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	<title>campagne &#187; Crbm</title>
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		<title>Stop alla diga Gibe III</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 15:29:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economie di pace]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>

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		<description><![CDATA[ROMA, 23 MARZO 2010 – CRBM, la rete europea Counter Balance, Friends of Lake Turkana e International Rivers lanciano oggi una campagna globale per chiedere lo stop ai finanziamenti e alla costruzione della controversa diga di Gibe III, sul fiume etiope Omo. Aderisci su www.stopgibe3.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">ROMA, 23 MARZO 2010 – CRBM, la rete europea Counter Balance, Friends of Lake Turkana e International Rivers lanciano oggi una campagna globale per chiedere lo stop ai finanziamenti e alla costruzione della controversa diga di Gibe III, sul fiume etiope Omo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Per aderire alla campagna si può firmare una petizione online, scaricabile dai siti</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">www.stopgibe3.org</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">www.stopgibe3.it</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La diga metterebbe in pericolo i terreni abitati da 500mila indigeni tribali dell’Etiopia del Sud e della parte settentrionale del Kenya, la cui sicurezza alimentare dipende strettamente dalle risorse naturali e dal delicato equilibrio dell’ecosistema locale. Facendo cessare il flusso naturale delle acque del fiume, lo sbarramento distruggerebbe i raccolti, impedirebbe il pascolo nei pressi delle rive e eliminerebbe le riserve ittiche presenti nel Lago Turkana, il più grande invaso desertico del mondo. L’ecosistema e le tradizioni culturali della Bassa Valle dell’Omo e dello stesso lago Turkana, entrambi riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, andrebbero persi per sempre.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">I lavori, in carico all’impresa italiana Salini, sono iniziati nel 2006, ma il governo di Addis Abeba ha bisogno di circa un miliardo di euro per il completamento dell’opera. A dispetto di una lunga serie di violazioni, il nostro esecutivo e quello keniano, la Banca europea per gli investimenti, la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo stanno attualmente valutando un possibile finanziamento.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La diga, infatti, non rispetta la costituzione etiope, alcune convenzioni internazionali, le politiche di salvaguardia ambientale delle istituzioni finanziarie internazionali e le priorità strategiche della World Commission on Dams.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La maggior parte della popolazione impattata ha ricevuto pochissime informazioni sul progetto e le sue conseguenze negative, senza poter peraltro esprimere il loro eventuale dissenso al riguardo, vista la forte repressione messa in atto dall’esecutivo guidato da Meles Zenawi.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">“La diga si rivelerà un disastro causato dall’uomo e inoltre viola legislazioni nazionali e internazionali” ha dichiarato Caterina Amicucci della CRBM. “Per queste ragioni il progetto non deve essere finanziato dalle istituzioni finanziarie internazionali e dalle agenzie di sviluppo, che, a partire dalla cooperazione italiana, devono subito evitare qualsiasi coinvolgimento” ha aggiunto la Amicucci.</div>
<p>La diga metterebbe in pericolo i terreni abitati da 500mila indigeni tribali dell’Etiopia del Sud e della parte settentrionale del Kenya, la cui sicurezza alimentare dipende strettamente dalle risorse naturali e dal delicato equilibrio dell’ecosistema locale. Facendo cessare il flusso naturale delle acque del fiume, lo sbarramento distruggerebbe i raccolti, impedirebbe il pascolo nei pressi delle rive e eliminerebbe le riserve ittiche presenti nel Lago Turkana, il più grande invaso desertico del mondo. L’ecosistema e le tradizioni culturali della Bassa Valle dell’Omo e dello stesso lago Turkana, entrambi riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, andrebbero persi per sempre.</p>
<p>I lavori, in carico all’impresa italiana Salini, sono iniziati nel 2006, ma il governo di Addis Abeba ha bisogno di circa un miliardo di euro per il completamento dell’opera. A dispetto di una lunga serie di violazioni, il nostro esecutivo e quello keniano, la Banca europea per gli investimenti, la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo stanno attualmente valutando un possibile finanziamento.<br />
La diga, infatti, non rispetta la costituzione etiope, alcune convenzioni internazionali, le politiche di salvaguardia ambientale delle istituzioni finanziarie internazionali e le priorità strategiche della World Commission on Dams.</p>
<p>La maggior parte della popolazione impattata ha ricevuto pochissime informazioni sul progetto e le sue conseguenze negative, senza poter peraltro esprimere il loro eventuale dissenso al riguardo, vista la forte repressione messa in atto dall’esecutivo guidato da Meles Zenawi.</p>
<p>“La diga si rivelerà un disastro causato dall’uomo e inoltre viola legislazioni nazionali e internazionali” ha dichiarato Caterina Amicucci della CRBM. “Per queste ragioni il progetto non deve essere finanziato dalle istituzioni finanziarie internazionali e dalle agenzie di sviluppo, che, a partire dalla cooperazione italiana, devono subito evitare qualsiasi coinvolgimento” ha aggiunto la Amicucci.</p>
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		<title>Cancelliamo subito il debito di Haiti!</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:14:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>

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		<description><![CDATA[In concomitanza con la Conferenza dei Donatori che si sta svolgendo in queste ore a Montreal, in Canada, Mani Tese e la CRBM hanno scritto al governo italiano, nelle persone dei ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti, per chiedere che in quel contesto si adoperi per la totale cancellazione del debito di Haiti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Roma, 25 gennaio 2010 – In concomitanza con la Conferenza dei Donatori che si sta svolgendo in queste ore a Montreal, in Canada, Mani Tese e la CRBM hanno scritto al governo italiano, nelle persone dei ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti, per chiedere che in quel contesto si adoperi per la totale cancellazione del debito di Haiti.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Sebbene lo scorso giugno al martoriato Paese centroamericano siano già stati rimessi debiti per l’ammontare di 1,2 miliardi di dollari, rimangono da pagare altri 800 milioni. Oltre la metà di quella somma è dovuta al Fondo Monetario Internazionale (IMF) e alla Banca Interamericana di Sviluppo (IDB).</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Il governo italiano rappresenta una voce autorevole nel Consiglio dei direttori esecutivi del Fondo e dell’IDB. Nei prossimi cinque anni Haiti dovrà pagare almeno 100 milioni di dollari in servizio del debito all’IMF e IDB, la stessa somma che il Fondo Monetario ha annunciato di voler prestare al Paese per fare fronte all’emergenza attuale.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Per questa ragione Mani Tese e CRBM domandano al nostro esecutivo di attivarsi per far sì che le due istituzioni multilaterali cancellino il debito immediatamente e senza alcuna condizione.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Per contribuire alla ricostruzione di Haiti c’è bisogno della concessione di aiuti a perdere (Grants) e non di crediti di aiuto che il governo di Port-au-Prince dovrebbe poi restituire. Tale iniziativa costituirebbe un segnale importante alla comunità dei donatori internazionali per non aumentare il debito estero del Paese, una possibilità questa che anche altri Governi europei stanno valutando.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">“Se la comunità internazionale vuole davvero aiutare i milioni di sopravvissuti alla tragedia di Haiti,  la cancellazione immediata e incondizionata di tutto il debito estero del Paese è un atto dovuto di giustizia sociale, economica, ambientale e climatica” ha dichiarato Elena Gerebizza della CRBM. “Se il governo italiano è intenzionato a dare un contributo efficace alla ricostruzione, deve impegnarsi a finanziare gli interventi di base necessari con grants e non con prestiti che riporterebbero Haiti nella spirale del debito” ha concluso la Gerebizza.</div>
<p>Sebbene lo scorso giugno al martoriato Paese centroamericano siano già stati rimessi debiti per l’ammontare di 1,2 miliardi di dollari, rimangono da pagare altri 800 milioni. Oltre la metà di quella somma è dovuta al Fondo Monetario Internazionale (IMF) e alla Banca Interamericana di Sviluppo (IDB).</p>
<p>Il governo italiano rappresenta una voce autorevole nel Consiglio dei direttori esecutivi del Fondo e dell’IDB. Nei prossimi cinque anni Haiti dovrà pagare almeno 100 milioni di dollari in servizio del debito all’IMF e IDB, la stessa somma che il Fondo Monetario ha annunciato di voler prestare al Paese per fare fronte all’emergenza attuale.</p>
<p>Per questa ragione Mani Tese e CRBM domandano al nostro esecutivo di attivarsi per far sì che le due istituzioni multilaterali cancellino il debito immediatamente e senza alcuna condizione.</p>
<p>Per contribuire alla ricostruzione di Haiti c’è bisogno della concessione di aiuti a perdere (Grants) e non di crediti di aiuto che il governo di Port-au-Prince dovrebbe poi restituire. Tale iniziativa costituirebbe un segnale importante alla comunità dei donatori internazionali per non aumentare il debito estero del Paese, una possibilità questa che anche altri Governi europei stanno valutando.</p>
<p>“Se la comunità internazionale vuole davvero aiutare i milioni di sopravvissuti alla tragedia di Haiti,  la cancellazione immediata e incondizionata di tutto il debito estero del Paese è un atto dovuto di giustizia sociale, economica, ambientale e climatica” ha dichiarato Elena Gerebizza della CRBM. “Se il governo italiano è intenzionato a dare un contributo efficace alla ricostruzione, deve impegnarsi a finanziare gli interventi di base necessari con grants e non con prestiti che riporterebbero Haiti nella spirale del debito” ha concluso la Gerebizza.</p>
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		<title>Nuove proposte contro la povertà</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 12:14:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Una trentina di reti e associazioni europee, tra cui anche la CRBM, hanno scritto oggi all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) per avanzare delle proposte efficaci sulla lotta contro la povertà.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Roma, 25 gennaio 2010 – Una trentina di reti e associazioni europee, tra cui anche la CRBM, hanno scritto oggi all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) per avanzare delle proposte efficaci sulla lotta contro la povertà. Tra queste l’introduzione del cosiddetto country by country reporting, la lotta alla contro la fuga di capitali dai Paesi del Sud e un maggior scambio di informazioni e di sinergie a livello fiscale.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">In particolare sarebbe molto importante predisporre una rendicontazione Paese per Paese (Country by Country reporting) dei dati contabili e fiscali delle imprese multinazionali, che oggi devono riportare nei propri bilanci unicamente dati aggregati per macro-regioni. Una misura di buon senso che consentirebbe un decisivo salto di qualità nella lotta contro l&#8217;evasione fiscale, la corruzione, il riciclaggio e la criminalità organizzata e che andrebbe inserita nelle linee guida dell’OCSE sulle imprese multinazionali.</div>
<p>Una trentina di reti e associazioni europee, tra cui anche la CRBM, hanno scritto oggi all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) per avanzare delle proposte efficaci sulla lotta contro la povertà. Tra queste l’introduzione del cosiddetto country by country reporting, la lotta alla contro la fuga di capitali dai Paesi del Sud e un maggior scambio di informazioni e di sinergie a livello fiscale.</p>
<p>In particolare sarebbe molto importante predisporre una rendicontazione Paese per Paese (Country by Country reporting) dei dati contabili e fiscali delle imprese multinazionali, che oggi devono riportare nei propri bilanci unicamente dati aggregati per macro-regioni. Una misura di buon senso che consentirebbe un decisivo salto di qualità nella lotta contro l&#8217;evasione fiscale, la corruzione, il riciclaggio e la criminalità organizzata e che andrebbe inserita nelle linee guida dell’OCSE sulle imprese multinazionali.</p>
<p>Fonte: www.crbm.org</p>
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		<title>I cinque progetti che devasteranno il Pianeta</title>
		<link>http://www.manitese.it/campagne/2009/i-cinque-progetti-che-devasteranno-il-pianeta/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 12:14:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economie di pace]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[crisi ecologica]]></category>
		<category><![CDATA[versocopenhagen]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall’Albania alla Patagonia, dall’Africa al Kazakistan: il rapporto di Crbm allegato al numero di dicembre della rivista Altreconomia!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Dall’Albania alla Patagonia, dall’Africa al Kazakistan: il rapporto di Crbm allegato al numero di dicembre della rivista Altreconomia</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Col numero di dicembre del mensile Altreconomia, in vendita in tutte le botteghe del commercio equo e solidale (www.altreconomia.it), in regalo il rapporto di Crbm sui “5 progetti che devasteranno il Pianeta”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">A breve saranno infatti realizzate delle mastodontiche e costosissime opere infrastrutturali che avranno delle ricadute pessime sull’ambiente e sulle popolazioni locali. Si tratta dell’estrazione di combustibili fossili “convenzionali” come il petrolio, oppure solo mascherati di sostenibilità, come il fantomatico carbone “pulito”, o ad altissimo grado di inquinamento, nel caso delle sabbie bituminose. E ancora, mega sbarramenti fluviali che, come sostengono numerosi esperti, aumenteranno le emissioni di CO2. Con la partecipazione di imprese come l’Eni e l’Enel, o grandi istituzioni come Banca mondiale o Banca europea per gli investimenti.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Questa pubblicazione esce alla vigilia del vertice sui Cambiamenti Climatici di Copenaghen. Purtroppo si sa già che, al di là degli impegni che i Paesi nel Nord e del Sud del mondo prenderanno per limitare le emissioni dei nefasti gas serra, a breve saranno realizzate delle mastodontiche e costosissime opere infrastrutturali che avranno delle ricadute pessime sull’ambiente e sulle popolazioni locali. Si sa anche anche che tali progetti riguardano l’estrazione di combustibili fossili “convenzionali” come il petrolio, oppure solo mascherati di sostenibilità, come il fantomatico carbone “pulito”, o ad altissimo grado di inquinamento, nel caso delle sabbie bituminose. E ancora, sono progetti che hanno a che fare con la costruzione di mega sbarramenti che imprigioneranno l’acqua di fiumi ancestrali e, come sostengono numerosi esperti, aumenteranno invece di diminuire il carico di CO2 sul groppone del Pianeta. La costante dei cinque progetti che vengono raccontati in questa pubblicazione è che saranno realizzati tutti nel “Sud povero” del mondo, sebbene a promuoverli con tenacia siano grosse compagnie private, banche o istituzioni del “ricco Nord”. Come purtroppo accaduto troppo spesso in passato, c’è il rischio concreto che alle comunità locali rimangano quasi esclusivamente gli impatti negativi, soprattutto in termini di danni ambientali, mentre alla multinazionale o all’istituto di credito di turno andranno parecchi vantaggi in termini economici. I cinque casi vedono quasi tutti il coinvolgimento delle due grandi compagnie energetiche di bandiera, Eni ed Enel.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">• La CRBM (Campagna per la riforma della Banca Mondiale) è un programma di Mani Tese che lavora per una democratizzazione e una profonda riforma ambientale e sociale delle istituzioni finanziarie internazionali, con un’attenzione particolare agli impatti ambientali esocialidegli investimenti pubblici e privati dal Nord verso il Sud del mondo (www.crbm.org)</div>
<p>Col numero di dicembre del mensile Altreconomia, in vendita in tutte le botteghe del commercio equo e solidale (www.altreconomia.it), in regalo il rapporto di Crbm sui “5 progetti che devasteranno il Pianeta”.</p>
<p><a href="http://www.manitese.it/campagne/wp-content/uploads/2009/12/cop_dighe_crbm-212x300.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-834" title="cop_dighe_crbm-212x300" src="http://www.manitese.it/campagne/wp-content/uploads/2009/12/cop_dighe_crbm-212x300.jpg" alt="cop_dighe_crbm-212x300" width="212" height="300" /></a></p>
<p>A breve saranno infatti realizzate delle mastodontiche e costosissime opere infrastrutturali che avranno delle ricadute pessime sull’ambiente e sulle popolazioni locali. Si tratta dell’estrazione di combustibili fossili “convenzionali” come il petrolio, oppure solo mascherati di sostenibilità, come il fantomatico carbone “pulito”, o ad altissimo grado di inquinamento, nel caso delle sabbie bituminose. E ancora, mega sbarramenti fluviali che, come sostengono numerosi esperti, aumenteranno le emissioni di CO2. Con la partecipazione di imprese come l’Eni e l’Enel, o grandi istituzioni come Banca mondiale o Banca europea per gli investimenti.</p>
<p>Questa pubblicazione esce alla vigilia del vertice sui Cambiamenti Climatici di Copenaghen. Purtroppo si sa già che, al di là degli impegni che i Paesi nel Nord e del Sud del mondo prenderanno per limitare le emissioni dei nefasti gas serra, a breve saranno realizzate delle mastodontiche e costosissime opere infrastrutturali che avranno delle ricadute pessime sull’ambiente e sulle popolazioni locali. Si sa anche anche che tali progetti riguardano l’estrazione di combustibili fossili “convenzionali” come il petrolio, oppure solo mascherati di sostenibilità, come il fantomatico carbone “pulito”, o ad altissimo grado di inquinamento, nel caso delle sabbie bituminose. E ancora, sono progetti che hanno a che fare con la costruzione di mega sbarramenti che imprigioneranno l’acqua di fiumi ancestrali e, come sostengono numerosi esperti, aumenteranno invece di diminuire il carico di CO2 sul groppone del Pianeta. La costante dei cinque progetti che vengono raccontati in questa pubblicazione è che saranno realizzati tutti nel “Sud povero” del mondo, sebbene a promuoverli con tenacia siano grosse compagnie private, banche o istituzioni del “ricco Nord”. Come purtroppo accaduto troppo spesso in passato, c’è il rischio concreto che alle comunità locali rimangano quasi esclusivamente gli impatti negativi, soprattutto in termini di danni ambientali, mentre alla multinazionale o all’istituto di credito di turno andranno parecchi vantaggi in termini economici. I cinque casi vedono quasi tutti il coinvolgimento delle due grandi compagnie energetiche di bandiera, Eni ed Enel.</p>
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		<title>Un treno per Copenaghen!</title>
		<link>http://www.manitese.it/campagne/2009/un-treno-per-copenaghen/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 14:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economie di pace]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[crisi ecologica]]></category>

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		<description><![CDATA[A dicembre si terrà a Copenhagen la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici. Parallelamente al summit ufficiale la società civile manifesterà per chiedere impegni concreti. Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (Crbm) insieme allo Sci (Servizio Civile Internazionale) e a Mani Tese promuove una carovana di attivisti. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si scaldano i motori dei movimenti per la giustizia climatica in tutto il mondo.  A Bangkok la seconda settimana di negoziato sul clima, in vista dell’incontro ministeriale di dicembre a Copenaghen, si è aperta con una grande protesta di coloro i quali in Asia soffrono sulla propria pelle gli impatti dei cambiamenti climatici. <a href="http://www.manitese.it/campagne/?p=503">Leggi l’articolo di Elena Gerebizza pubblicato dal Manifesto</a>.</p>
<p>La Conferenza sul post-Kyoto è vicina, l’Italia non è pronta. Quel che il nostro paese non ha fatto, quello che si dovrebbe fare. Le richieste delle Organizzazioni non governative in vista di un vertice che dovrebbe essere cruciale per i destini del mondo.</p>
<p>Il Protocollo di Kyoto é in vigore fino al 2012 e per discutere del post-Kyoto é stata convocata per il prossimo dicembre la Conferenza di Copenhagen.</p>
<p>L’Italia è in ritardo sugli impegni presi. Nel solo 2008 abbiamo accumulato un debito di 1,3 miliardi di euro, 3,6 milioni al giorno, per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto agli obiettivi sottoscritti in sede internazionale.</p>
<p><a href="http://http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Quanto-e-lontana-Copenhagen">Leggi l&#8217;articolo completo sul sito di Sbilanciamoci.info</a> e l&#8217;approfondimento sul sito di <a href="http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=1963">Altreconomia</a>.</p>
<p>Anche Mani Tese e Crbm saranno presenti con una delegazione al prossimo forum mondiale sui cambiamenti climatici.</p>
<p>Parallelamente alla conferenza di Copenhagen si terranno una serie di controforum e manifestazioni (la più importante prevista per sabato 12) organizzate dalla società civile internazionale.</p>
<p>Anche CRBM/ MANI TESE in collaborazione con lo SCI (Servizio Civile Internazionale) ed altri gruppi internazionali hanno organizzato una giornata, all’interno del “Klimaforum” Controvertice dei movimenti, durante la quale si terranno seminari e dibattiti su debito, commercio, finanza e cambiamenti climatici.</p>
<p>Per informazioni scrivere a:</p>
<p>egerebizza@crbm.org /  sensi@manitese.it,</p>
<p>oppure contattare il Servizio Gruppi Ufficio Gruppi e Volontariato di MANI TESE : Tel 02 4075165 /Fax 02 4046890</p>
<p>Anche Mani Tese e Crbm saranno presenti con una delegazione al prossimo forum mondiale sui cambiamenti climatici</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Parallelamente alla conferenza di Copenhagen si terranno una serie di controforum e manifestazioni (la più importante prevista per sabato 12) organizzate dalla società civile internazionale.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Anche CRBM/ MANI TESE in collaborazione con lo SCI (Servizio Civile Internazionale) ed altri gruppi internazionali hanno organizzato una giornata, all’interno del “Klimaforum” Controvertice dei movimenti, durante la quale si terranno seminari e dibattiti su debito, commercio, finanza e cambiamenti climatici.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Per informazioni scrivere a:</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">egerebizza@crbm.org /  sensi@manitese.it,</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">
<p>oppure contattare il Servizio Gruppi Ufficio Gruppi e</p>
<p>Volontariato di MANI TESE : Tel 02 4075165 /Fax 02</p>
<p>4</p></div>
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		<title>&#8220;Un clima positivo&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 15:03:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economie di pace]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[versocopenhagen]]></category>

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		<description><![CDATA[A Bangkok la seconda settimana di negoziato sul clima, in vista dell'incontro ministeriale di dicembre a Copenaghen, si è aperta con una grande protesta di coloro i quali in Asia soffrono sulla propria pelle gli impatti dei cambiamenti climatici. Leggi l'articolo di Elena Gerebizza pubblicato dal Manifesto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Elena Gerebizza</p>
<p>Lunedì scorso migliaia di persone hanno marciato per le strade della capitale della Thailandia chiedendo giustizia climatica e una profonda trasformazione del sistema economico che ci ha portato a questa situazione di crisi. C&#8217;erano rappresentanti di organizzazioni contadine, di pescatori, popoli indigeni, raccoglitori di immondizia, donne, giovani da tutti il Paese, ma anche da India, Pakistan, Nepal, Cina, Filippine, Indonesia, Corea del Nord, Giappone, Vietnam. Tutti uniti nella grande Coalizione dei popoli asiatici «Climate Justice Now!» che riunisce attorno ai principi di giustizia economica, sociale e climatica diverse centinaia di reti e organizzazioni di base di tutto il mondo. Migliaia di voci unite in solidarietà a quelle dei diversi rappresentanti internazionali che dall&#8217;Africa, dall&#8217;America Latina, ma anche da Europa e Usa sono giunti qui a Bangkok per discutere assieme di  sicurezza alimentare, diritto alla terra, all&#8217;acqua, all&#8217;accesso alle risorse naturali, all&#8217;energia e ai servizi di base. Questioni centrali al problema climatico ma tutte escluse dal negoziato. La manifestazione è stata preceduta infatti da un grande forum con oltre 500 persone dalle comunità di base di tutta la Thailandia,dove si è parlato di sicurezza alimentare e giustizia economica e sociale, e delle violazioni dei diritti delle comunità intrinseche   al modello economico e di sviluppo dominante, incentrato sull&#8217;estrazione di combustibili fossili e sulla costruzione di mega infrastrutture, ma anche su un modello di produzione agricola di larga scala e per l&#8217;esportazione estremamente energivora e insostenibile.Nel corso della settimana ha avuto luogo anche un forum delle alternative, dove rappresentanti delle diverse organizzazioni e movimenti per la giustizia climatica, tra cui l&#8217;italiana Crbm,hanno discusso gli aspetti cruciali della finanza per il clima e della responsabilità storica che i governi delle grandi economie industrializzate (principalmente Europa e Usa) hanno verso i Paesi del Sud, delle colpe della Banca Mondiale per il suo sostegno all&#8217;industria estrattiva e del debito ecologico e climatico &#8211; ossia derivato dall&#8217;utilizzo sproporzionato dello spazio atmosferico dai cittadini degli Stati sviluppati, a svantaggio di quelli del Sud &#8211; di cui oggi il Sud chiede la restituzione. Questioni di giustizia che vanno molto al di là di quanto si trova al momento sul tavolo del negoziato sul clima. Specie dopo il grave arretramento dell&#8217;Unione Europea, oggi disposta a riduzioni delle emissioni interne davvero ridicole, comprese tra l&#8217;11 e il  18%, molto meno di quanto discusso precedentemente e dei livelli richiesti dalla comunità scientifica internazionale ( si parla di una riduzione necessaria del 45% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, per evitare che la temperatura del pianeta aumenti di più di 2 gradi). Inoltre, meno della metà di queste emissioni saranno reali: il resto viene affidato al mercato dei crediti di carbonio e alla realizzazione di progetti spesso di dubbia efficacia fuori dall&#8217;Europa, che di fatto permettono al mondo della finanza di speculare sulla compravendita di una merce virtuale come le riduzioni di emissioni di carbonio in atmosfera. Business as usual quindi, di cui approfittano banche e grandi imprese inquinanti. E se il negoziato a Copenaghen fallisce, non crediamo a chi dirà che è per colpa della Cina.</p>
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		<title>Fuori la Banca Mondiale dal clima!</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 11:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economie di pace]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Banca mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>

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		<description><![CDATA[La Banca Mondiale ha presentato ieri a Bangkok i risultati della prima parte dello studio sui costi dell'adattamento ai cambiamenti climatici per i Paesi più poveri, iniziato nel 2008. Leggi la posizione della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione ha avuto luogo a Bangkok, che in questi giorni ospita l&#8217;incontro dei gruppi di lavoro dei negoziatori in vista della conferenza delle Nazioni Unite sul clima, in programma a dicembre a Copenaghen. Lo studio, intitolato “The Economics of Adaptation to Climate Change”, prevede che i costi dell&#8217;adattamento a un aumento della temperatura di soli 2 C° entro il 2020 nei Paesi del Sud saranno compresi tra i 75 e i 100 miliardi di dollari – quasi il doppio della stima diffusa dall&#8217;organizzazione non governativa Oxfam nel corso del 2009. Al di la del carosello di cifre su quanto i cambiamenti climatici già incidono sull&#8217;economia quotidiana delle realtà più povere, in particolare nel contesto dell&#8217;attuale crisi economica e finanziaria, è surreale che l&#8217;istituzione multilaterale più grande al mondo possa continuare a operare in maniera così acritica rispetto al proprio ruolo nel generare la più grande crisi globale nella storia degli ultimi 50 anni. Lo studio della Banca si guarda bene dal valutare quale sia stata l’incidenza dell’istituzione nel generare questa crisi. Un’omissione già verificatasi nella precedente strategia su come garantire l&#8217;accesso all&#8217;energia ai più poveri tenendo conto dei cambiamenti climatici, uscita del 2006, o per i più recenti e contestatissimi fondi fiduciari sul clima che la Banca ha istituito nel 2008. Eppure la World Bank ha giocato un ruolo determinante, a partire dal sostegno ai combustibili fossili, che hanno impatti ambientali, economici e sociali estremamente negativi per le comunità locali del Sud ma anche globali, viste le emissioni derivate dal consumo di petrolio, benzina, diesel, carbone, e gas naturale.</p>
<p>Gli economisti di Washington ancora una volta preferiscono un approccio tecnicistico a uno politico economico e finanziario complessivo, spezzettando il problema in tante micro parti che vengono affrontate una alla volta, de-politicizzando la grande crisi sistemica e di sostenibilità che la comunità internazionale tanto fatica ad affrontare. Così la Banca vende separatamente le proprie soluzioni alla crisi alimentare e a quella finanziaria, promuovendo le stessa vecchia ricetta: miliardi di euro per investimenti in mega-infrastrutture, incluse grandi centrali a carbone e dubbi progetti per “catturare le emissioni”, e un ruolo primario per il settore privato. Un settore privato che i banchieri di Washington hanno da sempre favorito nel depredare le risorse naturali dei Paesi del Sud e nel proporre un modello di produzione e consumo insostenibile che ha portato il pianeta al collasso. E sulla crisi climatica, anziché ammettere l&#8217;impossibilità di ridurre le emissioni globali senza una drastica inversione di marcia dell&#8217;economia globale e iniziare quindi a finanziare la necessaria trasformazione dell&#8217;economia verso un modello di produzione più sostenibile, la Banca continua il suo lavoro dietro le quinte nell’ambito del negoziato multilaterale, promuovendo l&#8217;espansione del mercato dei crediti di carbonio e cercando di posizionarsi in prima fila nella gestione delle migliaia di miliardi necessari al finanziamento globale per il clima. Un atteggiamento che è stato fortemente condannato dai rappresentanti delle organizzazioni della società civile globale, tra cui la CRBM, riunitisi a Bangkok in una due giorni su clima e finanza, e dagli slogan dei movimenti asiatici che hanno manifestato in questi giorni nella capitale tailandese al grido di “Banca Mondiale fuori dal clima!”</p>
<p>Per scaricare il testo in inglese della dichiarazione della società civile internazionale sulla giustizia climatica<a href="http://http://www.crbm.org/modules.php?name=download&amp;f=visit&amp;lid=245"> clicca qui.</a></p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Bangkok, 1 ottobre 2009 – La Banca Mondiale ha presentato ieri i risultati della prima parte dello studio sui costi dell&#8217;adattamento ai cambiamenti climatici per i Paesi più poveri, iniziato nel 2008. La presentazione ha avuto luogo a Bangkok, che in questi giorni ospita l&#8217;incontro dei gruppi di lavoro dei negoziatori in vista della conferenza delle Nazioni Unite sul clima, in programma a dicembre a Copenaghen. Lo studio, intitolato “The Economics of Adaptation to Climate Change”, prevede che i costi dell&#8217;adattamento a un aumento della temperatura di soli 2 C° entro il 2020 nei Paesi del Sud saranno compresi tra i 75 e i 100 miliardi di dollari – quasi il doppio della stima diffusa dall&#8217;organizzazione non governativa Oxfam nel corso del 2009. Al di la del carosello di cifre su quanto i cambiamenti climatici già incidono sull&#8217;economia quotidiana delle realtà più povere, in particolare nel contesto dell&#8217;attuale crisi economica e finanziaria, è surreale che l&#8217;istituzione multilaterale più grande al mondo possa continuare a operare in maniera così acritica rispetto al proprio ruolo nel generare la più grande crisi globale nella storia degli ultimi 50 anni. Lo studio della Banca si guarda bene dal valutare quale sia stata l’incidenza dell’istituzione nel generare questa crisi. Un’omissione già verificatasi nella precedente strategia su come garantire l&#8217;accesso all&#8217;energia ai più poveri tenendo conto dei cambiamenti climatici, uscita del 2006, o per i più recenti e contestatissimi fondi fiduciari sul clima che la Banca ha istituito nel 2008. Eppure la World Bank ha giocato un ruolo determinante, a partire dal sostegno ai combustibili fossili, che hanno impatti ambientali, economici e sociali estremamente negativi per le comunità locali del Sud ma anche globali, viste le emissioni derivate dal consumo di petrolio, benzina, diesel, carbone, e gas naturale.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Gli economisti di Washington ancora una volta preferiscono un approccio tecnicistico a uno politico economico e finanziario complessivo, spezzettando il problema in tante micro parti che vengono affrontate una alla volta, de-politicizzando la grande crisi sistemica e di sostenibilità che la comunità internazionale tanto fatica ad affrontare. Così la Banca vende separatamente le proprie soluzioni alla crisi alimentare e a quella finanziaria, promuovendo le stessa vecchia ricetta: miliardi di euro per investimenti in mega-infrastrutture, incluse grandi centrali a carbone e dubbi progetti per “catturare le emissioni”, e un ruolo primario per il settore privato. Un settore privato che i banchieri di Washington hanno da sempre favorito nel depredare le risorse naturali dei Paesi del Sud e nel proporre un modello di produzione e consumo insostenibile che ha portato il pianeta al collasso. E sulla crisi climatica, anziché ammettere l&#8217;impossibilità di ridurre le emissioni globali senza una drastica inversione di marcia dell&#8217;economia globale e iniziare quindi a finanziare la necessaria trasformazione dell&#8217;economia verso un modello di produzione più sostenibile, la Banca continua il suo lavoro dietro le quinte nell’ambito del negoziato multilaterale, promuovendo l&#8217;espansione del mercato dei crediti di carbonio e cercando di posizionarsi in prima fila nella gestione delle migliaia di miliardi necessari al finanziamento globale per il clima. Un atteggiamento che è stato fortemente condannato dai rappresentanti delle organizzazioni della società civile globale, tra cui la CRBM, riunitisi a Bangkok in una due giorni su clima e finanza, e dagli slogan dei movimenti asiatici che hanno manifestato in questi giorni nella capitale tailandese al grido di “Banca Mondiale fuori dal clima!”</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Per scaricare il testo in inglese della dichiarazione della società civile internazionale sulla giustizia climatica: modules.php?name=download&amp;f=visit&amp;lid=245</div>
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		<title>G20, dove sono finite le riforme radicali?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 08:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economie di pace]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[G20]]></category>

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		<description><![CDATA[A Pittsburgh grandi e vecchie potenze mondiali mandano in pensione il G8 ma non compiono passi avanti significativi sulla stesure di nuove regole per la finanza. Leggi il comunicato di Crbm/Mani Tese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">G20, DOVE SONO FINITE LE RIFORME RADICALI?</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">A Pittsburgh grandi e vecchie potenze mondiali mandano in pensione il G8 ma non compiono passi avanti significativi sulla stesure di nuove regole per la finanza</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Pittsburgh, 25 settembre 2009 – Il G20 chiude i battenti con un’autopromozione e nessun progresso di rilievo sulla quasi totalità dei punti in agenda. Il passaggio a un direttorio mondiale in cui sono rappresentate anche le economie emergenti e non solo le grandi potenze del Nord è sì una novità di rilievo, ma non certo un trionfo della democrazia, dal momento che rimangono fuori dalla stanza dei bottoni oltre 170 Paesi. Il deficit di rappresentanza, quindi, rimane, così come evidenziato dal premio Nobel Joseph Stiglitz durante alcuni incontri con la società civile tenutisi in questi giorni nella città della Pennsylvania.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Al di là dei soliti buoni propositi, che vanno dalla lotta al protezionismo – che poi quasi tutti mettono in pratica – a un vago piano per “lo sviluppo sostenibile”, di nuove regole per dare una raddrizzata alla finanza globale non se ne sono viste. Le fin troppo generiche limitazioni sui bonus per i top manager delle banche non sembrano proprio una mossa risolutiva per un problema ben più complesso e articolato. Peccato che, come era facile prevedere, non ci sia stata nessuna intesa su una tassa sulle transazioni finanziarie. Uno strumento utile sia dal punto di vista economico che politico, anche in considerazione che di risorse aggiuntive per i Paesi poveri qui a Pittsburgh non ne sono state stanziate.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Sulla governance internazionale, i leader del G20 affidano un ruolo centrale al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca mondiale, chiamati a implementare la maggior parte delle misure adottate nel documento finale. Dall&#8217;altra parte, però, rimangono del tutto insufficienti le proposte di riforma delle due istituzioni di Bretton Woods, in particolare nella direzione di una maggiore democraticità e partecipazione dei Paesi più poveri.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">“Il G20 si chiude con alcuni accenni a un stop dei sussidi pubblici ai combustibili fossili, e con un impegno per un futuro lavoro per migliorare la regolamentazione e la trasparenza sui derivati” ha dichiarato Andrea Baranes, presente al vertice. “Sono alcuni segnali positivi, ma nel complesso è stato un summit assolutamente deludente rispetto alle attese della vigilia e alla necessità di riforme sostanziali del sistema finanziario internazionale” ha concluso Baranes.</div>
<p>Il G20 chiude i battenti con un’autopromozione e nessun progresso di rilievo sulla quasi totalità dei punti in agenda. Il passaggio a un direttorio mondiale in cui sono rappresentate anche le economie emergenti e non solo le grandi potenze del Nord è sì una novità di rilievo, ma non certo un trionfo della democrazia, dal momento che rimangono fuori dalla stanza dei bottoni oltre 170 Paesi. Il deficit di rappresentanza, quindi, rimane, così come evidenziato dal premio Nobel Joseph Stiglitz durante alcuni incontri con la società civile tenutisi in questi giorni nella città della Pennsylvania.</p>
<p>Al di là dei soliti buoni propositi, che vanno dalla lotta al protezionismo – che poi quasi tutti mettono in pratica – a un vago piano per “lo sviluppo sostenibile”, di nuove regole per dare una raddrizzata alla finanza globale non se ne sono viste. Le fin troppo generiche limitazioni sui bonus per i top manager delle banche non sembrano proprio una mossa risolutiva per un problema ben più complesso e articolato. Peccato che, come era facile prevedere, non ci sia stata nessuna intesa su una tassa sulle transazioni finanziarie. Uno strumento utile sia dal punto di vista economico che politico, anche in considerazione che di risorse aggiuntive per i Paesi poveri qui a Pittsburgh non ne sono state stanziate.</p>
<p>Sulla governance internazionale, i leader del G20 affidano un ruolo centrale al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca mondiale, chiamati a implementare la maggior parte delle misure adottate nel documento finale. Dall&#8217;altra parte, però, rimangono del tutto insufficienti le proposte di riforma delle due istituzioni di Bretton Woods, in particolare nella direzione di una maggiore democraticità e partecipazione dei Paesi più poveri.</p>
<p>“Il G20 si chiude con alcuni accenni a un stop dei sussidi pubblici ai combustibili fossili, e con un impegno per un futuro lavoro per migliorare la regolamentazione e la trasparenza sui derivati” ha dichiarato Andrea Baranes, presente al vertice. “Sono alcuni segnali positivi, ma nel complesso è stato un summit assolutamente deludente rispetto alle attese della vigilia e alla necessità di riforme sostanziali del sistema finanziario internazionale” ha concluso Baranes.</p>
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		<title>Dov&#8217;è finito il ministro no-global?</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2009 13:21:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Sensi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contro le povertà]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[G20]]></category>
		<category><![CDATA[tobin tax]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel dibattito pre-G20 spicca il silenzio assordante del ministro Giulio Tremonti, l'intellettuale della regolamentazione finanziaria. Leggi il commento di Antonio Tricarico pubblicato ieri dal Manifesto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Dov&#8217;è finito il nostro ministro no global?</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Mentre la crisi economica globale evolve e si intravede qualche luce alla fine del tunnel e in vista del prossimo vertice G20, ha ripreso quota il dibattito sulla regolamentazione finanziaria caldeggiata da più di un decennio dalla società civile e alcuni parlamenti nazionali, ma ignorata dalla quasi totalità dei governi.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Il capo della Financial Services Authority di Londra &#8211; ovvero colui che non ha supervisionato il più grande paradiso fiscale al mondo, che è appunto la City di Londra &#8211; la scorsa settimana ha detto che soltanto una tassa sulle transazioni finanziarie e monetarie a livello internazionale, una sorta di «Tobin tax», può davvero porre un freno alla finanza selvaggia e speculativa che sta già rialzando la cresta. Una confessione che ha sollevato le ire del Tesoro di Londra e della City, sicura comunque che l&#8217;ormai scontato nuovo governo conservatore nel 2010 chiuderà totalmente questa agenzia. Il tema quindi è emerso nella campagna elettorale in Germania, dove il candidato della Spd, prevista ad un minimo storico, ha svoltato a sinistra e chiesto la Tobin Tax. Ma la stessa Angela Merkel due giorni fa si è detta anche lei favorevole a questa tassa. Non è andato così oltre Obama, anche se recentemente proprio a Wall Street ha tuonato contro chi ancora rifiuta l&#8217;idea di nuove regole e vincoli per la finanza. A questo punto anche negli Usa il dibattito si è riavviato e persino il Sole24Ore nostrano ha dato spazio a Dani Rodrik che si dice favorevole alla tassa. Si aggiunga poi che il governo francese è da sempre interessato alla proposta. Per ultimo il ministro degli esteri francese qualche giorno fa si è detto a favore della tassazione delle transazioni finanziarie, con il fine anche di generare un gettito di diverse decine di miliardi di dollari da utilizzare per gli aiuti internazionali.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">E il nostro esecutivo che dice? In passato Romano Prodi aveva sempre scartato l&#8217;idea, dicendo che una tassa o è globale o non serve, ma aveva quanto meno accettato la proposta di creare un gruppo di esperti che valutasse l&#8217;istituzione di una sorta di Tobin Tax su scala europea &#8211; proposta poi naufragata nel nulla. Numerosi esperti del settore finanziario hanno dimostrato che anche solo nell&#8217;area Euro la tassa funzionerebbe, perché basta che tocchi 30-40 per cento degli scambi globali che sono comunque collegati alla nostra divisa per influenzare di fatto tutti gli altri. Si pensi che sono solo due al mondo le piattaforme informatiche degli scambi, perciò a controllare basta poco e magari un software da pochi euro che anche un ragazzo del liceo può programmare.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">In questo dibattito pre-G20 spicca il silenzio assordante del ministro Giulio Tremonti, l&#8217;intellettuale della regolamentazione finanziaria che verrà, come riconosciuto dall&#8217;ex premier inglese Tony Blair. All&#8217;inizio del suo mandato ha stigmatizzato la speculazione finanziaria come la peste del XXI secolo. Ha dichiarato guerra alle banche e agli extra profitti di banchieri e petrolieri. E poi? Di fronte alla misura più semplice da adottare, su cui la Merkel si spenderà a Pittsburgh al G20 a fine settembre, lui tace? Non prende posizione? Dove è finita la speranza su cui ha pontificato con libri dopo aver evocato e giocato sulla paura della crisi globale che viviamo? Di sicuro il premier nostrano ha altro a cui pensare in queste settimane &#8211; e chi lo sa se non insulterà anche i media globali a Pittsburgh &#8211; ma al ministro Tremonti conviene subito dirsi a favore della Tobin Tax, prima che il presidente della Camera lo anticipi anche questa volta. Per inciso, dal 2002 giace in Parlamento una proposta di legge popolare per l&#8217;istituzione di questa tassa con 180 mila firme raccolte tra gli altri da Attac.</div>
<p>Dov&#8217;è finito il nostro ministro no global?</p></div>
<p>Mentre la crisi economica globale evolve e si intravede qualche luce alla fine del tunnel e in vista del prossimo vertice G20, ha ripreso quota il dibattito sulla regolamentazione finanziaria caldeggiata da più di un decennio dalla società civile e alcuni parlamenti nazionali, ma ignorata dalla quasi totalità dei governi.</p>
<p>Il capo della Financial Services Authority di Londra &#8211; ovvero colui che non ha supervisionato il più grande paradiso fiscale al mondo, che è appunto la City di Londra &#8211; la scorsa settimana ha detto che soltanto una tassa sulle transazioni finanziarie e monetarie a livello internazionale, una sorta di «Tobin tax», può davvero porre un freno alla finanza selvaggia e speculativa che sta già rialzando la cresta. Una confessione che ha sollevato le ire del Tesoro di Londra e della City, sicura comunque che l&#8217;ormai scontato nuovo governo conservatore nel 2010 chiuderà totalmente questa agenzia. Il tema quindi è emerso nella campagna elettorale in Germania, dove il candidato della Spd, prevista ad un minimo storico, ha svoltato a sinistra e chiesto la Tobin Tax. Ma la stessa Angela Merkel due giorni fa si è detta anche lei favorevole a questa tassa. Non è andato così oltre Obama, anche se recentemente proprio a Wall Street ha tuonato contro chi ancora rifiuta l&#8217;idea di nuove regole e vincoli per la finanza. A questo punto anche negli Usa il dibattito si è riavviato e persino il Sole24Ore nostrano ha dato spazio a Dani Rodrik che si dice favorevole alla tassa. Si aggiunga poi che il governo francese è da sempre interessato alla proposta. Per ultimo il ministro degli esteri francese qualche giorno fa si è detto a favore della tassazione delle transazioni finanziarie, con il fine anche di generare un gettito di diverse decine di miliardi di dollari da utilizzare per gli aiuti internazionali.</p>
<p>E il nostro esecutivo che dice? In passato Romano Prodi aveva sempre scartato l&#8217;idea, dicendo che una tassa o è globale o non serve, ma aveva quanto meno accettato la proposta di creare un gruppo di esperti che valutasse l&#8217;istituzione di una sorta di Tobin Tax su scala europea &#8211; proposta poi naufragata nel nulla. Numerosi esperti del settore finanziario hanno dimostrato che anche solo nell&#8217;area Euro la tassa funzionerebbe, perché basta che tocchi 30-40 per cento degli scambi globali che sono comunque collegati alla nostra divisa per influenzare di fatto tutti gli altri. Si pensi che sono solo due al mondo le piattaforme informatiche degli scambi, perciò a controllare basta poco e magari un software da pochi euro che anche un ragazzo del liceo può programmare.</p>
<p>In questo dibattito pre-G20 spicca il silenzio assordante del ministro Giulio Tremonti, l&#8217;intellettuale della regolamentazione finanziaria che verrà, come riconosciuto dall&#8217;ex premier inglese Tony Blair. All&#8217;inizio del suo mandato ha stigmatizzato la speculazione finanziaria come la peste del XXI secolo. Ha dichiarato guerra alle banche e agli extra profitti di banchieri e petrolieri. E poi? Di fronte alla misura più semplice da adottare, su cui la Merkel si spenderà a Pittsburgh al G20 a fine settembre, lui tace? Non prende posizione? Dove è finita la speranza su cui ha pontificato con libri dopo aver evocato e giocato sulla paura della crisi globale che viviamo? Di sicuro il premier nostrano ha altro a cui pensare in queste settimane &#8211; e chi lo sa se non insulterà anche i media globali a Pittsburgh &#8211; ma al ministro Tremonti conviene subito dirsi a favore della Tobin Tax, prima che il presidente della Camera lo anticipi anche questa volta. Per inciso, dal 2002 giace in Parlamento una proposta di legge popolare per l&#8217;istituzione di questa tassa con 180 mila firme raccolte tra gli altri da Attac.</p>
<p><strong>Antonio Tricarico</strong>, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca Mondiale.</p>
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		<title>La crisi in stand by</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 13:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosy Iaione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economie di pace]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Crbm]]></category>
		<category><![CDATA[G20]]></category>
		<category><![CDATA[politiche pubbliche]]></category>

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		<description><![CDATA["L'ultima settimana ha visto un intenso esercizio mediatico di leader e tecnocrati dell'economia mondiale nel generare una nuova narrativa sulla grave crisi economico-finanziaria-sociale che viviamo". Leggi l'editoriale di Antonio Tricarico (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale). ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Roma, 11 settembre 2009 – L&#8217;ultima settimana ha visto un intenso esercizio mediatico di leader e tecnocrati dell&#8217;economia mondiale nel generare una nuova narrativa sulla grave crisi economico-finanziaria-sociale che viviamo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">L&#8217;incontro dei ministri delle finanze del G20 di Londra non ha aggiunto molto a quanto già promesso dallo stesso G20 in termini di azioni anti-crisi e tentativi di regolamentazione finanziaria. Dietro la rissa mediatica su se e come limitare i vergognosi bonus dei manager della finanza globale, ed il solito conflitto Usa-Regno Unito contro Francia-Germania, i ministri delle finanze mantengono una sospensiva sull&#8217;esito ultimo di questa crisi, sebbene si compiacciano di iniziare a vedere la luce alla fine del tunnel. Analogamente il Fondo monetario internazionale, le cui casse sono state sostanziosamente rimpinguate dal G20, ammonisce a non considerare la crisi finita. I leader del G20 si affrettano a dichiarare che il peggio è passato, ma in molti si chiedono se l&#8217;economia Usa avrà una nuova ricaduta a breve, come spesso avviene nelle crisi di questo tipo, e quanto questo impatterà il resto del mondo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Da Ginevra e New Delhi, poi, la Wto e i ministri del commercio mostrano ottimismo su una ripresa vera dei negoziati per la liberalizzazione commerciale per aiutare la ripartenza dell&#8217;economia – senza chiedersi per l&#8217;altro se la liberalizzazione sfrenata soprattutto dei servizi finanziari non abbia contribuito alla situazione in cui siamo. Ma anche in questo caso dietro il moderato ottimismo, ben pochi fatti.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La nuova narrativa mediatica sulla crisi ed il turbinio di dati sulla crescita e la ripresa che forse verrà in realtà nascondono opportunamente due questioni centrali: ad oggi ben poco si è fatto per mettere dei limiti chiari e netti alla finanza globale e si cerca di aspettare l&#8217;uscita dalla crisi allargando il fronte della speculazione a nuove merci fittizie quali i crediti di carbonio, finendo per rimandare eventuali decisioni più drastiche alla prossima crisi. Allo stesso tempo la partita della nuova spartizione di potere ed aree di influenza nell&#8217;economia globale, conseguente ad un ridimensionamento della super-potenza Usa, procede molto lentamente anche se tutti gli attori cruciali hanno voglia di convergere verso qualcosa. In questo il dialogo dietro le quinte tra Cina ed Usa va avanti, e la questione centrale del ridimensionamento del dollaro come unica moneta di riferimento prima o poi sarà affrontato.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">I più poveri del Sud del mondo e quelli sempre più numerosi del Nord sono sempre più tagliati fuori dal gioco, e l&#8217;emergenza sociale slitta in secondo piano. Nel frattempo gli speculatori sui mercati internazionali aggrediscono il petrolio e le derrate alimentari generando nuovi profitti. Il prossimo G20 di Pittsburgh incarna questa sospensiva sulla crisi, che per altro è la stessa che avvolge il successo dell&#8217;amministrazione Obama su alcune questioni centrali nelle prossime settimane. E&#8217; chiaro ormai che le parole e gli annunci non bastano più a tirarci fuori dalla crisi ed a prevenire nuove crisi sistemiche.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Antonio Tricarico</div>
<p>Di Antonio Tricarico (dal sito della <a href="www.crbm.org">Campagna per la Riforma della Banca Mondiale</a>)</p>
<p>L&#8217;incontro dei ministri delle finanze del G20 di Londra non ha aggiunto molto a quanto già promesso dallo stesso G20 in termini di azioni anti-crisi e tentativi di regolamentazione finanziaria. Dietro la rissa mediatica su se e come limitare i vergognosi bonus dei manager della finanza globale, ed il solito conflitto Usa-Regno Unito contro Francia-Germania, i ministri delle finanze mantengono una sospensiva sull&#8217;esito ultimo di questa crisi, sebbene si compiacciano di iniziare a vedere la luce alla fine del tunnel. Analogamente il Fondo monetario internazionale, le cui casse sono state sostanziosamente rimpinguate dal G20, ammonisce a non considerare la crisi finita. I leader del G20 si affrettano a dichiarare che il peggio è passato, ma in molti si chiedono se l&#8217;economia Usa avrà una nuova ricaduta a breve, come spesso avviene nelle crisi di questo tipo, e quanto questo impatterà il resto del mondo.<br />
Da Ginevra e New Delhi, poi, la Wto e i ministri del commercio mostrano ottimismo su una ripresa vera dei negoziati per la liberalizzazione commerciale per aiutare la ripartenza dell&#8217;economia – senza chiedersi per l&#8217;altro se la liberalizzazione sfrenata soprattutto dei servizi finanziari non abbia contribuito alla situazione in cui siamo. Ma anche in questo caso dietro il moderato ottimismo, ben pochi fatti.<br />
La nuova narrativa mediatica sulla crisi ed il turbinio di dati sulla crescita e la ripresa che forse verrà in realtà nascondono opportunamente due questioni centrali: ad oggi ben poco si è fatto per mettere dei limiti chiari e netti alla finanza globale e si cerca di aspettare l&#8217;uscita dalla crisi allargando il fronte della speculazione a nuove merci fittizie quali i crediti di carbonio, finendo per rimandare eventuali decisioni più drastiche alla prossima crisi. Allo stesso tempo la partita della nuova spartizione di potere ed aree di influenza nell&#8217;economia globale, conseguente ad un ridimensionamento della super-potenza Usa, procede molto lentamente anche se tutti gli attori cruciali hanno voglia di convergere verso qualcosa. In questo il dialogo dietro le quinte tra Cina ed Usa va avanti, e la questione centrale del ridimensionamento del dollaro come unica moneta di riferimento prima o poi sarà affrontato.<br />
I più poveri del Sud del mondo e quelli sempre più numerosi del Nord sono sempre più tagliati fuori dal gioco, e l&#8217;emergenza sociale slitta in secondo piano. Nel frattempo gli speculatori sui mercati internazionali aggrediscono il petrolio e le derrate alimentari generando nuovi profitti. Il prossimo G20 di Pittsburgh incarna questa sospensiva sulla crisi, che per altro è la stessa che avvolge il successo dell&#8217;amministrazione Obama su alcune questioni centrali nelle prossime settimane. E&#8217; chiaro ormai che le parole e gli annunci non bastano più a tirarci fuori dalla crisi ed a prevenire nuove crisi sistemiche.</p>
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