Dov’è finito il nostro ministro no global?
Mentre la crisi economica globale evolve e si intravede qualche luce alla fine del tunnel e in vista del prossimo vertice G20, ha ripreso quota il dibattito sulla regolamentazione finanziaria caldeggiata da più di un decennio dalla società civile e alcuni parlamenti nazionali, ma ignorata dalla quasi totalità dei governi.
Il capo della Financial Services Authority di Londra – ovvero colui che non ha supervisionato il più grande paradiso fiscale al mondo, che è appunto la City di Londra – la scorsa settimana ha detto che soltanto una tassa sulle transazioni finanziarie e monetarie a livello internazionale, una sorta di «Tobin tax», può davvero porre un freno alla finanza selvaggia e speculativa che sta già rialzando la cresta. Una confessione che ha sollevato le ire del Tesoro di Londra e della City, sicura comunque che l’ormai scontato nuovo governo conservatore nel 2010 chiuderà totalmente questa agenzia. Il tema quindi è emerso nella campagna elettorale in Germania, dove il candidato della Spd, prevista ad un minimo storico, ha svoltato a sinistra e chiesto la Tobin Tax. Ma la stessa Angela Merkel due giorni fa si è detta anche lei favorevole a questa tassa. Non è andato così oltre Obama, anche se recentemente proprio a Wall Street ha tuonato contro chi ancora rifiuta l’idea di nuove regole e vincoli per la finanza. A questo punto anche negli Usa il dibattito si è riavviato e persino il Sole24Ore nostrano ha dato spazio a Dani Rodrik che si dice favorevole alla tassa. Si aggiunga poi che il governo francese è da sempre interessato alla proposta. Per ultimo il ministro degli esteri francese qualche giorno fa si è detto a favore della tassazione delle transazioni finanziarie, con il fine anche di generare un gettito di diverse decine di miliardi di dollari da utilizzare per gli aiuti internazionali.
E il nostro esecutivo che dice? In passato Romano Prodi aveva sempre scartato l’idea, dicendo che una tassa o è globale o non serve, ma aveva quanto meno accettato la proposta di creare un gruppo di esperti che valutasse l’istituzione di una sorta di Tobin Tax su scala europea – proposta poi naufragata nel nulla. Numerosi esperti del settore finanziario hanno dimostrato che anche solo nell’area Euro la tassa funzionerebbe, perché basta che tocchi 30-40 per cento degli scambi globali che sono comunque collegati alla nostra divisa per influenzare di fatto tutti gli altri. Si pensi che sono solo due al mondo le piattaforme informatiche degli scambi, perciò a controllare basta poco e magari un software da pochi euro che anche un ragazzo del liceo può programmare.
In questo dibattito pre-G20 spicca il silenzio assordante del ministro Giulio Tremonti, l’intellettuale della regolamentazione finanziaria che verrà, come riconosciuto dall’ex premier inglese Tony Blair. All’inizio del suo mandato ha stigmatizzato la speculazione finanziaria come la peste del XXI secolo. Ha dichiarato guerra alle banche e agli extra profitti di banchieri e petrolieri. E poi? Di fronte alla misura più semplice da adottare, su cui la Merkel si spenderà a Pittsburgh al G20 a fine settembre, lui tace? Non prende posizione? Dove è finita la speranza su cui ha pontificato con libri dopo aver evocato e giocato sulla paura della crisi globale che viviamo? Di sicuro il premier nostrano ha altro a cui pensare in queste settimane – e chi lo sa se non insulterà anche i media globali a Pittsburgh – ma al ministro Tremonti conviene subito dirsi a favore della Tobin Tax, prima che il presidente della Camera lo anticipi anche questa volta. Per inciso, dal 2002 giace in Parlamento una proposta di legge popolare per l’istituzione di questa tassa con 180 mila firme raccolte tra gli altri da Attac.
Antonio Tricarico, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca Mondiale.
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