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martedì 30 giugno 2009

Partita la campagna contro i cacciabombardieri

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I due portavoce, Massimo Paolicelli della Rete Italiana per il Disarmo e Giulio Marcon di Sbilanciamoci!, hanno presentato gli obiettivi e le iniziative della campagna, e illustrato i contenuti del programma di riarmo e delle decisioni del parlamento e del governo italiano.

Massimo Paolicelli spiega che, con una velocità inusuale e sconvolgente, il senato prima e la camera dei deputati poi, hanno dato l’8 aprile 2009 il via libera al governo per l’acquisto di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighter che impegneranno il nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 15 miliardi di euro.

La conferma che questo progetto, che vede il governo americano come ente promotore, è un salto nel buio è arrivata dal nuovo rapporto del marzo 2009 del GAO (Government Accountability Office) che è il corrispettivo della nostra Corte dei Conti. Il GAO è fortemente scettico sul progetto, criticando principalmente le pressioni esercitate dal dipartimento della difesa (Dod) e dalle imprese appaltatrici affinché la fase di sviluppo dell’aviogetto venga portata a conclusione prima che le più importanti tecnologie divengano mature, iniziando così i test costruttivi dell’aereo prima che i progetti divengano definitivi e iniziando la fase di produzione prima che i test in volo dimostrino che l’aereo sia realmente pronto, con il forte rischio di scoprire eventuali difetti a posteriori, quando correggerli sarà estremamente complicato e costoso. A conferma di ciò la decisione di anticipare l’acquisizione del 15% del totale dei velivoli, cioè 360 aerei, testando solo il 17% delle capacità dell’F-35 in volo, per lasciare tutto il resto alle simulazioni di laboratorio.

Un’ulteriore critica riguarda i costi; nel report viene infatti sottolineato come, si sia passati da una stima iniziale di 51 miliardi a circa 300 miliardi di dollari. Perplessità arrivano anche dalla Corte dei Conti olandese, che nel criticare il forte incremento dei costi del progetto afferma che, da un lato, è impossibile calcolare il costo reale di un singolo aereo e dall’altro, visto l’elevato costo della partecipazione delle aziende olandesi al programma di sviluppo del JSF, sarebbe tuttavia più economico l’acquisto diretto.

Secondo il Ministero della Difesa italiano nella struttura industriale si creeranno circa 600 posti di lavoro (nella fase di picco), più una spinta occupazionale nelle aziende locali e nazionali quantificata in circa 10.000 posti di lavoro. Una cifra esagerata, se si pensa che in Italia l’industria a produzione militare nel 2008 ha dato occupazione a 26.395 persone. È più realistica l’ipotesi delle parti sociali che parlano di 200 occupati più altri 800 nell’indotto. In questo settore, bisogna tener presente che alti sono i profitti dell’industria militare, anche perché garantiti dai governi, ma basse sono le ricadute occupazionali in base ai soldi investiti. In Europa nel settore industriale militare tra il 1993 ed il 2003 sono stati cancellati 750.000 posti passando da 1.522.000 occupati a 772.000. Se il nostro Paese investisse la stessa cifra destinata al JSF nel settore delle fonti rinnovabili, oltre a diminuire la dipendenza dal petrolio e aumentare la qualità della nostra vita, creerebbe dai 116.000 ai 203.000 posti di lavoro.

Ragion per cui arrivare a parlare poi del JSF come di una occasione anticrisi ci sembra esagerato. Infatti per il ritorno occupazionale si parla di 1/10 rispetto alle previsioni. La possibilità di ripensarci ancora c’è – conclude Paolicelli. La Norvegia, il 30 marzo 2009 ha sospeso fino al 2012 la sua partecipazione al programma del JSF. Noi chiediamo al Governo italiano di non procedere con la firma di un contratto che equivale ad un assegno in bianco.

Giulio Marcon, interviene nel dibattito sottolineando l’inutilità di una spesa così ingente per degli aerei militari da combattimento e mettendo in evidenza che 15 miliardi di euro è molto più di quanto il governo abbia stanziato fin ora per far fronte alla crisi economica o delle risorse impegnate per la ricostruzione in Abruzzo. Con 15 miliardi di euro – conclude Marcon – si possono fare molte altre cose in alternativa. Ad esempio si possono costruire 5000 nuovi asili nido, costruire 8 milioni di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese.

La campagna chiede al governo italiano di fare una scelta di pace e di solidarietà bloccando la prosecuzione del programma e destinando le risorse alla società, all’ambiente, al lavoro, alla solidarietà internazionale.

Per adesioni e informazioni: info@sbilanciamoci.org. Visita il sito di Sbilanciamoci! e quello della Rete disarmo.

In categoria: Economie di pace, Segnalazioni

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