Secondo il Gender gap index, documento elaborato dal World economic forum, l’Italia si colloca, intema di parità tra uomini e donne, al 45mo posto,dietro a Lettonia, Zimbawe, Bangladesh e Malesia.
Lunedi, 19 Ottobre 2009
Un disegno di legge per introdurre le quote rosa nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa. La proposta, avanzata dalla senatrice Maria Ida Germontani e presentata lunedì scorso a Milano in un convegno a cui hanno partecipato anche il presidente Aifi Giampio Bracchi el’a.d. di Standard & Poor’s, Maria Pierdicchi, prevede l‘inclusione negli statuti delle società di un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi nell’elezione del cda.
Obbligo che dovrebbe applicarsi solo per due mandati consecutivi, perché si ritiene che l’introduzione delle quote sia giustificabile solo per il breve periodo di tempo necessario a rompere le vecchie consuetudini. A giustificare la proposta i dati sulla composizione deicda delle società del Mib30: su 466 cariche consiliari soltanto 11 sono ricoperte da donne, in otto società, mentre nelle rimanenti 22 non siede nessun rappresentante del genere femminile.
Secondo le statistiche della Commissione europea, l’Italia si trova al 29mo posto, su33 paesi censiti, per numero di donne presenti nei consigli di amministrazione delle società quotate, seguita solo da Malta, Cipro, Lussemburgo e Portogallo. Secondo il ‘Gender gap index‘, elaborato dal World economic forum, l’Italia si colloca, intema di parità tra uomini e donne, addirittura al 45mo posto,dietro a Lettonia, Zimbawe, Bangladesh e Malesia.
[fonte: Affaritaliani.it]
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Fonte di bilancio 2010/
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22 ottobre, 2009 - 11:12
Che vergogna! Forse oltre alle quote rosa bisognerebbe pensare anche di cambiare le politiche sociali e del lavoro, e soprattutto cambiare la cultura maggioritaria. Viva il Bangladesh!
23 ottobre, 2009 - 09:31
Più che fissare delle quote, credo sarebbero utili politiche ATTIVE nello stile del “gentle push” dell’era Obama
4 novembre, 2009 - 10:32
Sono d’accordo con Luisa, tuttavia, macchiavellicamente credo che il tema della partecipazione femminile ai processi di governance politica ed economica meriti un’eccezione.
La proposta mi pare quindi interessante.
p.s. guardando al nostro mondo…quante donne siedono ai posti di comando delle ONG italiane? Manitese mi sembra essere messa bene, ma potrebbe prodursi in uno sforzo di indagine di questo tipo e magari, dopo, lanciare una proposta alle “ONG di buona volontà” di adoperarsi in questo senso (ed in generale di sostenere un processo di ricambio dei gruppi dirigenti).
Spesso le statistiche tacciono questo elemento, ma l’Italia è uno dei paesi più gerontocratici al mondo!!