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giovedì 17 dicembre 2009

BANCA MONDIALE, FUORI DAL BUSINESS DEL CLIMA!

Mani Tese e Campagna per la Riforma della Banca Mondiale criticano il ruolo giocato dall’istituzione nel corso del summit di Copenaghen.
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Durante la seconda settimana di negoziati la World Bank ha presentato il suo nuovo fondo ambientale, lo Scaling up Renewable Energy in Low Income Countries, che ammonta a un totale di circa  260 milioni di dollari.

Le perplessità da parte della CRBM/Mani Tese sono molteplici.
Prima di tutto perché non si tratta di fondi messi a disposizione e gestiti a livello multilaterale dalla Conferenza delle Parti. Al contrario, sono finanziamenti a un fondo verticale, gestito dalla Banca Mondiale, accessibile solamente a esecutivi che hanno un programma aperto con la stessa e che rispettano le condizioni imposte dai banchieri di Washington. Un’iniziativa davvero minima se rapportata ai finanziamenti globali necessari per il trasferimento di tecnologie ai Paesi del Sud. Finanziamenti nell’ordine di centinaia di miliardi all’anno, di cui almeno 150 per coprire i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Ma è un provvedimento ridicolo nelle dimensioni anche se paragonata ai diversi miliardi – tra i 4 e gli 8 – che gli stessi governi hanno promesso all’altro fondo fiduciario istituito dalla Banca Mondiale, il Clean Technology Fund, che serve principalmente a finanziare nuove centrali a carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili, nelle economie emergenti.

Quella dei finanziamenti globali per l’adattamento e la mitigazione degli impatti dei cambiamenti climatici sui Paesi in via di sviluppo è senza dubbio la questione più scottante su cui i governi devono trovare un accordo a Copenaghen.
“La Banca Mondiale si sta mettendo di traverso, proponendosi come possibile gestore della finanza globale per il clima nonostante ad oggi l’istituzione sia tra i principali finanziatori di progetti e programmi che contribuiscono all’emissione di gas serra” ha dichiarato Elena Gerebizza della CRBM.
“Tra il 2007 e il 2009 la Banca ha sostenuto con una media di 2,2 miliardi di dollari l’anno progetti per l’estrazione dei combustibili fossili, compresi 470 milioni per il carbone. La proposta presentata dai governi dei G77 è invece chiara nell’affermare che serve un meccanismo nuovo da istituirsi in ambito UNFCCC e sotto gli auspici della Conferenza delle Parti, nella cui gestione anche noi come centinaia di organizzazioni della società civile non vediamo alcun ruolo per la Banca Mondiale ” ha aggiunto la Gerebizza.

La Banca Mondiale promuove inoltre in maniera decisa l’espansione del mercato dei crediti di carbonio e gestisce 11 Carbon Fund per un ammontare complessivo di circa 2 miliardi di dollari.
“Incentivando lo sviluppo del mercato dei crediti di carbonio la Banca non solo non contribuisce a ridurre le emissioni globali, ma addirittura rischia di aumentare l’instabilità finanziaria internazionale” ha commentato la Gerebizza.
La maggior parte degli scambi di crediti e riduzioni di emissioni avviene infatti sul mercato secondario, un pericoloso mercato di derivati già oggetto di importanti operazioni speculative da parte dei grandi investitori, un aspetto poco considerato dai negoziatori a Copenaghen. “Nel caso di una nuova bolla speculativa con origine in questo nuovo mercato di derivati, la Banca sarebbe in cima alla lista dei responsabili per gli impatti devastanti che si verificherebbero soprattutto nei Paesi più poveri e più vulnerabili ai cambiamenti climatici” ha concluso la Gerebizza.

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