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Sovranità alimentare

Perché una campagna per la sovranità alimentare

Dopo quasi due decenni di ricette liberiste fallimentari, i 191 Stati delle Nazioni Unite dichiararono nel settembre del 2000 la volontà di raggiungere entro il 2015 otto obiettivi di sviluppo (Millennium Development Goals) per ridurre finalmente miseria ed esclusione sociale.
Il primo di questi obiettivi era quello di sradicare la povertà estrema e la fame tramite tre azioni: ridurre della metà la percentuale di popolazione che vive in condizione di povertà estrema (con meno di un dollaro al giorno); garantire una piena occupazione e un lavoro dignitoso per tutti; ridurre della metà la percentuale di popolazione che soffre la fame.
Obiettivi oggi sempre più lontani.
A giugno di quest’anno la Fao ha lanciato l’allarme: si prevede che la fame nel mondo raggiungerà un livello storico nel 2009 con 1,02 miliardi di persone in stato di sotto-nutrizione. “La pericolosa combinazione della recessione economica mondiale e dei persistenti alti prezzi dei beni alimentari in molti paesi ha portato circa 100 milioni di persone in più rispetto all’anno scorso oltre la soglia della denutrizione e della povertà croniche” – ha detto il Direttore Generale della FAO Jacques Diouf. “Questa silenziosa crisi alimentare – che colpisce un sesto dell’intera popolazione mondiale – costituisce un serio rischio per la pace e la sicurezza nel mondo. Abbiamo urgentemente bisogno di creare un largo consenso riguardo al totale e rapido sradicamento della fame nel mondo, ed intraprendere le azioni necessarie ad ottenerlo”.

Le cause della crisi alimentare

La crisi alimentare globale del 2008 è esplosa prima di quella economica e finanziaria che ha messo in ginocchio l’economia del pianeta. La causa principale, che a sua volta è stata generata da una complessa serie di concause, è stato l’aumento dei prezzi dei cereali la cui ascesa era già iniziata all’inizio del 2007. Tra marzo 2007 e aprile 2008 i prezzi sul mercato mondiale del grano e del riso sono cresciuti rispettivamente del 77% e del 18%, con impennate nei primi mesi del 2008 quando per alcune varietà di riso e grano il prezzo è cresciuto del 150%. L’aumento dei prezzi dei cereali ha portato con sé un generalizzato aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei derivati diretti di tali prodotti come pane, pasta e farinacei in genere. L’aumento dei prezzi ha provocato una maggiore difficoltà a reperire cibo sui mercati soprattutto per le fasce più povere della popolazione che impiegano un’alta percentuale del proprio reddito in acquisto di cibo. Da qui le rivolte popolari in molti paesi (come Egitto, Filippine, Camerun, Haiti, Costa d’Avorio) riportate dai media.

Gli analisti concordano che l’aumento dei prezzi è riconducibile a diversi fattori:
1)    la riduzione delle scorte di cibo

2)    le aspettative di aumento della domanda dovuta allo sviluppo dei grandi paesi emergenti

3)    il rallentamento della crescita dell’offerta causata da un rallentamento negli ultimi anni degli investimenti in agricoltura

4)    alcuni fattori congiunturali che hanno portato a magri raccolti negli anni recenti

5)    la riduzione delle terre destinate alle coltivazioni alimentari causata dall’incremento delle coltivazioni di derrate per agrocarburanti

6)    l’aumento dei costi di produzione e trasporto a causa di quello del prezzo del petrolio.

Fra questa fitta rete di concause, autorevoli Ong e osservatori hanno sottolineato tre fattori che hanno contribuito al devastante impatto della crisi alimentare e alla crescita dei prezzi:
1)    L’esposizione maggiore dei Paesi in via di sviluppo di fronte alla crisi alimentare mondiale dovuta alle politiche imposte dal FMI e dalla BM, in conseguenza delle quali:
-    le superfici destinate alle coltivazioni alimentari sono state ridotte enormemente e specializzate in uno o due prodotti per l’esportazione;
-    i sistemi di stabilizzazione dei prezzi sono scomparsi;
-    le economie di autosufficienza sono state spazzate via a causa dell’ apertura dei mercati e della concorrenza sleale tra le società multinazionali e i piccoli produttori locali;
-    sono state abbandonate le politiche di creazione di riserve di cereali pubbliche;
-    gli stanziamenti per finalità sociali sono continuamente e progressivamente diminuiti a causa delle politiche di aggiustamento strutturale;
-    sono state ridotte le sovvenzioni ai prodotti di base e all’agricoltura familiare su piccola scala;
-    le economie dei Paesi poveri si sono ulteriormente indebolite a causa dell’ estrema dipendenza dalle evoluzioni dei mercati e della finanza mondiali.

2)    La speculazione finanziaria sui prodotti agricoli, molto forte nel 2007 e nel 2008, ha accentuato un fenomeno cominciato al principio dell’anno 2000, fenomeno che si è acutizzato dopo la crisi dei mutui negli Stati Uniti.
Secondo Eric Toussaint e Daniel Millet del Cadtm, “dopo la crisi dei subprimes, espolsa negli Stati Uniti durante l’estate del 2007, gli investitori istituzionali si ritirarono progressivamente dal mercato dei debiti costruito in forma speculativa a partire dal settore dei beni immobili statunitensi e si concentrarono nel settore dei prodotti agricoli e idrocarburi come probabile fornitore di interessanti benefici. Così comprarono i futuri raccolti di prodotti agricoli nella borsa di Chicago e Kansas City, che sono le principali borse mondiali dove si specula sui cereali. Allo stesso modo, in altre borse di materie prime comprarono le future produzioni di petrolio e gas speculando al rialzo. Cioè, gli stessi che provocarono la crisi negli Stati Uniti con la loro avarizia, approfittando specialmente della credulità delle famiglie poco solventi degli Stati Uniti che volevano diventare proprietari di casa (il mercato dei subprimes), giocarono un ruolo molto attivo nella forte crescita dei prezzi degli idrocarburi e dei prodotti agricoli”.

3)    Il businnes degli agrocarburanti. In risposta all’alto prezzo del petrolio e alla necessità di garantirsi la sicurezza energetica attraverso la produzione di energia alternativa a quella ricavata dai combustibili fossili, i Paesi ricchi e le economie emergenti hanno cominciato a promuovere politiche di sostegno alla produzione di agrocarburanti. Essi vengono ricavati da materie prime agricole, come il grano, la soia, la canna da zucchero etc., ma essendo il costo della loro trasformazione troppo elevato, la produzione di biocombustibili necessita di un sostegno pubblico: incentivi fiscali e politiche tariffarie di protezione hanno permesso alle grandi imprese dell’agrobusiness, nel corso degli ultimi anni, di ottenere sovvenzioni dai governi dell’UE e degli Stati Uniti per coltivare cereali e di conseguenza per produrre agrocarburanti.
La produzione di agrocarburanti sposta ingenti quantitativi di prodotti agricoli dall’uso alimentare a quello energetico ponendo seri rischi per la sicurezza alimentare dei paesi, in particolare quelli del Sud dove sono diretti i maggiori investimenti per la produzione. Altre conseguenze derivanti da queste produzioni sono:

-    il conflitto di destinazione sulle terre tra produzione di commodities (merci) agricole per uso alimentare o energetico;
-    il modello di produzione intensiva che porta con sé pesanti conseguenze sociali e ambientali;
-    la concentrazione delle terre migliori nelle mani di poche imprese che si sono lanciate in questo business.

Infine, per far fronte al nostro modello di consumo energetico, non vi sono, con le tecnologie attuali, sufficienti terreni per coprire la domanda energetica. Questo conduce non solo al sovrasfruttamento delle terre attualmente destinate alla coltivazione, ma anche alla loro espansione sulle foreste che svolgono un ruolo chiave nella conservazione degli ecosistemi.

In sintesi, per concludere, è importante sottolineare tre elementi chiave per comprendere la genesi delle crisi alimentari attuali:

1)    le crisi non arrivano all’improvviso e non sono frutto di sfortunati raccolti, ma conseguenza precisa di politiche commerciali e di aggiustamento strutturale messe in campo dagli organismi internazionali e da una crescente riduzione del sostegno all’agricoltura (la Banca Mondiale, ad esempio, destinava nel 1980 il 30% dei prestiti all’agricoltura, nel 2007 solo il 12%)

2)    esiste un nesso preciso fra crisi alimentare e crisi finanziaria e la speculazione finanziaria che rende sempre più vulnerabile il settore. Basti pensare che l’ammontare di danaro affluito sul mercato dei futures delle commodities per fini speculativi è passato dai 5 miliardi di dollari del 2000 ai 175 miliardi del 2007

3)   i prezzi aumentano senza che si verifichi un’effettiva carenza dell’offerta in rapporto alla domanda: secondo la Fao le previsioni per i prossimi anni circa l’andamento delle produzioni e dei consumi non destano infatti particolari preoccupazioni. Durante la crisi alimentare i guadagni delle grandi multinazionali che commerciano cereali e che lucrano su queste dinamiche dei prezzi, sono cresciuti (es Cargil +86%), anche se solo fra il 10 e il 20% del fabbisogno alimentare globale si stima sia soddisfatto dal cibo commerciato a livello internazionale, il resto tramite commercio locale e regionale.

IL CASO AFRICANO

È stata la spirale inflattiva dei prezzi di numerose commodities agricole, verificatasi lo scorso anno, a riportare l’agricoltura al centro del dibattito internazionale, dopo oltre vent’anni durante i quali ad essa era stata destinata sempre minor attenzione.
Per comprendere l’importanza del settore agricolo, basti pensare che esso impiega la metà della forza lavoro globale, è la principale fonte di sostentamento per il 70% dei poveri nel mondo e sarebbe in grado, attualmente, di sfamare 12 miliardi di persone.

Gli aiuti pubblici allo sviluppo per il settore agricolo sono passati dal 18,1% del totale nel 1979 al 3,5% nel 2004. Gli anni ’80 e ‘90 sono stati il periodo delle politiche di aggiustamento strutturale e degli accordi commerciali, attraverso i quali le grandi istituzioni finanziarie, come il Fondo Monetario, la Banca Mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), hanno imposto la deregolamentazione e la liberalizzazione dei mercati agricoli. Il risultato è stato l’aumento dell’insicurezza alimentare in quasi tutti i Paesi del Sud.
L’esempio africano è illuminante. Alla fine degli anni Sessanta l’Africa era un esportatore netto di prodotti agricoli, mentre oggi importa il 25% del cibo. In Africa, sempre secondo la FAO, solo il 27% delle superfici coltivabili sono effettivamente utilizzate. Questo perché il modello neoliberale di apertura dei mercati ha imposto ai paesi poveri una politica orientata verso l’esportazione di pochi prodotti, la cui resa è dipendente dai prezzi fluttuanti nelle borse internazionali, e, al contempo, li ha resi dipendenti dalle importazioni, esponendoli alla medesima instabilità dei mercati globali.

Per approfondire le cause della crisi alimentare suggeriamo questo testo di Valeria Sodano: http://www.italia.attac.org/spip/IMG/pdf_la_crisi_alimentare_del_2008.pdf

La sovranità alimentare come soluzione

Per intervenire efficacemente nella lotta alla fame e per la sicurezza alimentare la soluzione esiste ed è la sovranità alimentare: il diritto di tutti i popoli di decidere la propria politica agricola e alimentare. Per farla funzionare, come rivendicano i movimenti contadini ormai da qualche anno come la Via Campesina, è necessario operare a più livelli.
• Garantire, attraverso politiche di mercato adeguate, una giusta remunerazione per tutti gli agricoltori ed una equa e giusta distribuzione della ricchezza lungo tutta la filiera di produzione; proteggere i mercati nazionali dai prodotti importati a basso prezzo; regolare la produzione nel mercato interno al fine di evitare l’accumulo di eccedenze; abolire gli appoggi diretti e indiretti alle esportazioni e i sussidi alla produzione nazionale che promuovano sistemi agricoli insostenibili; appoggiare pratiche agricole sostenibili e programmi di riforme agrarie.
• Favorire il rispetto dell’ambiente e la qualità e la sicurezza degli alimenti: controllare adeguatamente la proliferazione di epidemie e malattie, garantendo nello stesso tempo la sicurezza e la non nocività degli alimenti; fissare criteri di qualità degli alimenti adeguati alle preferenze e necessità della gente; stabilire meccanismi nazionali di controllo di qualità degli alimenti, in modo che seguano giuste regole ambientali, sociali e sanitarie.
Garantire l’accesso alle risorse produttive, riconoscendo e facendo valere i diritti giuridici e le consuetudini delle comunità sulle decisioni riguardo l’uso delle risorse locali e tradizionali, anche quando non abbiano ancora goduto di quei privilegi giuridici precedentemente; garantire l’accesso equo alla terra, alle sementi, all’acqua, al credito e altre risorse produttive; proibire ogni forma di sperimentazione su esseri viventi e la appropriazione di conoscenze associate all’agricoltura (la salute) e all’alimentazione mediante l’utilizzo della proprietà intellettuale.
Lavorare sull’asse produzione-consumo, sviluppando sistemi agroalimentari sostenibili e in grado di favorire i consumi tramite i mercati locali e la diffusione di prodotti a filiera corta e “chilometro zero”.
Proibire la produzione e commercializzazione di sementi, alimenti e prodotti geneticamente modificati, così come qualunque prodotto affine.
• Imporre la trasparenza dell’ informazione e leggi anti monopolio tramite la garanzia dell’etichettatura chiara e precisa degli alimenti per il consumo umano e animale, basata sul diritto dei consumatori e agricoltori di conoscere l’origine e i contenuti di quei prodotti; fissare norme obbligatorie per tutte le imprese, che garantiscano trasparenza, responsabilità pubblica, rispetto dei diritti umani e delle norme ambientali; stabilire leggi atte a bloccare la formazione di monopoli industriali nei settori agricolo e alimentare.
Per queste ragioni il cibo, la terra e le persone devono tornare al centro dell’attenzione e le politiche pubbliche devono avere la funzione di tutelare le persone in quanto produttori e consumatori e difendere la terra. Intorno al cibo si gioca una battaglia di civiltà enorme: come verranno gestite le risorse naturali (ad esempio l’acqua che per il 70% soddisfa bisogni agricoli), il valore che il lavoro nei campi assumerà, la sostenibilità del settore primario in termini energetici e ambientali, la difesa delle colture e delle culture tradizionali, della terra e della biodiversità soprattutto nei territori indigeni e nelle riserve naturali, il ruolo dei governi e di tutti gli attori internazionali. La difesa del cibo è un modo di proteggere l’uomo e la donna. Rimettere questi elementi al centro significa dare futuro alle persone, anche e soprattutto a quelle che vivono nei paesi già colpiti da un impoverimento crescente come abbiamo immaginato all’inizio di questo articolo. Dal cibo passano le sorti della democrazia che è una questione di sovranità dei popoli e non di pochi.
Sovranità alimentare, appunto.

COSA DOVREBBERO FARE I GOVERNI

Come si può intuire, le soluzioni sono su scala “macro” e “micro”, coinvolgono produttori, consumatori e istituzioni.
Per cambiare direzione i governi dovrebbero:
-    attuare politiche di intervento e regolazione dei mercati agricoli e alimentari, privilegiando quelli locali;
-    ripristinare una regolazione dei mercati finanziari delle commodities agricole, vietando ogni forma di speculazione finanziaria;
-    sostenere un modello di agricoltura ecologico e su piccola scala e non intensivo e monoculturale;
-    dare priorità alla partecipazione dei piccoli produttori nella formulazione delle politiche agricole a tutti i livelli;
-    far sì che le politiche commerciali e di investimento a livello internazionale garantiscano la sovranità alimentare e il diritto al cibo.

Durante il G(s)ott8 nel Sulcis Iglesiente Mediocampidano (2/6 luglio 2009) le organizzazioni e i movimenti provenienti da tutto il mondo, attraverso la Dichiarazione di Montevecchio, hanno diffuso proposte e idee per cambiare rotta. La fine del 2009 sarà inoltre densa di appuntamenti e vertici importanti a cui andrà riservata la dovuta attenzione, come il “World Food Summit Fao” di novembre, il vertice Wto di Ginevra (a dieci anni da Seattle) e quello di Coopenaghen sul clima di dicembre.

COSA POSSIAMO FARE NOI

Mani Tese scenderà in piazza affermando che per garantire il diritto al cibo a tutto il pianeta, e non l’ingordigia ad una piccola parte, le soluzioni ci sono e sono attuabili anche a partire dai piccoli contesti di noi consumatori.
Mani Tese ha sempre sostenuto che la fame e la povertà sono legate strettamente al modello economico neoliberista, che viene sostenuto e in qualche modo legittimato anche dalle scelte di consumo dei cittadini del nord del mondo e dal mantenimento di uno stile di vita caratterizzato dallo spreco delle risorse e dei beni, dalla creazione strumentale di bisogni e dalla lievitazione dei consumi superflui.

Ognuno di noi può consumare in modo da essere sostenibile, per la giustizia mondiale, per l’ambiente, per la salvaguardia dei diritti di tutte le persone.
Una scelta possibile, che la campagna Io mangio locale. Senza speculazioni aggiunte intende promuovere, è quella che privilegia i prodotti locali, a filiera corta, ad esempio tramite gruppi di acquisto solidale, nella ricerca di un rapporto diretto con i produttori. E passando il meno possibile attraverso la grande distribuzione, il cui sistema permette enormi profitti ai grandi gruppi commerciali che stanno concentrando il mercato in poche mani (le prime cinque catene concentrano nelle loro mani il 55% del mercato italiano) a scapito della giustizia e della sicurezza alimentare mondiale, oltre che della qualità e della sostenibilità ambientale.
In Italia la grande distribuzione controlla ormai circa il 90% delle vendite al dettaglio e il nostro paese acquista ogni anno dall’estero 3,4 milioni di tonnellate di prodotti ortofrutticoli.

APPROFONDIMENTI
Human rights Council_march_2009
Pane Panico e Pandemonio di Luca Colombo

Mani Tese - Sede Nazionale
p.le Gambara 7/9 - 20146 - Milano (It)
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