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venerdì 26 febbraio 2010

Ogm: chi ci guadagna?

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Le piante transgeniche possono ridurre l’uso dei pesticidi, aumentare la resa, resistere agli stress ambientali e infine contribuire al contenimento dei cambiamenti climatici. Il rapporto di Friends of the Earth (FOE) esamina le promesse di beneficio fatte dell’industria biotech ed evidenzia che questo modello di agricoltura industriale ha invece forti impatti ecologici negativi e minaccia la sovranità alimentare nei paesi in via di sviluppo.
Stati Uniti, Brasile, Argentina, Canada e India coltivano il 94% delle piante transgeniche destinate principalmente all’alimentazione animale o all’industria dei biocombustibili. In America latina le piantagioni crescono a scapito delle foreste, provocando l’estromissione dalle terre dei contadini e delle comunità indigene, e accelerando l’erosione delle risorse naturali. Solo nell’ultima stagione sull’area coltivata con la soia OGM sono stati usati circa 350 milioni di litri dell’erbicida a base di glifosato (Roundup Ready), a causa anche dello sviluppo di erbe resistenti. Negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dal Dipartimento per l’agricoltura, le colture transgeniche nel 2008 hanno richiesto per acro il 26% di pesticidi in più rispetto alle varietà convenzionali. Le maggiori aziende biotech intanto hanno presentato 532 richieste di brevetto, e con la privatizzazione delle risorse genetiche si restringe anche l’accesso dei ricercatori e dei contadini alla conoscenza e all’utilizzo dei semi.
Il rapporto di FOE contesta anche i dati forniti dall’ISAAA sulla crescita nel mondo delle aree destinate alla coltivazione delle piante transgeniche ed evidenzia invece che tale produzione rimane poco significativa in quanto costituisce il 2,6% della terra globale coltivabile, e coinvolge meno dell’1% dei piccoli e medi agricoltori.
Recenti studi hanno invece identificato nell’agro-ecologia la migliore tecnica per assicurare una produzione agricola sostenibile sul piano ambientale e sociale

Stati Uniti, Brasile, Argentina, Canada e India coltivano il 94% delle piante transgeniche destinate principalmente all’alimentazione animale o all’industria dei biocombustibili. In America latina le piantagioni crescono a scapito delle foreste, provocando l’estromissione dalle terre dei contadini e delle comunità indigene, e accelerando l’erosione delle risorse naturali. Solo nell’ultima stagione sull’area coltivata con la soia OGM sono stati usati circa 350 milioni di litri dell’erbicida a base di glifosato (Roundup Ready), a causa anche dello sviluppo di erbe resistenti. Negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dal Dipartimento per l’agricoltura, le colture transgeniche nel 2008 hanno richiesto per acro il 26% di pesticidi in più rispetto alle varietà convenzionali. Le maggiori aziende biotech intanto hanno presentato 532 richieste di brevetto, e con la privatizzazione delle risorse genetiche si restringe anche l’accesso dei ricercatori e dei contadini alla conoscenza e all’utilizzo dei semi.

Il rapporto di FOE contesta anche i dati forniti dall’ISAAA sulla crescita nel mondo delle aree destinate alla coltivazione delle piante transgeniche ed evidenzia invece che tale produzione rimane poco significativa in quanto costituisce il 2,6% della terra globale coltivabile, e coinvolge meno dell’1% dei piccoli e medi agricoltori.

Recenti studi hanno invece identificato nell’agro-ecologia la migliore tecnica per assicurare una produzione agricola sostenibile sul piano ambientale e sociale.

Fonte: Fondazione Diritti Genetici

In categoria: Economie di pace, Segnalazioni

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