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venerdì 2 ottobre 2009

Fuori la Banca Mondiale dal clima!

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La presentazione ha avuto luogo a Bangkok, che in questi giorni ospita l’incontro dei gruppi di lavoro dei negoziatori in vista della conferenza delle Nazioni Unite sul clima, in programma a dicembre a Copenaghen. Lo studio, intitolato “The Economics of Adaptation to Climate Change”, prevede che i costi dell’adattamento a un aumento della temperatura di soli 2 C° entro il 2020 nei Paesi del Sud saranno compresi tra i 75 e i 100 miliardi di dollari – quasi il doppio della stima diffusa dall’organizzazione non governativa Oxfam nel corso del 2009. Al di la del carosello di cifre su quanto i cambiamenti climatici già incidono sull’economia quotidiana delle realtà più povere, in particolare nel contesto dell’attuale crisi economica e finanziaria, è surreale che l’istituzione multilaterale più grande al mondo possa continuare a operare in maniera così acritica rispetto al proprio ruolo nel generare la più grande crisi globale nella storia degli ultimi 50 anni. Lo studio della Banca si guarda bene dal valutare quale sia stata l’incidenza dell’istituzione nel generare questa crisi. Un’omissione già verificatasi nella precedente strategia su come garantire l’accesso all’energia ai più poveri tenendo conto dei cambiamenti climatici, uscita del 2006, o per i più recenti e contestatissimi fondi fiduciari sul clima che la Banca ha istituito nel 2008. Eppure la World Bank ha giocato un ruolo determinante, a partire dal sostegno ai combustibili fossili, che hanno impatti ambientali, economici e sociali estremamente negativi per le comunità locali del Sud ma anche globali, viste le emissioni derivate dal consumo di petrolio, benzina, diesel, carbone, e gas naturale.

Gli economisti di Washington ancora una volta preferiscono un approccio tecnicistico a uno politico economico e finanziario complessivo, spezzettando il problema in tante micro parti che vengono affrontate una alla volta, de-politicizzando la grande crisi sistemica e di sostenibilità che la comunità internazionale tanto fatica ad affrontare. Così la Banca vende separatamente le proprie soluzioni alla crisi alimentare e a quella finanziaria, promuovendo le stessa vecchia ricetta: miliardi di euro per investimenti in mega-infrastrutture, incluse grandi centrali a carbone e dubbi progetti per “catturare le emissioni”, e un ruolo primario per il settore privato. Un settore privato che i banchieri di Washington hanno da sempre favorito nel depredare le risorse naturali dei Paesi del Sud e nel proporre un modello di produzione e consumo insostenibile che ha portato il pianeta al collasso. E sulla crisi climatica, anziché ammettere l’impossibilità di ridurre le emissioni globali senza una drastica inversione di marcia dell’economia globale e iniziare quindi a finanziare la necessaria trasformazione dell’economia verso un modello di produzione più sostenibile, la Banca continua il suo lavoro dietro le quinte nell’ambito del negoziato multilaterale, promuovendo l’espansione del mercato dei crediti di carbonio e cercando di posizionarsi in prima fila nella gestione delle migliaia di miliardi necessari al finanziamento globale per il clima. Un atteggiamento che è stato fortemente condannato dai rappresentanti delle organizzazioni della società civile globale, tra cui la CRBM, riunitisi a Bangkok in una due giorni su clima e finanza, e dagli slogan dei movimenti asiatici che hanno manifestato in questi giorni nella capitale tailandese al grido di “Banca Mondiale fuori dal clima!”

Per scaricare il testo in inglese della dichiarazione della società civile internazionale sulla giustizia climatica clicca qui.

Bangkok, 1 ottobre 2009 – La Banca Mondiale ha presentato ieri i risultati della prima parte dello studio sui costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici per i Paesi più poveri, iniziato nel 2008. La presentazione ha avuto luogo a Bangkok, che in questi giorni ospita l’incontro dei gruppi di lavoro dei negoziatori in vista della conferenza delle Nazioni Unite sul clima, in programma a dicembre a Copenaghen. Lo studio, intitolato “The Economics of Adaptation to Climate Change”, prevede che i costi dell’adattamento a un aumento della temperatura di soli 2 C° entro il 2020 nei Paesi del Sud saranno compresi tra i 75 e i 100 miliardi di dollari – quasi il doppio della stima diffusa dall’organizzazione non governativa Oxfam nel corso del 2009. Al di la del carosello di cifre su quanto i cambiamenti climatici già incidono sull’economia quotidiana delle realtà più povere, in particolare nel contesto dell’attuale crisi economica e finanziaria, è surreale che l’istituzione multilaterale più grande al mondo possa continuare a operare in maniera così acritica rispetto al proprio ruolo nel generare la più grande crisi globale nella storia degli ultimi 50 anni. Lo studio della Banca si guarda bene dal valutare quale sia stata l’incidenza dell’istituzione nel generare questa crisi. Un’omissione già verificatasi nella precedente strategia su come garantire l’accesso all’energia ai più poveri tenendo conto dei cambiamenti climatici, uscita del 2006, o per i più recenti e contestatissimi fondi fiduciari sul clima che la Banca ha istituito nel 2008. Eppure la World Bank ha giocato un ruolo determinante, a partire dal sostegno ai combustibili fossili, che hanno impatti ambientali, economici e sociali estremamente negativi per le comunità locali del Sud ma anche globali, viste le emissioni derivate dal consumo di petrolio, benzina, diesel, carbone, e gas naturale.
Gli economisti di Washington ancora una volta preferiscono un approccio tecnicistico a uno politico economico e finanziario complessivo, spezzettando il problema in tante micro parti che vengono affrontate una alla volta, de-politicizzando la grande crisi sistemica e di sostenibilità che la comunità internazionale tanto fatica ad affrontare. Così la Banca vende separatamente le proprie soluzioni alla crisi alimentare e a quella finanziaria, promuovendo le stessa vecchia ricetta: miliardi di euro per investimenti in mega-infrastrutture, incluse grandi centrali a carbone e dubbi progetti per “catturare le emissioni”, e un ruolo primario per il settore privato. Un settore privato che i banchieri di Washington hanno da sempre favorito nel depredare le risorse naturali dei Paesi del Sud e nel proporre un modello di produzione e consumo insostenibile che ha portato il pianeta al collasso. E sulla crisi climatica, anziché ammettere l’impossibilità di ridurre le emissioni globali senza una drastica inversione di marcia dell’economia globale e iniziare quindi a finanziare la necessaria trasformazione dell’economia verso un modello di produzione più sostenibile, la Banca continua il suo lavoro dietro le quinte nell’ambito del negoziato multilaterale, promuovendo l’espansione del mercato dei crediti di carbonio e cercando di posizionarsi in prima fila nella gestione delle migliaia di miliardi necessari al finanziamento globale per il clima. Un atteggiamento che è stato fortemente condannato dai rappresentanti delle organizzazioni della società civile globale, tra cui la CRBM, riunitisi a Bangkok in una due giorni su clima e finanza, e dagli slogan dei movimenti asiatici che hanno manifestato in questi giorni nella capitale tailandese al grido di “Banca Mondiale fuori dal clima!”
Per scaricare il testo in inglese della dichiarazione della società civile internazionale sulla giustizia climatica: modules.php?name=download&f=visit&lid=245
In categoria: Economie di pace, Segnalazioni

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