanente del Pil tra il 4 e il 5% in Africa e Asia del Sud. I Paesi in via di sviluppo saranno i più colpiti dai cambiamenti climatici. Il capo economista della Banca Mondiale Justin Lin ha affermato che “questa parte di mondo dovrà accollarsi tra il 75-80% dei costi derivanti danni dal cambiamento del clima, anche se contribuisce solo per circa un terzo alla produzione di gas serra”.<br />
L&#8217;aumento delle catastrofi naturali, la maggiore frequenza di uragani, di forti piogge e inondazioni nelle zone tropicali, e di forti siccità e carestie nelle fasce semidesertiche, sono tutti segnali di cambiamenti climatici già in atto, quasi interamente causati da attività umane, che stanno mettendo a rischio lo sviluppo economico e sociale di quelle aree del pianeta dove vive la grande maggioranza dei più poveri.<br />
Il direttore del gruppo di ricerca di scienze geografiche presso la Rück AG di Monaco di Baviera, Gerhard Berz, prevede il verificarsi di &#8220;catastrofi come non si sono mai viste nella storia dell&#8217;umanità&#8221;, e mette in guardia da un inevitabile periodo di calamità naturali. A livello mondiale il numero delle grandi catastrofi è aumentato di tre volte dagli anni Sessanta ai Novanta.<br />
Klaus Töpfer, direttore generale dell&#8217;UNEP, il programma ambientale dell&#8217;ONU, in merito alle attuali catastrofiche inondazioni, invita a preservare e ricostituire le aree umide quali importanti zone in grado di assorbire e attenuare le ondate di piena. Tra le cause del cambiamento del clima e degli effetti conseguenti, ad esempio le alluvioni, Töpfer cita la combustione di combustibili fossili.<br />
Sempre più frequentemente sono i Paesi del Sud, maggiormente vulnerabili, a subire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico in atto.<br />
Un esempio lampante della ricaduta degli effetti del cambiamento climatico sui Paesi del Sud del mondo lo fornisce l’India, che negli ultimi mesi (da fine luglio a fine settembre 2009) è passata da uno stato di emergenza dovuto ad una prolungata siccità ad un’emergenza causata dalla violenza delle piogge monsoniche, che hanno costretto 2,5 milioni di persone ad abbandonare le loro case.<br />
Catastrofi di tale entità influiscono anche sui progetti di sviluppo portati avanti da associazioni come Mani Tese, che da anni lavorano sul territorio al fianco delle popolazioni e delle organizzazioni locali per l’implementazione di uno sviluppo sostenibile (socialmente ma anche ambientalmente).<br />
Le azioni di Mani Tese in Bangladesh sono volte a stimolare l’economia locale, investendo nel settore del microcredito, dell’agricoltura e dell’allevamento, ma anche l’aumento e la diffusione dell’istruzione (sia formale sia professionale) rimane uno dei principali obiettivi che si intende raggiungere, come primo e reale strumento di emancipazione.<br />
Da molto tempo le comunità più povere e arretrate della regione sud-occidentale del Bangladesh non hanno potuto godere di iniziative di sviluppo di ampio respiro e sono state considerate gruppi socialmente marginali ed emarginati. A causa di queste mancanze le comunità sono ancora più duramente colpite dalle calamità naturali, di qualsiasi genere esse siano: cicloni, inondazioni, straripamenti, ecc. I cicloni nel 1988, le inondazioni improvvise nel 2000, gli straripamenti nel 2005 e 2006 e, nel 2007, il devastante ciclone Sidr sono solo una sommaria cronaca degli ultimi tempi. A causa di queste calamità, l’85% dei membri della comunità appartenenti a questi gruppi ha subito danni alle proprie vite e ai loro beni, e quelli che possedevano della terra coltivabile hanno perso praticamente la totalità delle loro proprietà.<br />
Sebbene l’azione di Mani Tese si concentri principalmente su progetti di sviluppo, nel corso degli anni è stato necessario dedicare risorse significative ad interventi di emergenza, soprattutto in seguito ai cicloni. Alcune delle zone (in particolare il sud-ovest del Paese) in cui Mani Tese opera insieme ai partner locali, sono state infatti ripetutamente colpite da queste calamità naturali. Per questo, oltre ad interventi di primo aiuto (come distribuzione di acqua, cibo e medicinali), sono stati realizzati anche dei centri di accoglienza, i cosiddetti “rifugi anti-ciclone”.<br />
In seguito al ciclone Sidr del 2007, uno dei 10 cicloni più potenti che abbiano colpito il Bangladesh negli ultimi 10 anni, Mani Tese, in collaborazione con il partner locale Dalit (organizzazione bengalese fondata nel 1998 con l’obiettivo di migliorare le condizioni socio economiche delle comunità dei fuori casta), ha sostenuto la ricostruzione delle case distrutte con strutture in grado di resistere ad eventuali altri cicloni, la bonifica dei pozzi per l’acqua; il ripristino delle attività locali; la ricostruzione di scuole; ma ha anche organizzato momenti di formazione di squadre di volontari per i salvataggi di emergenza, incontri pubblici a cadenza regolare con gli abitanti delle comunità e incontri di sensibilizzazione con gli studenti delle scuole, con lo scopo di informare e preparare l’intera popolazione ad eventuali future emergenze.<br />
Lo scorso 25 maggio l’ennesimo ciclone, battezzato “Aila”, si è abbattuto sulle comunità di Khulna, Bagerhat e Satkhira, già colpite dal devastante Sidr, proprio nel momento in cui queste stavano cercando di ricostruire una vita normale.<br />
Il lavoro dei volontari e dello staff di Dalit, formati per l’emergenza, è stato di fondamentale importanza per portare aiuti tempestivi alle popolazioni colpite dal ciclone. Inoltre il centro polifunzionale costruito in precedenza è stata una delle poche strutture che ha resistito alla forza devastante dell’acqua, permettendo a centinaia di sfollati di trovare un rifugio temporaneo.<br />
Mani Tese ha quindi avviato un altro progetto di emergenza, per portare beni di prima necessità alla popolazione colpita dal ciclone Aila. Ad oggi la situazione è ancora molto grave: a causa delle piogge il livello dell’acqua continua a salire, la popolazione lascia le proprie case in cerca di rifugi più sicuri, le scuole sono chiuse in quanto utilizzate come rifugi.<br />
Nonostante gli interventi del governo (come la costruzione di rifugi anti-ciclone, il rafforzamento degli argini, il pronto intervento in caso di calamità naturali, la diffusione di un sistema di preavviso), uniti ad altre iniziative di ONG come Dalit e Mani Tese, abbiano contribuito a ridurre in proporzione la vulnerabilità delle popolazioni di queste zone, rispetto agli anni ’80, ancora non si è in grado di rispondere adeguatamente a disastri di proporzioni simili o maggiori. La situazione è ulteriormente aggravata a causa degli imprevedibili cambiamenti climatici, che si vanno a sommare a un pericoloso impoverimento delle risorse naturali. La foresta di mangrovie nel sud-ovest del Paese, ad esempio, agiva da barriera naturale contro le infiltrazioni saline nel terreno, le inondazioni e le alluvioni, smorzando la violenza dei cicloni che avevano così un impatto meno devastante sulle zone dell’entroterra. Il progressivo abbattimento della foresta equivale quindi ad un aumentato rischio per l’intera zona. Oltre all’intensità e alla frequenza dei disastri naturali, aumentano e si aggravano quindi le conseguenze sulla popolazione, sempre più vulnerabile.</p>
<p>Un esempio ancora più recente delle conseguenze profonde che i cambiamenti climatici hanno su popolazioni già in difficoltà è l’alluvione che ha colpito il Burkina Faso a fine agosto. Nonostante il Paese sia soggetto ad inondazioni periodiche, il 1° settembre scorso la pioggia ha avuto una portata straordinaria di 263 mm d’ acqua caduti in 12 ore, provocando danni estesi all’interno ed attorno alla capitale Ouagadougou. Le inondazioni sono state segnalate anche nei Paesi vicini, della regione occidentale Africana, dove sono state colpite circa 350.000 persone. Tutti e cinque i distretti di Ouagadougou hanno subito danni, in totale il 50 % del territorio cittadino.<br />
Circa 48,000 persone sono state accolte in ricoveri temporanei come scuole, chiese e uffici pubblici; gran parte dei raccolti sono andati distrutti, privando così gli agricoltori della loro unica fonte di reddito.<br />
Numerosi sono stati anche i danneggiamenti alle infrastrutture pubbliche, soprattutto a strade, ponti, scuole e al Central University Hospital. Gli impianti di purificazione dell’acqua della città, che fornisce il 30% della popolazione, sono fuori uso e, nonostante il deficit sia momentaneamente coperto da fonti idriche provenienti da altri impianti fuori città, c’è il rischio che aumenti la propagazione di malattie causate dall’inquinamento dell’acqua, come il colera, la febbre gialla e la malaria.<br />
In Burkina Faso Mani Tese, in collaborazione con il partner locale Kibare (associazione che opera in Benin e in Bukina Faso allo scopo di promuovere azioni per lo sviluppo delle comunità), è intervenuta per portare aiuti di prima necessità alla popolazione: tende, cucine da campo, zanzariere, lenzuola, materassini, etc. In una seconda fase il progetto prevede la ricostruzione delle abitazioni, ma anche per la distribuzione di sementi agli agricoltori della zona. Un lavoro lungo, che rallenta, e a volte interrompe, gli altri progetti di cooperazione avviati in questi paesi.</p>
<p>Le catastrofi naturali hanno un effetto prolungato nel tempo e rischiano di annientare anni di sforzi nell’ambito della lotta alla povertà.<br />
Per questo da anni lavoriamo perché gli interventi nei contesti di emergenza non siano solo volti a curare le ferite, ma possano creare i presupposti per uno sviluppo sostenibile e duraturo, capaci di far crescere anche le capacità di difesa delle comunità dagli effetti dei cambiamenti climatici.
</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A cura della redazione</em></p>
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		<title>Rapporto FAO</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 14:25:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[fao]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità alimentare]]></category>

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		<description><![CDATA[Rapporto FAO ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Un rapporto FAO esplora come bilanciare negli interventi di mitigazione costi e benefici per la sicurezza alimentare</strong><br />
<em>Roma, 5 novembre 2009</em></p>
<p><strong>L’agricoltura da una parte è vittima del cambiamento climatico</strong>, ma dall’altra ne è anche responsabile, contribuendo con il 14 per cento del totale delle emissioni di gas serra. L’agricoltura tuttavia, può anche essere una parte importante della soluzione, mediante la mitigazione, la riduzione e/o l’eliminazione, di un ammontare significativo delle emissioni globali.  E circa il 70 per cento di queste strategie, secondo la FAO, potrebbero essere attuate nei paesi in via di sviluppo.</p>
<p>“<strong>Molte delle strategie agricole per mitigare il cambiamento climatico sono positive anche per la sicurezza alimentare</strong>, per lo sviluppo e per l’adattamento al cambiamento climatico”, dice Alexander Mueller, Vice Direttore Generale della FAO.  “La sfida è riuscire a capitalizzare queste sinergie potenziali, e nel frattempo gestire i trade-off rischi-benefici per la sicurezza alimentare”.</p>
<p>Il rapporto “Food Security and Agricultural Mitigation in Developing Countries: Options for Capturing Synergies” è stato lanciato in occasione dei colloqui sul cambiamento climatico di Barcellona (2-6 novembre) organizzati in preparazione del Vertice di Copenaghen del dicembre prossimo.</p>
<p><strong>Migliorare la gestione delle colture</strong><br />
Le opzioni tecniche più importanti per far sì che l’agricoltura contribuisca a mitigare il cambiamento climatico consistono nel migliorare la gestione delle colture e delle terre a pascolo ed il risanamento biologico del suolo e delle terre degradate.</p>
<p><strong>Circa il 90 per cento del potenziale della mitigazione tecnica da agricoltura proviene dal sequestro del carbonio nel terreno</strong>.  Questo implica l’incremento del livello di sostanze organiche, delle quali il carbonio è la componente principale, nel suolo.  Questo può tradursi in un migliore contenuto di nutrienti della pianta, in un aumento della sua capacità di ritenzione dell’acqua ed in una migliore struttura, tutti elementi che alla fine portano a migliori rendimenti e ad una maggiore resistenza.</p>
<p>Tra le opzioni per incrementare il sequestro di carbonio vi sono: una minore lavorazione del terreno, l’utilizzo dei residui colturali come composto e per la copertura dei terreni, l’impiego di colture perenni per coprire il suolo, la risemina dei pascoli ed una loro migliore gestione.<br />
<strong><br />
Bilanciare benefici e rischi</strong><br />
Altre opzioni comportano un difficile compromesso tra azioni positive per la mitigazione ma che hanno possibili conseguenze negative per la sicurezza alimentare e per lo sviluppo.  In alcuni casi vi sono possibili sinergie nel lungo periodo ma compromessi a breve termine.</p>
<p>La produzione di biocombustibili ad esempio, fornisce un’alternativa pulita ai carburanti fossili, ma può entrare in competizione la produzione alimentare per quanto riguarda la terra e le risorse idriche.  Il risanamento biologico del suolo consente ad esempio un maggiore sequestro di carbonio, ma può ridurre la terra disponibile per la produzione alimentare.  Ed ancora, il risanamento delle superfici destinate al pascolo può incrementare l’opera di sequestro di carbonio, ma può comportare nel breve periodo un calo dei redditi per la limitazione del numero di capi di bestiame.</p>
<p>Alcune di queste sfide possono controbilanciarsi con misure per incrementare l’efficienza o mediante il pagamento di incentivi e di compensazioni.</p>
<p>Molte delle opzioni tecniche di mitigazione sono in realtà già disponibili e potrebbero essere messe in pratica da subito.  Va tuttavia tenuto presente che mentre questo tipo di interventi generano un vantaggio netto nel lungo periodo, implicano considerevoli costi iniziali.</p>
<p>Devono superarsi anche altre barriere, come diritti fondiari incerti, mancanza di informazioni e di assistenza tecnica, o di accesso a sementi e fertilizzanti.  “Rapportarsi agli sforzi di sviluppo agricolo in corso che affrontano queste stesse questioni è un modo economicamente vantaggioso di operare”, dice Kostas Stamoulis, Direttore della Divisione dell’economia dello sviluppo agricolo della FAO.</p>
<p><strong>Necessari meccanismi di finanziamento</strong><br />
Il rapporto delinea possibili meccanismi di finanziamento che potrebbero sbloccare i benefici potenziali per una mitigazione del cambiamento climatico, per la sicurezza alimentare e per lo sviluppo agricolo.</p>
<p>Al momento sono all’esame una serie di possibilità finanziarie – pubbliche, pubbliche e private, e mercati del carbonio – per interventi di mitigazione del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo.  Secondo il rapporto potrebbero diventare future fonti di finanziamento per interventi di mitigazione da agricoltura.  Lo stesso potrebbe fare un fondo internazionale dedicato specificatamente al sostegno delle azioni di mitigazione da parte dell’agricoltura nei paesi in via di sviluppo ed al coordinamento di finanziamenti provenienti dagli aiuti ufficiali allo sviluppo.<br />
<strong><br />
Vantaggi su più fronti</strong><br />
Nonostante il suo notevole potenziale, <strong>l’attenuazione del cambiamento climatico da parte del settore agricolo è rimasta relativamente marginale nei negoziati sul cambiamento climatico</strong>.</p>
<p>Per riuscire a trarne pienamente profitto, il rapporto raccomanda per tutte le questioni relative alla sua attuazione, di attenersi al programma di lavoro proposto dall’Organismo Sussidiario di consulenza tecnica e scientifica della Convenzione quadro dell’ONU sul cambiamento climatico (UNFCCC).</p>
<p>Il rapporto propone anche interventi e sperimentazioni sul campo guidate dai paesi, con un approccio graduale in funzione alle capacità nazionali e sostenuto da un’adeguata formazione e da trasferimento di tecnologie e finanziamenti.</p>
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		<title>Forum delle alternative</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 13:17:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[bangkok]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>

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		<description><![CDATA[L'agenda dal basso contro i cambiamenti climatici]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;">Forum delle alternative<br />
<a href="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/10/Bangkok_03.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1693" title="Bangkok_03" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/10/Bangkok_03.jpg" alt="Bangkok_03" width="227" height="151" /></a></h4>
<p><em>2 ottobre 2009, Bangkok &#8211; Thailandia </em></p>
<p style="text-align: justify;">Centinaia di attivisti da tutta l&#8217;Asia sono riuniti in questi giorni per discutere l&#8217;agenda dal basso contro i cambiamenti climatici. I<strong>l Forum delle alternative è una sei giorni di eventi, manifestazioni e riunioni</strong>, e i suoi protagonisti hanno viaggiato per migliaia di chilometri per essere presenti qui a Bangkok, a lato dell&#8217;incontro ufficiale delle Nazioni Unite sul clima, e discutere assieme delle strategie necessarie per trasformare il modello di produzione, del commercio e della finanza globale e muovere verso un sistema più sostenibile, incentrato su principi di equità e giustizia economica, sociale e climatica.<br />
<a href="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/10/bangkok_021.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1692" title="bangkok_02" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/10/bangkok_021.jpg" alt="bangkok_02" width="227" height="151" /></a><br />
Indiani, cingalesi, tailandesi, filippini, ma anche i diversi europei e statunitensi presenti a questi incontri, tra cui la <strong>Campagna per la Riforma della Banca mondiale</strong>, concordano che non sia possibile trovare una soluzione all&#8217;emergenza climatica senza rivedere il modello economico che l&#8217;ha generata, promuovendo un sovraconsumo delle risorse naturali che non può e non deve continuare.<br />
E che c&#8217;è un debito enorme, ecologico e climatico, oltre che economico e sociale, che i governi del Nord devono pagare a quelli del Sud, per lo sfruttamento delle risorse ma anche per avere occupato lo spazio atmosferico di chi oggi -nel Sud- vede minacciato il proprio diritto alla vita, e a una vita migliore, perchè il pianeta è arrivato al collasso.<br />
<strong>Domenica 27 e lunedì 28 settembre circa settanta attivisti di tutto il mondo si sono riuniti per discutere di clima e finanza</strong>, denunciando il ruolo negativo che le istituzioni finanziarie internazionali, in primo luogo la Banca mondiale, hanno avuto nel generare la crisi climatica, economica e finanziaria che continua a mietere vittime nel Sud del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Martedì il seminario sul debito climatico si è concluso con un <strong>minuto di silenzio per le vittime dell&#8217;inondazione di Manila e altre aree delle Filippine</strong>. Si parla di oltre 280 morti, inclusi purtroppo i figli di un&#8217;attivista filippina, rimasti folgorati quando il muro d&#8217;acqua ha colpito la loro casa.<br />
I media italiani hanno quasi ignorato la notizia, la tragedia non può che essere collocata nel contesto dei cambiamenti climatici.<br />
In sei ore di pioggia, tra sabato e domenica, è caduta su Manila la quantità d&#8217;acqua che normalmente scende in una settimana, che ha portato a un ingrossamento dei fiumi a livelli mai visti prima. Come ci viene confermato da diversi filippini arrivati  a Bangkok prima della grande pioggia, Metro Manila è attraversata da diversi fiumi, e quindi è già successo che alcune zone della città finissero sott&#8217;acqua. Questa volta non si parla di pochi centimetri, ma di un muro d&#8217;acqua di 7-8 metri di altezza che in poche ore ha travolto migliaia di case provocando danni che nessuno sa come verranno compensati.<br />
<strong>Manila, le isole del Pacifico, ma anche l&#8217;India</strong> (dove quest&#8217;anno non ha piovuto nella stagione delle piogge) e l&#8217;intero <strong>continente africano</strong> (dove si prevede che nei prossimi anni la produzione agricola cadrà del 50% proprio a causa del surriscaldamento del pianeta, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di almeno 1 miliardo di persone), sono alcuni pezzi di Sud che già oggi <strong>pagano per le alte emissioni di Co2 e altri inquinanti che hanno luogo “a casa nostra”</strong>.<br />
Chiusi nelle stanze del negoziato, miopi e lontani dalla relatà, i negoziatori europei ieri sono retrocessi su posizioni molto lontane dal permettere una soluzione per il clima quando, a dicembre, si terrà a Copenaghen il vertice sul post-Kyoto. Nessun libero mercato e nessuna scoperta tecnologica potranno salvarci dalla prossima apocalisse, ma solo un cambiamento reale e una drastica riduzione delle emissioni e quindi degli investimenti nell&#8217;economia del petrolio. Solo per dire che, vada come vada a Copenaghen, <strong>il destino del pianeta è nelle mani di ciascuno di noi</strong>.</p>
<p><em>[fonte: Crbm/Mani Tese]</em></p>
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		<title>Un treno per Copenhagen!</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2009 11:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terzo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[conferenza di Copenhagen]]></category>
		<category><![CDATA[CRBM]]></category>

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		<description><![CDATA[A dicembre si terrà a Copenhagen la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;">Quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima<br />
7 &#8211; 18 dicembre 2009, Copenaghen<br />
<a href="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/09/cambiamenti_climatici1.jpg"><img class="size-full wp-image-1595 aligncenter" title="cambiamenti_climatici" src="http://www.manitese.it/wp-content/uploads/2009/09/cambiamenti_climatici1.jpg" alt="cambiamenti_climatici" width="432" height="324" /></a></h4>
<p><strong>Da www.sbilanciamoci.info</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Conferenza sul post-Kyoto è vicina, l&#8217;Italia non è pronta. Quel che il nostro paese non ha fatto, quello che si dovrebbe fare. Le richieste delle Organizzazioni non governative in vista di un vertice che dovrebbe essere cruciale per i destini del mondo.<br />
Il Protocollo di Kyoto é in vigore fino al 2012 e per discutere del post-Kyoto é stata convocata per il prossimo dicembre la Conferenza di Copenhagen.<br />
L’Italia è in ritardo sugli impegni presi. Nel solo 2008 abbiamo accumulato un debito di 1,3 miliardi di euro, 3,6 milioni al giorno, per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto agli obiettivi sottoscritti in sede internazionale..</p>
<p>Per il quarto anno consecutivo le emissioni italiane si sono ridotte, dopo aver superato nel 2004 dell’11% i livelli del 1990. Nel 2008 sono state 552,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, più 6,9% sul 1990. Il recupero degli ultimi anni deriva dall’aumentato prezzo dell’energia, da inverni poco rigidi, dall’arrivo della recessione e per finire dai primi risultati delle politiche di efficienza energetica e di incentivazione delle rinnovabili. Tutto fa pensare che anche il 2009, a seguito della crisi, vedrà un’ulteriore riduzione delle emissioni: ma, in base al Protocollo di Kyoto ed alle decisioni prese in sede UE, l’Italia dovrebbe portarle a 483 milioni di tonnellate CO2 equivalenti entro il 2012, un risultato ancora molto distante.<br />
Una coalizione di organizzazioni della società civile presenterà un documento di 160 pagine con il titolo di &#8220;Copenhagen Climate Treaty&#8221;, che verrà distribuito alle delegazioni dei 192 stati che partecipano ai lavori preparatori della Conferenza di Copenaghen. Il documento conterrà l&#8217;analisi con le proposte, in corso di revisione costante, in base agli sviluppi dei negoziati, in grado di mantenere l’aumento delle temperature medie globali il più al di sotto possibile dei 2°, rispetto ai livelli pre-industriali.
</p>
<p style="text-align: justify;">Leggi l&#8217;intero documento su <a href="http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Quanto-e-lontana-Copenhagen" target="_blank">www.sbilanciamoci.info</a></p>
<h4 style="text-align: justify;">Anche Mani Tese e Crbm saranno presenti con una delegazione al prossimo forum mondiale sui cambiamenti climatici</h4>
<p style="text-align: justify;">Parallelamente alla conferenza di Copenhagen si terranno una serie di controforum e manifestazioni (la più importante   prevista per sabato 12) organizzate dalla società civile internazionale.<br />
Anche CRBM/ MANI TESE in collaborazione con lo SCI (Servizio Civile Internazionale) ed altri gruppi internazionali  hanno organizzato una giornata,  all’interno del “Klimaforum”  Controvertice dei movimenti,   durante la quale si terranno seminari e  dibattiti su debito, commercio, finanza e cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Per informazioni scrivere a:<br />
<a href="mail&#116;&#111;&#58;&#101;&#103;ere&#98;iz&#122;a&#64;&#99;rb&#109;.or&#103;">&#101;g&#101;rebi&#122;&#122;a&#64;c&#114;b&#109;&#46;&#111;rg</a> /  <a href="&#109;a&#105;&#108;t&#111;:&#115;en&#115;&#105;&#64;&#109;&#97;&#110;&#105;&#116;&#101;se&#46;&#105;&#116;">sen&#115;i&#64;ma&#110;ite&#115;&#101;.i&#116;</a>,<br />
oppure contattare il Servizio Gruppi  Ufficio Gruppi e Volontariato di MANI TESE :  Tel 02 4075165  /Fax 02 4046890</p>
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