Di seguito pubblichiamo l’intervista di Luca Manes – CRBM a Nnimmo Bassey, attivista storico di ERA/Friends of the Earth Nigeria, svolta in occasione del vertice internazionale sul clima di Copenhagen.
L’intervista si trova a pag.19 dell’ultimo numero del periodico di Manitese
Perché è importante mettere fine al flaring, evitando così di bruciare all’aria aperta il gas collegato all’estrazione del petrolio dal sottosuolo?
Secondo una stima conservativa lo spreco di questo gas ha privato la Nigeria di una cifra che si aggira intorno ai 2,5 miliardi di dollari l’anno, aumentando invece le emissioni di gas serra nell’atmosfera. A prescindere dai costi economici, il flaring costituisce un gigantesco attacco contro l’ambiente e ha serie conseguenze sulla salute delle persone, causando malattie come il cancro, la bronchite, l’asma, complicazioni renali e circolatorie di diverso tipo. A subire gravi conseguenze è anche la produzione alimentare, che è diminuita. L’aspettativa di vita in Nigeria è di 47 anni per le donne e 46 per gli uomini, ma nel Delta del Niger cala in maniera paurosa, arrivando a soli 41 anni. Sembra un paradosso, ma quella stessa regione è tra le più povere di tutto il Paese.
Eppure le grandi oil corporation come la Shell e l’Eni sembrano non farci caso…
Il Gas flaring ha luogo nei giacimenti nigeriani fin dall’inizio dello sfruttamento petrolifero,
ovvero dagli anni Cinquanta. Le comunità locali si sono sempre battute contro questa pratica dannosa. Anche il governo coloniale, prima che la Nigeria conquistasse la sua indipendenza, vi si è opposto, tuttavia le multinazionali petrolifere hanno continuato a vivere al di sopra della legge e alle sentenze delle corti nigeriane che hanno decretato che il gas flaring è illegale. L’attuale esecutivo non sembra troppo risoluto nell’affrontare il problema. Per il momento ha posto una nuova data limite per far cessare questa pratica: il 2011, mentre il Senato nigeriano ha appena passato una normativa che stabilisce che dal dicembre 2010 la pratica sarà perseguibile penalmente. Ma le multinazionali vorrebbero già rinviare tutto al 2013.
In Nigeria opera una compagnia italiana come l’Eni, che tra l’altro per il 30% è di proprietà dello Stato. Quali sono gli impatti delle sue attività?
Anche l’Eni causa enormi conseguenze negative all’ambiente e alle popolazioni locali. Oltre al flaring, l’Eni è responsabile della scarsa manutenzione degli oleodotti che attraversano in lungo e in largo il Delta del Niger, che assai di frequente hanno delle pericolosissime perdite di petrolio. Per citare dei dati, nel biennio 2006-2007 la Nigerian Agip Oil Company, la controllata dell’Eni nel nostro Paese, ha fatto registrare il numero più alto di sversamenti petroliferi, ben 264.
Quale può essere una soluzione ideale per risolvere i problemi legati allo sfruttamento petrolifero?
Noi proponiamo di lasciare tutto il “nuovo” petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo. Nel frattempo la Nigeria potrebbe rivitalizzare un settore come quello agricolo che, prima dell’inizio dello sfruttamento petrolifero, era tra i più sviluppati. Tanto il petrolio finirà comunque nell’arco di pochi anni, meglio trovare delle valide alternative già da adesso.
Tuttavia al momento a livello globale i governi non sembrano troppo propensi a trovare delle soluzioni efficaci per combattere i cambiamenti climatici, come dimostrato dal risultato del summit di Copenhagen…
La COP 15 non poteva andare peggio. Gli interessi “di parrocchia” si sono dimostrati più forti, e gli Stati presenti in Danimarca non si sono mai dimostrati così disuniti. Il cosiddetto “Accordo di Copenhagen” non solo è illegittimo, ma anche troppo parziale. Per me l’unica luce in fondo al tunnel deve essere l’accettazione del fatto che la sfida del clima è principalmente una questione di giustizia. Le colpe che storicamente hanno i Paesi del Nord del mondo non possono e non devono essere messe da parte. Sono loro che hanno inondato l’atmosfera terrestre di gas serra e ora devono pagare i debiti climatici che hanno nei confronti delle realtà del Sud. Fortunatamente a Copenhagen il movimento per la giustizia climatica ha dimostrato di essere in ottima salute e di saper veicolare molto bene i suoi messaggi.
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