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lunedì 11 gennaio 2010

Copenaghen: il giudizio di Sem terra

1 commento

Pubblichiamo la traduzione dell’editoriale di Brasil de fato, il mensile del Movimento Sem terra, con il giudizio del Movimento sulla  Conferenza di Copenhagen – COP15
All’incontro di Copenaghen (contemporaneo all’Incontro dei Comitati Europei degli Amci dei sem Terra) era presente una importante delegazione del MST e di Via Campesina

Editoriale
E’ stata un disastro la 15ª Conferenza dell’ONU sui Cambiamenti Climatici, la COP -15, realizzata dal  7 al 18 dicembre, a Copenaghen, in Danimarca.

Perché sorprendersi di questo risultato, se le decisioni per salvare il pianeta dovevano essere prese proprio da coloro che sono i responsabili principali degli attuali disastri ecologici, che tendono ad aggravarsi, con conseguenze irreversibili, nel breve periodo?
Lo ha riassunto bene Naiodoo, direttore internazionale di Greenpeace, quando ha detto che la città di Copenaghen è stata teatro di un crimine climatico, con uomini e donne colpevoli, che fuggivano con vergogna verso l’aeroporto.

Le discussioni hanno riguardato le misure necessarie per impedire un aumento della Temperatura mondiale sopra i  2 gradi Celsius – oggi è salita di 0,7º Celsius.
Come misura urgente è necessario che i governi assumano l’impegno – e lo realizzino- di ridurre l’emissione di CO2 del 40% entro il  2020. Sono stati incapaci di fare questo accordo.

La prima constatazione è l’incapacità e la mancanza di credibilità dell’ONU nel condurre le trattative per arrivare a decisioni congiunte, superando gli interessi nazionali o privati.

Medesimo insuccesso ha avuto il tentativo dell’ONU per la riduzione delle armi nel pianeta.
I maggiori promotori e finanziatori delle guerre sono proprio i paesi più industrializzati, guidati dagli Stati Uniti d’America.
L’ONU si dimostra incapace di combattere i loro interessi e di stoppare i genocidi che aumentano la ricchezza di una minoranza e nutrono un consumismo irrazionale nei paesi ricchi.

Il Consiglio di Sicurezza, istanza massima dell’ONU, composto da cinque paesi con potere di veto – USA, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna – è un altro prodotto di questo sistema multilaterale originato dalla Seconda Guerra.
Non basta ampliare questo Consiglio con rappresentanti di altre 3 o 4 paesi-candidati – tra cui il Brasile – che desiderano fortemente un seggio in questo gruppo ristretto, pertanto  antidemocratico. Si deve democratizzare la struttura di questo sistema, assicurando a tutti i paesi diritto di voce e di voto.

Il Sistema è fallito e, fino a quando non lo si cambia, continueremo a vedere rappresentazioni di teatro, come questa di Copenaghen, dove i leader dei paesi ricchi, contando sulla sottomissione di innumerevoli altri paesi, si sono detti preoccupati per i problemi che minacciano i popoli e il pianeta. E alla fine della rappresentazione teatrale, se ne sono scappati, svergognati,  all’aeroporto.

La seconda constatazione del COP-15, è che non è sufficiente la diminuzione di emissioni dei gas che stanno provocando il riscaldamento del pianeta.
Si deve fermare la guerra dei paesi ricchi contro i paesi poveri per impadronirsi delle risorse naturali, della biodiversità e per imporre un controllo alimentare, che colpisce i processi di sviluppo di queste popolazioni.
La voracità dei governi e delle imprese transnazionali, per ottenere guadagni facili e rapidi, implicano politiche di ampliamento delle estese aree di monocultura, di deforestazione, imporre un modello di agricoltura industriale, l’uso intensivo di agro-tossici e di sementi transgeniche, l’utilizzazione di apparati repressivi, privati e governativi, ed un super-sfruttamento della mano d’opera, che in molti casi assomiglia a quello del periodo della schiavitù.

La continuità di questo modello economico significherà l’aumento della povertà, della fame, della scarsità di acqua, della perdita di biodiversità e dell’avvelenamento dei suoli, dell’aria, delle acque e degli alimenti.
É necessario combinare lo sviluppo di pratiche e modelli di vita che siano ambientalmente sostenibili con politiche che promuovano giustizia sociale, democrazia e distribuzione della ricchezza prodotta nel nostro pianeta.
E’ impossibile che tali politiche siano dirette da quei capi di governo, svergognati, che sono fuggiti verso gli aeroporti.

Viene così confermato l’allarme lanciato dal teologo Leonardo Boff, parlando del COP-15: “fino a quando si manterrà il sistema capitalistico mondialmente articolato, sarà impossibile un consenso che metta al centro la vita, l’umanità e la terra e si prendano le misure necessarie per preservarla.”
Allarme rilanciato dal Presidente della Bolivia: “O superiamo il capitalismo o esso distruggerà la Madre Terra”.

Le soluzioni dei problemi, il COP-15 lo ha dimostrato ancora una volta, non verranno da coloro che  lucrano, con l’irrazionalità del sistema capitalista e la sua cultura consumista.
I contadini, tramite Via Campesina, esigono un radicale cambiamento del modello di produzione e consumo. E’ necessario riorientare l’economia agro-esportatrice, promuovere la riforma agraria, rafforzare l’agricoltura famigliare e trattare il cibo come un diritto degli essere umani e non come una merce.

Già l’argentino Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace, insieme con l’Accademia delle Scienze dell’Ambiente di Venezia – Italia, sta promuovendo una campagna per la costituzione del Tribunale Penale Internazionale per l’Ambiente.
La proposta mira a portare in tribunale e condannare le imprese e i governi che distruggono l’ambiente e colpiscono pregiudizialmente la vita dei popoli, riconoscendo che i danni ambientali sono crimini di lesa umanità.

La prossima riunione ministeriale sul Clima, organizzata dall’ONU, sarà a Città del Messico, dal 8 al 19 novembre 2010.
Speriamo che fino allora i movimenti sociali, più forti e organizzati, si facciano sentire.
O almeno non si chiudano le vie di accesso agli aeroporti, dove sono soliti fuggire questi leader svergognati.

Copenhagen, 19 dicembre 2009

“L’atteggiamento negoziale dell’UE è stato deprecabile, oltremodo aggressivo e ipocrita, volto a usare tutti i mezzi a disposizione non per trovare una giusta soluzione alla questione climatica ma   per  imporre un bad deal che ricadrà tutto sui più poveri” dichiara Elena Gerebizza della CRBM/Mani Tese.
“Un testo inaccettabile” continua la Gerebizza “sia in termini di riduzioni di emissioni che di finanziamenti pubblici”. Due punti su cui il documento finale ha fatto un flop clamoroso, che costerà milioni di vite umane ai Paesi africani e a quelli più esposti ai cambiamenti climatici, come Tuvalu e gli altri piccoli stati insulari, o quelli desertici come il Sudan e di alta montagna quali il Nepal o la Bolivia.

Nei prossimi tre anni saranno garantite loro solo briciole. Non è chiaro come e se i 30 miliardi fino al 2012 citati nel documento finale saranno raccolti. Anche i promessi 100 miliardi l’anno tra il 2012 e il 2020 sono comunque molti meno di quelli richiesti dalle stesse Nazioni Unite e dai Paesi del Sud del pianeta.

“Finanziamenti insufficienti, che non garantiscono nemmeno la metà dei 400 miliardi all’anno richiesti dai paesi poveri per sopperire ai costi di adattamento e mitigazione più impellenti, oltre a  rischiare di aumentare il debito estero delle realtà già duramente colpite dalla crisi economica e finanziaria” dichiara la Gerebizza.
Il vago linguaggio dell’ “Accordo” apre infatti alla possibilità che i 30 miliardi vengano erogati anche attraverso le istituzioni finanziarie internazionali, oltre che con la partecipazione del settore privato. “Una prospettiva pericolosa e inaccettabile, a cui i Paesi africani ma anche le economie emergenti si sono opposte strenuamente nel corso delle due settimane di negoziato, e che speriamo venga rivista nei prossimi mesi”.

L’intesa sulla riduzione delle emissioni è a dir poco eterea, anche in questo caso troppo poco e senza i necessari vincoli legali.

Da Copenaghen emerge la malafede dei governi europei, che hanno adottato in una sede multilaterale come quella delle Nazioni Unite gli stessi metodi usati nel negoziato sul commercio, in fase di stallo da oltre sei anni per gli stessi motivi. Quella commerciale, come quella climatica, sono questioni che si possono risolvere solo a livello multilaterale, e solo se Europa e Stati Uniti accetteranno le proprie responsabilità e saranno disposti a negoziare ad armi pari con tutti gli altri” conclude la Gerebizza.

Copenhagen, 17 dicembre 2009

banca_mondiale_fuori_climaMani Tese e CRBM criticano il ruolo giocato dall’istituzione nel corso del summit di Copenaghen.
Durante la seconda settimana di negoziati la World Bank ha presentato il suo nuovo fondo ambientale, lo Scaling up Renewable Energy in Low Income Countries, che ammonta a un totale di circa  260 milioni di dollari.

Le perplessità da parte della CRBM/Mani Tese sono molteplici. Prima di tutto perché non si tratta di fondi messi a disposizione e gestiti a livello multilaterale dalla Conferenza delle Parti. Al contrario, sono finanziamenti a un fondo verticale, gestito dalla Banca Mondiale, accessibile solamente a esecutivi che hanno un programma aperto con la stessa e che rispettano le condizioni imposte dai banchieri di Washington. Un’iniziativa davvero minima se rapportata ai finanziamenti globali necessari per il trasferimento di tecnologie ai Paesi del Sud.
Finanziamenti nell’ordine di centinaia di miliardi all’anno, di cui almeno 150 per coprire i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Ma è un provvedimento ridicolo nelle dimensioni anche se paragonata ai diversi miliardi – tra i 4 e gli 8 – che gli stessi governi hanno promesso all’altro fondo fiduciario istituito dalla Banca Mondiale, il Clean Technology Fund, che serve principalmente a finanziare nuove centrali a carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili, nelle economie emergenti.

Quella dei finanziamenti globali per l’adattamento e la mitigazione degli impatti dei cambiamenti climatici sui Paesi in via di sviluppo è senza dubbio la questione più scottante su cui i governi devono trovare un accordo a Copenaghen.
“La Banca Mondiale si sta mettendo di traverso, proponendosi come possibile gestore della finanza globale per il clima nonostante ad oggi l’istituzione sia tra i principali finanziatori di progetti e programmi che contribuiscono all’emissione di gas serra” ha dichiarato Elena Gerebizza della CRBM.
“Tra il 2007 e il 2009 la Banca ha sostenuto con una media di 2,2 miliardi di dollari l’anno progetti per l’estrazione dei combustibili fossili, compresi 470 milioni per il carbone. La proposta presentata dai governi dei G77 è invece chiara nell’affermare che serve un meccanismo nuovo da istituirsi in ambito UNFCCC e sotto gli auspici della Conferenza delle Parti, nella cui gestione anche noi come centinaia di organizzazioni della società civile non vediamo alcun ruolo per la Banca Mondiale ” ha aggiunto la Gerebizza.

La Banca Mondiale promuove inoltre in maniera decisa l’espansione del mercato dei crediti di carbonio e gestisce 11 Carbon Fund per un ammontare complessivo di circa 2 miliardi di dollari.

“Incentivando lo sviluppo del mercato dei crediti di carbonio la Banca non solo non contribuisce a ridurre le emissioni globali, ma addirittura rischia di aumentare l’instabilità finanziaria internazionale” ha commentato la Gerebizza.
La maggior parte degli scambi di crediti e riduzioni di emissioni avviene infatti sul mercato secondario, un pericoloso mercato di derivati già oggetto di importanti operazioni speculative da parte dei grandi investitori, un aspetto poco considerato dai negoziatori a Copenaghen. “Nel caso di una nuova bolla speculativa con origine in questo nuovo mercato di derivati, la Banca sarebbe in cima alla lista dei responsabili per gli impatti devastanti che si verificherebbero soprattutto nei Paesi più poveri e più vulnerabili ai cambiamenti climatici” ha concluso la Gerebizza.


Copenhagen, 16 dicembre 2009
Si inzia a parlare di fallimento…
Anche Ong meno radicali, come Oxfam, iniziano a parlare di rischio fallimento e criticano con durezza lo stallo attuale, richiamando i Paesi del Nord ai loro impegni soprattutto in termini di “finanza per il clima”.
Insomma, basta chiacchiere, il tempo a disposizione è poco e bisogna mettere mano al portafoglio per dare una mano a coloro che i cambiamenti climatici non li hanno provocati ma più ne subiscono le conseguenze.
Oxfam chiede 100 miliardi l’anno per le misure di adattamento e altrettanti per quelle di mitigazione. Il tutto a lungo termine – fino al 2020 – e tenendo fermo il principio che devono essere fondi addizionali rispetto a quelli già esistenti per gli aiuti allo sviluppo.

Copenhagen, 15 dicembre 2009
I Paesi africani tornano al tavolo dei negoziati

cop15Dopo aver avuto rassicurazione dalla presidenza danese della conferenza di Copenhagen che saranno garantiti seri impegni economici a favore dei paesi poveri e che il futuro accordo sui cambiamenti climatici partirà dagli obiettivi indicati nel Protocollo di Kyoto, i delegati dei paesi africani hanno dichiarato di essere disposti a tornare al tavolo dei negoziati, dal quale si erano ritirati ieri in mattinata insieme ai delegati degli altri paesi in via di sviluppo del G-77, tra i quali anche Cina e India.
A darne notizia le agenzie internazionali, che riferiscono di una conferenza stampa durante la quale i rappresentanti dei paesi africani hanno espresso grave preoccupazione per il proseguimento dei negoziati.
In un documento distribuito ai partecipanti viene sottolineata la mancanza di trasparenza e democrazia nel processo; Awudu Mbaya Cyprian, presidente esecutivo dei parlamentari pan-africani sul cambiamento climatico, ha dichiarato che la posizione africana non è stata finora presa in considerazione e che “è più conveniente per i paesi del continente non siglare alcun accordo piuttosto che aderire a uno che significherà la morte per il popolo africano”.
Alla base della decisione di ritirarsi dai negoziati è la convinzione che la conferenza di Copenhagen trascuri l’importanza di rinnovare gli impegni, oltre il 2012, dei paesi industrializzati previsti dal Protocollo di Kyoto.

Copenhagen, 13 dicembre 2009

A cura di Elena Gerebizza – CRBM - Dal Manifesto del 12 dicembre 2009

centrale_carboneLasciare il petrolio nel sottosuolo è la vera cosa da fare per combattere i cambiamenti climatici. Lo dicono decine di organizzazioni della società civile del Sud del mondo iunite nella campagna Oilwatch International, presente a Copenhagen con una nutrita delegazione da diversi paesi – tra cui Indonesia, Thailandia, Timor, Filippine, Sri Lanka, Nigeria, Ghana, Sud Africa e Ecuador – sia al vertice ufficiale che al Klimaforum, il forum parallelo della società civile. «Il modo migliore di ridurre le emissioni di gas serra è non estrarre più combustibili fossili», spiega Ivonne Yanez di Acción Ecologica, una delle organizzazioni di maggior spicco di Oilwatch.
Yanez viene dall’Ecuador, paese dove il greggio conta per il 60% delle esportazioni. Eppure, come in molti altri paesi ricchi di risorse naturali, la gran parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Il petrolio non ha generato l’effetto «a goccia» tanto declamato dalle istituzioni finanziarie internazionali, come la Banca Mondiale, che continuano a finanziare il settore estrattivo.

Al contrario, in Ecuador lo sfruttamento dell’oro nero si associa con devastanti danni ambientali e violazioni dei diritti delle comunità indigene. «La frontiera del petrolio sta arrivando in zone del territorio molto fragili, ad alta biodiversità e abitate da popoli indigeni che ancora oggi vivono in isolamento volontario, come i Tagaeri e i Taromenane». Chiedere oggi l’istituzione di «territori liberi dall’estrazione del petrolio» significa proteggere i diritti di queste popolazioni e tutelare una delle ricchezze più grandi dell’umanità – nel caso dell’Ecuador la foresta amazzonica.

La campagna, iniziata in Ecuador per il territorio del parco nazionale di Yasunì, si sta espandendo sia in altri paesi del bacino amazzonico che in paesi dove è presente Oilwatch. Così in Brasile il Movimento per la giustizia ambientale sta elaborando una proposta per la regione di Acre. In Bolivia, il Fobomade ha presentato un manifesto per un’Amazzonia senza petrolio. In Perù stanno lavorando alla campagna chiamata «No Mas Petrolio en el Loreto», provincia della selva amazzonica.

Secondo Yanez su questa proposta innovativa ha senso iniziare a ragionare sia in Ecuador che altrove, inclusi i paesi dove il petrolio si consuma. «Oggi in Ecuador si estraggono 600mila barili di petrolio l’anno. Se continuiamo con questo ritmo, in ogni caso esauriremo le nostre riserve entro vent’anni. Meglio iniziare subito a pensare alle implicazioni di un Ecuador senza petrolio, cercando di proteggere le risorse naturali a partire dalla foresta, lavorando così sulle alternative».

In Ecuador ci sono circa 5 milioni di barili di riserve di petrolio «intoccati», quasi tutti localizzati in territorio amazzonico. «Parlare di questa proposta a Copenhagen ha senso, perché i governi che negoziano contro i cambiamenti climatici il più delle volte non si rendono conto delle implicazioni dell’estrazione del petrolio per l’ambiente e per il clima. Come non se ne rendono conto i cittadini europei, che dipendono dal consumo di greggio più di molti altri. Nel Sud la maggior parte della popolazione già vive senza petrolio e quindi risentirà molto meno del suo esaurimento nei prossimi anni».
Accion Ecologica, come altri gruppi riuniti nella coalizione per la giustizia climatica «Climate Justice Now!», sono a Copenhagen non solo per cercare di influenzare il negoziato, secondo molti già soggiogato alle logiche del mercato. «Per noi essere a Copenhagen rappresenta un’opportunità di dialogo con i governi del Sud, che potrebbero essere sensibili all’idea di un modello di sviluppo non basato su petrolio».

Copenaghen, 11 dicembre 2009

Al Klimaforum si discute di come ridurre il consumo di petrolio adottando tecniche diverse di produzione, o la ricerca di metodi di produzione più sostenibili, che rimettano al centro la sovranità alimentare dei piccoli produttori di tutto il mondo, non affidandosi solo alla monocultura. Ci si chiede quale sia l’impatto dei cambiamenti climatici da un punto di vista del diritto internazionale sui diritti umani o come si possa costruire una campagna globale sul debito climatico che i Paesi ricchi devono a quelli poveri.
Queste sono solo alcune delle questioni affrontate nei primi giorni del Klimaforum, il forum dei movimenti e dei popoli che da subito è entrato nel vivo della propria agenda, parallela a quella ufficiale ed estremamente radicata nell’esperienza quotidiana di milioni di persone che già stanno soffrendo gli impatti derivati dall’innalzamento della temperatura del pianeta.

Rappresentanti dei popoli indigeni, ma anche comunità di agricoltori e attivisti portatori di proposte, esperienze e di una diversa maniera di esprimere il proprio dissenso alle politiche insostenibili che hanno condotto alla crisi attuale dialogano cercando di dare una risposta a problemi che sono rimasti esclusi dal negoziato ufficiale.
Come quello proposto dalla rete internazionale Oilwatch International, che ha già lanciato in diversi Paesi produttori di greggio, dall’Ecuador alla Nigeria, una campagna che chiede di non iniziare nuove esplorazioni di petrolio e suggerisce iniziative e strumenti per finanziare il mantenimento dell’oro nero nel sottosuolo, vista come la formula migliore per contenere le emissioni.
O come quella avanzata dai movimenti del Sud, in primo luogo dalla coalizione Jubilee South e sostenuta da decine di altre organizzazioni che figurano tra i co-promotori dei due incontri sul debito ecologico e climatico, che sarà oggetto di un vero e proprio tribunale dei popoli l’anno prossimo in Bolivia. Il governo di La Paz ha infatti ripreso la proposta dei movimenti, articolandola nel linguaggio ufficiale del negoziato in un documento presentato lo scorso aprile. “Una grande vittoria per i movimenti del Sud, che da oltre dieci anni chiedono di considerare il debito ecologico” ci spiega Lidy Nacpil, della coalizione per la cancellazione del debito delle Filippine e membro storico di Jubilee South. “La dimostrazione che il concetto di debito ecologico non è un principio astratto, ma che ci sono degli obiettivi politici concreti e domande tangibili che stiamo ponendo nel contesto dei negoziati sul clima”.

Un debito generato nel corso dell’ultimo secolo proprio da un modello economico incentrato sull’utilizzo indiscriminato delle risorse naturali del Sud da parte della minoranza del pianeta che in questo modo ha potuto svilupparsi. Ma che è stato inoltre prodotto dalla costruzione di grandi progetti infrastrutturali, nel settore estrattivo così come idroelettrico, finanziati con soldi pubblici attraverso le grandi istituzioni finanziarie internazionali quali la Banca Mondiale, anche qui a Copenaghen sotto attacco da parte della società civile.

Lunedì prossimo Jubilee South, assieme ad altri gruppi tra cui l’italiana CRBM, terrà un’azione proprio contro la Banca Mondiale, per chiedere che l’istituzione di Washington, responsabile per buona parte del debito ecologico e sociale accumulato dai Paesi poveri, non venga inclusa nella gestione della finanza globale per il clima.

Attivisti e gruppi che in Europa e nel mondo sono impegnati nella giustizia economica, sociale e climatica presenti al Klimaforum sembrano determinati a continuare a costruire alternative. La sfida ancora una volta è riuscire a farlo assieme, e nel lungo termine, come le migliaia di persone che nel Sud del mondo si mobilitano per la causa ambientale. L’esperienza della Nacpil e del movimento filippino è molto esemplificativa. “Un cambiamento reale sarà possibile solo se riusciremo a costruire un movimento per la giustizia climatica che sia realmente impegnato a lungo termine, e non solo alla vigilia del negoziato” ha ribadito la Nacpil.

A cura di Elena Gerebizza – Campagna per la Riforma della Banca Mondiale

Un commento all'articolo “Copenaghen: il giudizio di Sem terra”

  1. Michela

    Meno male che ieri a Bonn Berlusconi ha detto di avere un paio di palle, queste che spara lo confermano!

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