Partnership pubblico/privato nell’aiuto pubblico allo sviluppo: e’ sufficiente che “arrivino i soldi” o dobbiamo pretendere qualcosa di più?
A cura di Mariarosa Cutillo, Ufficio Campaigning Mani Tese –Responsabile area Giustizia Economica
Direttore di Valore Sociale
Il dramma di Haiti riproporrà certamente – come lo Tsunami del 2005 – un’amara ed evidente situazione di mancanza di risorse per l’aiuto pubblico allo sviluppo, collegate ora all’emergenza e, in seguito, alla ricostruzione.
Una carenza che potremmo, definire “cronica” e che in molti anni di promesse assunte a livello internazionale dagli Stati, soprattutto rispetto alla realizzazione degli Obbiettivi del Millennio, e’ progressivamente aumentata.
In questa situazione è necessario che si colmi il vuoto lasciato dagli Stati e che le risorse necessarie alla lotta alla povertà, alle emergenze e ai programmi di ricostruzione vengano reperite da altri soggetti, a partire dalle imprese che entrano a far parte – come, del resto, lo stesso Obbiettivo 8 degli Obbiettivi del Millennio riporta – delle “partnership “trasversali” per la lotta alla povertà: ciò avviene tramite lo strumento del partenariato tra soggetti pubblici e soggetti privati, in un’ottica che viene definita multistakeholder, cioè con la partecipazione di più attori.
Nessuno strumento giuridico internazionale o conferenza internazionale tralascia attualmente di considerare le partnership tra soggetti pubblici e mondo dell’impresa al fine di incanalare le risorse necessarie alla realizzazione di programmi di sviluppo, di sicurezza o per la protezione dei diritti umani.
Questo ci porta, tuttavia, a porci una domanda sostanziale: qualsiasi impresa può diventare un partner in queste azioni o è necessario che vi sia, quantomeno per una ragione di coerenza con quanto proclamato in più sedi, una bottom line di etica nelle imprese che partecipano a queste partnership e che indubbiamente hanno un potenziale di influenza economica e politica elevato.
Dal 1998 Mani Tese ha dedicato una parte rilevante della propria attività di analisi, di azione politica e di progetti al tema del rapporto tra diritti umani e imprese, in considerazione del ruolo crescente delle imprese come soggetto attivo ed influente sullo scenario internazionale, occupandosi, quindi, anche della funzione e del peso del settore privato nelle partnership per lo sviluppo.
Senza dubbio, l’entrata in scena di questi attori “alternativi” agli Stati ha portato ad un approccio più complesso all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, non solo rispetto alla quantità dell’aiuto pubblico, ma anche alla qualità, ponendo altresì questioni relative al cosiddetto “aiuto legato” (ovvero legato dall’obbligo dei paesi beneficiari di acquistare beni e servizi dalle imprese del Paese donatore)- tematica abbastanza caratteristica della cooperazione italiana – di cui raramente hanno potuto beneficiare le comunità destinatarie nei Paesi riceventi e molto più spesso il settore privato dei Paesi d’origine.
In generale, la Commissione Europea ha dato, da parte sua, una notevole spinta in avanti verso questo tipo di partnership per il conseguimento di obiettivi non solo commerciali, ma anche sociali, allo scopo – secondo le intenzioni della Commissione – di fornire una migliore qualità dei servizi.
La codificazione del concetto di partenariato pubblico-privato (PPP) risale al libro verde della Commissione del 30 aprile 2004, che si riferisce, in generale, a riforme di cooperazione tra le autorità pubbliche e il mondo delle imprese che mirano a garantire il finanziamento, la costruzione, il rinnovamento, la gestione o la manutenzione di un’infrastruttura o la fornitura di un servizio
Va detto che lo sviluppo di queste partnership è indubbiamente collegato alle diffuse e influenti attività di lobbying delle imprese europee a Bruxelles, la cui trasparenza viene fortemente richiesta dalla società civile europea. A questo proposito, Mani Tese si è fortemente impegnata nell’ambito del coordinamento della European Coalition on Corporate Justice (www.corporatejustice.org) per chiedere la definizione di regole che riguardino la Responsabilità Sociale di Impresa delle aziende coinvolte in partnership per lo sviluppo a livello comunitario.
Nel 2009 il Ministro degli Esteri Frattini ha indicato quale via per “rimediare” ai tagli apportati alla cooperazione allo sviluppo italiana l’”alleanza “ tra settore pubblico e settore privato.
Come ha citato il Ministro Frattini “(…) Nel triennio 2006-2008, sono 521 le imprese italiane titolari di progetti con fondi riconducibili a interventi della Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo. Di queste 39 si sono successivamente radicate sui territori in cui hanno operato, mentre sono 237 le imprese italiane che hanno lavorato sul posto con finanziamenti provenienti da altre fonti. Il settore privato è dunque attivo nelle aree in via di sviluppo e non solo a breve termine. E questo è il primo passo verso una strategia più ampia”.
Frattini parla di “esportazione di buoni modelli produttivi e di gestione” per la lotta alla povertà e come modalità per prevenire l’immigrazione illegale.
Ammesso che questa sia una strada percorribile per l’APS, è abbastanza evidente una certa mancanza di chiarezza su che cosa si intenda per azione di aiuto pubblico allo sviluppo che non è sovrapponibile ad iniziative di “esportazione di modelli imprenditoriali”: una distinzione che sarebbe, invece, importante effettuare perché questi interventi, potenzialmente efficaci, sono altra cosa ed hanno, spesso, altri scopi.
E’ di cruciale importanza, inoltre, chiedersi a quali condizioni e con che modalità l’impresa venga ammessa ad essere “partner in azioni di APS”e quali siano le azioni che essa può realizzare affinché una sua partecipazione si traduca in reale apporto nella lotta alla povertà e non in quello che potremmo definire “un nuovo colonialismo economico e politico” nei Paesi destinatari degli interventi, per flussi di risorse che andrebbero a beneficiare solamente élites ristrette senza provocare un reale miglioramento nelle condizioni della popolazione.
Possiamo accettare tranquillamente che un’impresa che provoca impatti negativi dal punto di vista sociale e ambientale nelle proprie attività produttive possa entrare a far parte di alleanze con il settore pubblico?
Le partnership tra settore pubblico e settore privato per la promozione dello sviluppo possono, insomma, essere uno strumento interessante, ma crediamo ci si debba porre chiaramente la questione sui criteri di ammissibilità delle imprese a “partner”: questi criteri sono previsti, ad ora, in maniera abbastanza strutturata nell’ambito del Global Compact adottato nel 2000 dalle Nazioni Unite, che prevede il soddisfacimento di una serie di requisiti sociali e ambientali nelle attività di impresa. E’, però, necessario fare di più ed affiancare al Global Compact ulteriori strumenti che forniscano garanzie soprattutto sulle attività nelle filiere delle aziende, a partire, in questo caso, da quelle coinvolte in questi partenariati.
Ciò è stato recentemente ribadito anche da John Ruggie, il Rappresentante Speciale sul tema Diritti e Imprese delle Nazioni Unite e verrà certamente ripreso durante il 2010 in sede di revisione delle Linee Guida OCSE per le Imprese Multinazionali.
Una questione collegata e non irrilevante è quella del Partenariato pubblico/privato per le ONG: il partenariato tra pubblico e privato va inteso in senso ampio e una certificazione di qualità secondo determinati standard è da pensarsi anche per le ONG e per il no profit che partecipa a progetti in partnership con enti pubblici. Sulla questione il dibattito è aperto e in evoluzione.
Inutile negare che il settore no profit presenti una complessità, da questo punto di vista, forse ancor più marcata rispetto al settore profit e che anche in questo caso è di estrema importanza garantire l’efficacia e la trasparenza delle azioni anche nella filiera di realizzazione dei progetti di sviluppo.
Mani Tese ha deciso, a questo proposito, di cogliere la sfida e di mettersi in gioco tramite l’applicazione all’organizzazione di Valore Sociale, lo standard di responsabilità sociale che l’associazione ha contribuito a fondare nel 2006, che prevede un sistema di certificazione della filiera dal punto di vista sociale e ambientale.
Sarà certamente un percorso importante e non semplice, ma a questo punto indispensabile per poter lavorare in maniera coerente con i valori e i contenuti che l’Associazione propone su questi temi.
Leggi anche: Cooperazione italiana. La cenenrentola dell’aiuto. Di Giulio Sensi
L’ultima Finanziaria approvata dal nostro governo riduce ulteriormente l’impegno dell’Italia per realizzare gli Obiettivi del Millennio, posizionandosi agli ultimi posti della classifica europea per gli Aiuti pubblici allo sviluppo (Aps). Un ridimensionamento che, se confrontato con l’aumento delle spese militari, risulta ulteriormente ingiustifi cabile.
Ma di quale cooperazione allo sviluppo stiamo parlando?
Partiamo dall’aiuto che per legge l’Italia dovrebbe fornire nei confronti di quelli che vengono definiti Paesi più poveri o meno sviluppati.
La Legge Finanziaria approvata in Parlamento alla fine del2008 aveva ridotto tale aiuto del 56%: se si considerano le risorse per lo sviluppo in base alla legge 49 del 1987, tradotto in cifre ciò ha significato 326 milioni di euro in meno. Per il 2010 lo stanziamento di tali fondi è stato ulteriormente “asciugato” di cinque milioni di euro: se non verrà fatto niente per rimpolpare la voce degli aiuti, vorrà dire un taglio di 402 milioni di euro rispetto al 2008. In termini assoluti era dal 1996 che il governo italiano non investiva così poco.
Un freno agli obiettivi europei
L’Unione europea si è data l’obiettivo di raggiungere in tutti gli Stati membri la quota dello 0,51% del rapporto fra Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) e Prodotto interno lordo (Pil). Molti Paesi (Belgio, Danimarca, Olanda, Spagna e Regno Unito) riescono a rispettare ed andare anche oltre questa soglia. Altri Paesi, soprattutto Italia e Grecia, si stanno allontanando sempre di più e riducono in termini percentuali gli ambiziosi traguardi europei. Nel 2009, anno italiano della presidenza del G8, il rapporto Aps/Pil del Belpaese è stato dello 0,16%, quasi un terzo meno rispetto al 2008. L’Italia si era data, con il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2008-2011, il traguardo dello 0,33% nel 2008 e dello 0,51% entro il 2010.
Secondo le stime di Sbilanciamoci! (si veda la parte relativa all’Aps nel libro bianco nella “controfi nanziaria” 2010), sarebbero stati necessari 7,5 milioni per toccare quella soglia il prossimo anno, mentre la “peer review”, il rapporto del Dac (Development Assistance Committee) dell’Ocse stima per il 2010 lo 0,19% di Aps/Pil. Il documento dell’Ocse uscito pochi giorni fa , conferma anche le necessità di profonde riforme, ancora disattese dall’ultima review del 2004 nonostante le raccomandazioni, del sistema di cooperazione del nostro Paese, come chiesto anche dalle Ong italiane.
Le Ong fanno di più e meglio
Di queste risorse in base alla legge 49, 123 milioni (più di un terzo) sono già impegnati per finanziare progetti deliberati, 30 milioni sono necessari per coprire le spese di funzionamento del Ministero Affari Esteri (Mae). Pertanto si stima che l’ufficio competente del Mae a gestire la cooperazione allo sviluppo (la Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo- Dgcs) potrà disporre solamente di 173 milioni di euro per nuove iniziative nel 2010 contro i 193 dello scorso anno. Una cifra insufficiente se si tiene conto che, da un’indagine su un campione rappresentativo di Ong, è stato stimato che nel 2008 le 243 Ong italiane riconosciute dalla Dgcs stessa abbiamo raccolto privatamente risorse da destinare all’aiuto per almeno 300 milioni di euro.
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Periodico Manitese – gennaio/febbraio 2010