mercoledì 18 novembre 2009
Si chiude oggi il vertice della FAO di Roma.
Un appuntamento che purtoppo non è riuscito a fornire indicazioni precise e chiare su come i governi intendanocombattere la fame del mondo, ma che anzi sembra allontanare sempre più l’Obiettivo del Millennio che data nel 2050 l’anno in cui il numero di affamati nel mondo dovrebbere dimezzarsi.
Durante il vertice è stata approvata la dichiarazione finale che consta di 5 punti fondamentali:
1) Sostenere la responsabilità dei governi nazionali e la necessità di investire nei programmi di sviluppo rurale come predisposti dai singoli governi.
2) Maggiore coordinamento tra strategie nazionali, regionali e globali per un migliore impiego delle risorse.
3) Un approccio binario che consiste in un’azione diretta per rispondere all’emergenza alimentare immediata, ma anche nell’adozione di programmi a medio e lungo termine per eliminare le cause di fondo della fame e povertà.
4) Vigilare perché il sistema multilaterale giochi un ruolo centrale grazie a miglioramenti continui dell’efficienza, della reattività, del coordinamento e dell’efficacia delle istituzioni multilaterali (in questo punto viene affrontata anche la questione della riforma della Fao e si sottolinea come la realizzazione dei vari impegni di aiuto assunti dai governi – da ultimo nella dichiarazione del G8 a L’Aquila – sia “cruciale”).
5) Garantire un impegno sostenuto e sostenibile da parte di tutti i partner a investire nell’agricoltura e nella sicurezza alimentare in maniera tempestiva e affidabile, con lo stanziamento delle risorse necessarie dell’ambito di piani e programmi pluriennali.
Il vertice FAO anticipa di poche settimane la conferenza delle Nazioni Unite sul clima di Copenhagen: il filo che lega i due summit è stato ricordato anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon a Roma che ha chiesto risorse “per fare un salto di qualità nella riduzione delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo”.
Secondo la Fao nel 2050 ci saranno 9,1 miliardi di persone (2,3 in più) in più da nutrire e sarà necessario un incremento del 70% della produzione di cibo. Inoltre il 70% della popolazione vivrà in aree urbane il 21% in più rispetto ad oggi. Prima di produrre di più è necessario produrre meglio e diversamente. Il 14% delle emissioni totali di gas serra del pianeta arriva dall’agricoltura, ma si stima che un altro 30% sia correlato alle attività agricole tramite la conversione delle foreste in terre coltivabili, la produzione e diffusione di fertilizzanti e il trasporto e la trasformazione degli alimenti.
L’agricoltura “industrializzata” e orientata alla monocultura e all’esportazione, oltre a sottrarre terre e risorse naturali alle popolazioni locali, è quella che maggiormente contribuisce al cambiamento climatico. Le colture destinate alla produzione di agro-combustibili (etanolo e biodiesel) mettono ulteriormente in pericolo la sicurezza alimentare, tanto più che 1,6 miliardi di persone nel Pianeta non hanno ancora accesso a nessuna forma di energia.
È vero che non può esserci sicurezza alimentare senza quella climatica, e i Paesi impoveriti sono i maggiormente vulnerabili in questo senso, ma è altrettanto vero che, come ha ricordato anche Greenpeace, solo un’agricoltura agro-ecologica può essere capace di ridurre significativamente le emissioni e sfamare il Pianeta. Lo hanno rivendicato anche i rappresentanti di 600 movimenti e organizzazioni di tutto il mondo riuniti a Roma in questi giorni per il Forum parallelo al vertice Fao: la piccola agricoltura sfama il mondo, nutrendo il 70% della popolazione del Pianeta.
Per questo i cambiamenti climatici e la sicurezza alimentare passano dalle nostre tavole: la dieta occidentale, energivora e divoratrice di risorse, è insostenibile. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono necessario 7,3 calorie per produrne una alimentare: 1,6 necessarie per l’agricoltura vera e propria, 1 per i trasporti, 1,2 per la lavorazione, 0,5 per l’imballaggio e altrettante per il servizio commerciale, 0,3 per la rivendita la dettaglio e 2,3 per la preparazione e conservazione presso il consumatore.
Mani Tese è scesa in piazza con la campagna “Io mangio locale” per dare il proprio contributo a diffondere i principi e le azioni della sovranità alimentare, che significa trasformare l’attuale sistema per assicurare l’accesso equo al cibo di chi produce cibo e al controllo sulla terra, l’acqua, i semi, la biodiversità agricola, le risorse ittiche, ma significa anche cambiare le nostre abitudini alimentari per permettere al Pianeta di sfamare tutti oggi e domani.
A Roma la dichiarazione finale del vertice Fao lo ha riconosciuto, affermando che “le soluzioni per far fronte alle sfide del cambiamento climatico devono comprendere azioni di mitigazione e un forte impegno per l’adattamento dell’agricoltura, incluso tramite la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura”. Una dichiarazione di principi che rischia non solo di non avere azioni concrete a sostegno, ma di non essere nemmeno presa in considerazione al vertice di Copenhagen.
Secondo la Fao nel 2050 ci saranno 9,1 miliardi di persone (2,3 in più) in più da nutrire e sarà necessario un incremento del 70% della produzione di cibo. Inoltre il 70% della popolazione vivrà in aree urbane il 21% in più rispetto ad oggi. Prima di produrre di più è necessario produrre meglio e diversamente. Il 14% delle emissioni totali di gas serra del pianeta arriva dall’agricoltura, ma si stima che un altro 30% sia correlato alle attività agricole tramite la conversione delle foreste in terre coltivabili, la produzione e diffusione di fertilizzanti e il trasporto e la trasformazione degli alimenti.
L’agricoltura “industrializzata” e orientata alla monocultura e all’esportazione, oltre a sottrarre terre e risorse naturali alle popolazioni locali, è quella che maggiormente contribuisce al cambiamento climatico. Le colture destinate alla produzione di agro-combustibili (etanolo e biodiesel) mettono ulteriormente in pericolo la sicurezza alimentare, tanto più che 1,6 miliardi di persone nel Pianeta non hanno ancora accesso a nessuna forma di energia.
È vero che non può esserci sicurezza alimentare senza quella climatica, e i Paesi impoveriti sono i maggiormente vulnerabili in questo senso, ma è altrettanto vero che, come ha ricordato anche Greenpeace, solo un’agricoltura agro-ecologica può essere capace di ridurre significativamente le emissioni e sfamare il Pianeta. Lo hanno rivendicato anche i rappresentanti di 600 movimenti e organizzazioni di tutto il mondo riuniti a Roma in questi giorni per il Forum parallelo al vertice Fao: la piccola agricoltura sfama il mondo, nutrendo il 70% della popolazione del Pianeta.
Per questo i cambiamenti climatici e la sicurezza alimentare passano dalle nostre tavole: la dieta occidentale, energivora e divoratrice di risorse, è insostenibile. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono necessario 7,3 calorie per produrne una alimentare: 1,6 necessarie per l’agricoltura vera e propria, 1 per i trasporti, 1,2 per la lavorazione, 0,5 per l’imballaggio e altrettante per il servizio commerciale, 0,3 per la rivendita la dettaglio e 2,3 per la preparazione e conservazione presso il consumatore.
Mani Tese è scesa in piazza con la campagna “Io mangio locale” per dare il proprio contributo a diffondere i principi e le azioni della sovranità alimentare, che significa trasformare l’attuale sistema per assicurare l’accesso equo al cibo di chi produce cibo e al controllo sulla terra, l’acqua, i semi, la biodiversità agricola, le risorse ittiche, ma significa anche cambiare le nostre abitudini alimentari per permettere al Pianeta di sfamare tutti oggi e domani.
A Roma la dichiarazione finale del vertice Fao lo ha riconosciuto, affermando che “le soluzioni per far fronte alle sfide del cambiamento climatico devono comprendere azioni di mitigazione e un forte impegno per l’adattamento dell’agricoltura, incluso tramite la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura”. Una dichiarazione di principi che rischia non solo di non avere azioni concrete a sostegno, ma di non essere nemmeno presa in considerazione al vertice di Copenhagen.
In categoria: Economie di pace, Segnalazioni
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