La stima è di David Gressly, coordinatore dell’Onu per il Sud-Sudan. In un rapporto presentato nelle scorse settimane Gressly ha affermato che «gli scontri tribali avvenuti dall’inizio dell’anno nel Sud del paese hanno coinvolto donne e bambini, in un crescendo di violenze acuite dalla progressiva riduzione dei terreni da pascolo e dalla scarsità dei pozzi d’acqua». Gli scontri, infatti, sono spesso originati dalla cura del bestiame e da razzie presso gruppi confinanti, Le violenze si sono ormai diffuse ad una decina di stati del Sud, e anche se non è possibile verificarlo con fonti indipendenti, le stime riferite dai responsabili locali, che parlano di oltre un migliaio di vittime da gennaio, sono considerate dalla missione Onu in Sudan (Unmis) «assolutamente attendibili».
L’ultimo episodio è di pochi giorni fa: tra il 4 e il 5 settembre almeno 25 persone sono morte nella zona di Malakal, nello stato dell’Upper Nile. Questa volta gli scontri armati sono avvenuti tra gruppi shilluk e dinka; in precedenza gli scontri avevano interessato anche i Nuer e i Murle e sempre le vittime sono state soprattutto donne e bambini, uccisi, feriti o rapiti dai clan avversari. Insomma una situazione così preoccupante da far intervenire anche il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, che ha invitato il governo di Juba ad «adottare ogni misura necessaria per proteggere i civili».
Agli scontri inter-etnici si aggiungono gli attacchi dell’LRA (Lord’s Resistance Army – Esercito di Resistenza del Signore) il gruppo armato nord ugandese che da quasi trent’anni porta destabilizzazione e terrore in Sud Sudan e in altri stati dell’area. L’ LRA è tristemente famoso soprattutto per il rapimento di minori che addestra a diventare crudeli combattenti. L’attività dell’LRA ha ripreso vigore negli ultimi mesi. Secondo Lise Grande, vice-coordinatrice umanitaria dell’Onu in Sud Sudan, sono oltre 180 le persone uccise dalla fine di luglio. Le continue razzie hanno anche costretto oltre 230mila a sfollare verso l’interno del paese. Per lo stesso motivo 25mila persone sono entrate in Sud Sudan come profughi dopo aver lasciato le aree di frontiera dei paesi circostanti. «Le violenze proseguono in Sud Sudan, in Congo e in Repubblica centrafricana; rischiamo di assistere a nuove fughe di massa e ad un aumento del numero di rifugiati», ha sottolineato Lise Grande.
Alcuni ufficiali dell’Spla e alcuni esponenti dell’Splm hanno ripetutamente parlato di un coinvolgimento del Nord Sudan (o per essere più precisi, del partito Ncp del presidente Bashir) negli scontri avvenuti nel Sud, in particolare per quanto riguarda il rifornimento di armi ad alcune milizie e un rinnovato appoggio all’LRA. Il 22 agosto Pagan Amun, segretario generale dell’Splm, ha dichiarato: «Il Ncp ha continuato ad armare i gruppi della milizia per causare instabilità in Sud Sudan. Il Ncp sta armando anche i civili».
Abdelbagi Gailani, ministro sudanese per gli affari umanitari, ha reagito alle accuse sostenendo che le violenze avvenute nel Sud sono «scontri fra comunità locali» in nessun modo politicamente strumentalizzati o strumentalizzabili dal governo centrale di Khartoum. «Dobbiamo fermare le violenze in ogni modo» ha aggiunto Gailani, sottolineando che le armi circolano con grande facilità nell’area.
E’ un fatto che l’SPLM, nonostante i ripetuti tentativi, non è riuscito a disarmare le milizie popolari e i civili dopo la firma dell’accordo di pace nel 2005.
Questa situazione ha evidenti gravi ripercussioni sulla stabilità del Sud Sudan, in vista delle elezioni politiche e amministrative, programmate per l’aprile del prossimo anno, e del referendum di autodeterminazione, che dovrebbe avvenire nel 2011.
Mani Tese - Sede Nazionale
p.le Gambara 7/9, 20146 Milano (It)
Tel. +39 (0)2 40 75 165
Fax +39 (0)2 40 46 890
Numero verde 800 552 456
IBAN Banca Popolare Etica
IT 58 W 05018 01600 000000000040
C.F. 02343800153
mail: manitese@manitese.it