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venerdì 2 aprile 2010

Elezioni Sudan

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Dense nuvole si addensano sulle elezioni in Sudan
2 aprile 2010

La notte fra il 31 marzo e l’1 aprile, a 10 giorni dall’apertura delle urne, l’SPLM (l’ex movimento di liberazione del Sud ora associato al governo di unità nazionale) ha annunciato il ritiro del suo candidato, Yasser Arman, dalla corsa per il posto di presidente. Arman, che fino a ieri era il maggior contendente del Presidente Al Bashir, (salito al potere nel 1989 con un colpo di stato militare) alle prime elezioni multipartitiche organizzate in Sudan da 25 anni a questa parte, ha dichiarato in un’intervista ad Al Jazeera che la decisione è dovuta a numerose irregolarità nel processo elettorale e alla situazione in Darfur, ancora così instabile da non consentire  una consultazione minimamente credibile.

Il primo di aprile anche i maggiori partiti di opposizione e alcune associazioni rappresentative di gruppi sociali numerosi hanno annunciato il loro ritiro dalla competizione elettorale, diffondendo un documento articolato in cui denunciano irregolarità, chiedono che siano riviste e allineate con la costituzione vigente le leggi elettorali e quelle sulle libertà politiche e civili, sconfessano l’operato dell’attuale commissione elettorale e chiedono che ne sia insediata una nuova, davvero indipendente, in modo da poter tenere le elezioni nel prossimo novembre.

Queste decisioni, le dichiarazioni che le hanno giustificate e le loro conseguenze, hanno reso incandescente un clima già sufficientemente surriscaldato. Molte erano già state le accuse al partito del presidente, l’NCP, di usare le risorse governative e gli apparati di sicurezza per controllare e blindare le elezioni, a partire dall’iscrizione nelle liste elettorali, per finire alla stampa delle schede per l’elezione presidenziale, assegnata dalla commissione elettorale ad una tipografia notoriamente riconducibile proprio all’NCP, aprendo così la strada a possibili brogli. Nelle ultime settimane diversi rapporti di organizzazioni e centri studi internazionali (Human Rights Wacth, Rift Valley Institute, International Crisis Group, tutti consultabili dal web) hanno denunciato la violazione dei diritti umani, politici e di cittadinanza compiuti nel periodo elettorale, tanto che un autorevole analista della situazione sudanese, Fouad Hikmat, ha dichiarato che “non esiste il contesto legale necessario per elezioni libere e credibili” sottolineando che “la comunità internazionale deve riconoscere che, chiunque vincerà, mancherà di legittimità”.

In questa situazione gli osservatori internazionali avevano chiesto che le elezioni venissero fatte scivolare di qualche settimana, per consentire almeno una migliore organizzazione logistica, ma si erano sentiti minacciare di espulsione.
Anche alcuni partiti di opposizione e i movimenti del Darfur avevano ripetutamente avanzato la richiesta di un rinvio delle elezioni, ma il presidente Bashir l’aveva sempre respinto con forza, minacciando, come ritorsione, di rivedere le posizioni del suo partito sul referendum di autodeterminazione del Sud.. A più riprese, infine, era stata ventilata dall’opposizione l’ipotesi del boicottaggio, come risposta alla mancanza di garanzie sul corretto svolgimento del processo elettorale. Non si può dunque dire che la tempesta degli ultimi due giorni sia arrivata come un fulmine a ciel sereno.

Tensioni e polemiche erano comunque da mettere in preventivo, dal momento che la posta in gioco in queste elezioni è molto alta, e sembra piuttosto lontana dallo spirito che aveva portato alla firma degli accordi di pace: cioè assicurare la messa in moto di un processo democratico che garantisse l’unità del paese e l’uguaglianza di diritti a tutti i suoi cittadini. Da una parte c’è invece la necessità di El Bashir di riaffermare il suo potere sul paese, di legittimare il suo governo nei confronti della comunità internazionale e di uscire, con una vittoria schiacciante, dall’angolo in cui è stato messo dal mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità spiccato l’anno scorso contro di lui dalla Corte Penale Internazionale. Dall’altra c’è la necessità dell’SPLM di garantire lo svolgimento del referendum per l’autodeterminazione del Sud, legittimando pienamente un’eventuale, e probabile, secessione.

I prossimi giorni saranno certamente cruciali per il futuro del Sudan.
Ci diranno se e come le elezioni si svolgeranno l’11,12 e 13 aprile, come previsto, oppure se saranno rimandate, come chiesto dall’opposizione. Ci diranno anche come si ridisegneranno i rapporti di forza all’interno delle forze politiche, e in particolare del partito del Presidente, cosa non di poco conto per il raggiungimento degli obiettivi posti dagli accordi di pace. E infine chiariranno il ruolo della comunità internazionale, che finora non sembra aver giocato con sufficiente autorevolezza il ruolo che le compete nel garantire la messa in moto del processo di democratizzazione del paese, sottofirmato dai due contendenti negli accordi di pace del 2005.

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