Copenhagen, 19 dicembre 2009
Copenhagen? Un flop totale!
“La conferenza decide di prendere nota dell’Accordo di Copenaghen del 18 dicembre del 2009” siglato ieri notte tra Usa, Cina, India, Brasile e Sudafrica per la lotta ai cambiamenti climatici. Questa la dichiarazione finale che chiude il summit di Copenhagen sui cambiamenti climatici.
Un’intesa che lo stesso Barack Obama definisce importante ma “insufficiente”.
Alla fine di una giornata a dir poco convulsa gli americani annunciano prima un accordo raggiunto con i Paesi emergenti (Cina, l’India, il Brasile e il Sudafrica), poi rendono noto che tutti i Paesi ricchi hanno dato il loro accordo a un testo che risulta veramente impalpabile rispetto a quelli fatti circolare nei giorni passati, che già non erano memorabili. L’esile documento finale non presenta cifre sui tagli ai gas serra, ma solo sugli impegni finanziari (30 miliardi di dollari dal 2010 al 2012 e 100 miliardi l’anno entro il 2020), senza vincoli legali e senza il riferimento alla riduzione delle emissioni del 50 per cento entro il 2050.
I Paesi che hanno sottoscritto l’accordo si sono impegnati a mettere per iscritto gli impegni di riduzione dei gas a effetto serra per il periodo 2015-2020 entro il primo febbraio 2010.
Insomma, un fallimento totale…
Copenhagen, 18 dicembre – ore 17.00
Tempi supplementari!
Le Nazioni Unite hanno chiesto ai 119 capi di Stato e di governo accorsi a Copenaghen da tutto il mondo di non partire questa sera. La voce di un prolungamento della conferenza è dunque confermata: si continuerà a negoziare durante il fine settimana. Intanto alcuni media locali e internazionali hanno reso pubblica la bozza del testo finale su cui si è discusso fino a questa mattina. Un testo molto debole, dove per il limite di due gradi centigradi per l’innalzamento della temperatura entro il 2100 non prevede obblighi vincolanti per i Paesi e non fa riferimento al 2010 come termine per siglare un nuovo accordo vincolante. Copenhagen, 18 dicembre 2009 Il discorso ufficiale del presidente americano
“I cambiamenti climatici rappresentano una minaccia reale. Non è finzione, ma è scienza. Non si tratta più di discutere della natura del problema, ma di come affrontarlo”. L’incipit del discorso in plenaria di Barack Obama – arrivato molto in ritardo rispetto alla tabella di marcia – è incoraggiante, almeno se si considera la posizione degli Stati Uniti solo un anno fa. Tuttavia, dopo aver fatto la solita lista della spesa dei progressi degli Usa e delle offerte, già esplicitate ieri dal segretario di Stato Hillary Clinton, Obama conferma la situazione di stallo negoziale. “E’ tempo di agire, non di parlare, serve che ci sia iniziativa da tutte le parti” ha dichiarato il presidente, ricordando che gli impegni finanziari presi dagli Usa saranno onorati solo se a Copenaghen ci sarà un accordo. “Il tempo a disposizione è ormai molto poco” ha poi ammonito. Insomma, il gioco delle parti, soprattutto tra cinesi e americani, va avanti.
La posizione degli USA
“Confermo la presenza del Presidente Obama, sperando che ci sia un motivo per essere qui domani”. Con questa frase sibillina il Segretario di Stato degli Usa Hillary Clinton ha concluso la sua conferenza stampa a margine del vertice di Copenaghen. Il governo a stelle e strisce rimanda la palla in campo cinese. A breve la risposta di Pechino, almeno di fronte alle centinaia di giornalisti accorsi in Danimarca da tutto il mondo. Alle 14.30 è infatti prevista una conferenza stampa congiunta Cina-G77. Tornando alle parole della Clinton, ha battuto molto sui fondi da destinare ai Paesi del Sud. “Tramite iniziative misto pubbliche-private e strumenti di finanza alternativa arriveremo a destinare loro 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, partendo dal 2012”, ha affermato il ministro degli esteri Usa, parafrasando quanto detto dal Premier britannico Gordon Brown in plenaria poche ore prima. A precisa domanda su quali fossero gli strumenti di finanza alternativa presi in considerazione, la Clinton ha preferito glissare, facendo capire che su questo fronte ci sono però delle opinioni differenti. Insomma, tirando ad indovinare, agli Usa non piace tanto la tassa sulle transazioni finanziarie che invece sembra più gradita a Regno Unito, Francia e Germania. “Siamo sulla stessa barca e dobbiamo attraversare il fiume insieme”. Citando questo proverbio cinese (che combinazione…) l’esponente dell’esecutivo guidato da Barack Obama ha richiamato tutti, ma in particolare la Cina, a un impegno comune per un intesa che non andrà comunque oltre un mero accordo politico su cui costruire un trattato vincolante nel corso del prossimo anno. Senza un’intesa sugli standard di trasparenza, “che i cinesi devono accettare”, e su un impegno reciproco sul taglio delle emissioni, “noi ridurremo del 17% entro il 2020 e del 42% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005”, salta tutto. Anche i fondi per i poveri del pianeta…
Copenhagen, 17 dicembre 2009 La resa dell’Africa?
“L’Africa sarà la grande perdente se a Copenhagen non si trova un accordo”: Meles Zenawi, primo ministro dell’Etiopia e capo-negoziatore dell’Unione Africana (UA), ha spiegato così la decisione di rivedere al ribasso le richieste di compensazione per le conseguenze dei mutamenti climatici, ammettendo che “alcuni negoziatori africani non saranno contenti di questa cosa”. Anche perché, aggiungiamo noi, l’Etiopia ha accettato il limite di due gradi per l’innalzamento della temperatura del globo. Limite avversato da tutti Paesi del Sud, perché ritenuto insufficiente. Secondo Zenawi, i finanziamenti per l’adattamento ai mutamenti del clima dovranno raggiungere i 50 miliardi di dollari nel 2015 e i 100 miliardi nel 2020, più o meno la metà di quanto richiesto dai Paesi poveri, ma in linea con la proposta formulata nel giugno scorso dal premier britannico Gordon Brown. “Abbiamo da perdere più degli altri – ha sostenuto il primo ministro dell’Etiopia – e per questo dobbiamo mostrarci più flessibili e andare un po’ più in là”. Sullo sfondo della decisione del primo ministro etiope, la forte spinta esercitata dal Presidente francese Nicolas Sarkozy, che evidentemente ha usato degli argomenti molto efficaci per convincere il capo delegazione dell’Africa.
Copenhagen, 16 dicembre 2009 La protesta dentro il Bella Center
Più di un centinaio di attivisti di organizzazioni del Nord e del Sud del mondo, esponenti delle comunità indigene e delegati dei Paesi poveri hanno lasciato il Bella Center per partecipare all’assemblea dei popoli. La breve marcia simbolica, organizzata da Climate Justice Action e Climate Justice Now Network, ha raggiunto le decine e decine di delegati esclusi dalla sede del vertice. “Oggi abbiamo visto tante persone unirsi per combattere contro i cambiamenti climatici” ha dichiarato Natalie Swift, portavoce del Climate Justice Action. “Ora abbiamo bisogno di un vero e proprio cambiamento di sistema per creare un mondo diverso e più sostenibile”. Intanto fuori dal Bella Center la polizia ha caricato i manifestanti, impiegando anche gas lacrimogeni e procedendo con arresti di massa, come già capitato negli ultimi giorni. Segui la diretta su: ekstrabladet.tv Copenhagen, 16 dicembre 2009 “Sei di Friends of the Earth? Non puoi entrare”
Questa mattina è stato negato l’accesso al Bella Center a tutti i rappresentanti di Friends of the Earth. Nonostante ieri lo stesso Yvo de Boer, segretario generale della Convenzione Onu sui Cambiamenti climatici, avesse parlato di quote per le varie Ong presenti, gli esponenti della più grande organizzazione ambientalista del mondo non sono potuti entrare nella sede del vertice. Neanche coloro in possesso del famigerato “secondo badge”, che in teoria avrebbe dovuto evitare qualsiasi tipo di problemi, potranno seguire “dal vivo” i lavori del summit. Nnimmo Bassey, presidente di Friends of the Earth International, ha manifestato tutto il suo disappunto. “Siamo scioccati e del tutto sorpresi da quanto si è verificato questa mattina. Ora stiamo cercando di discutere con le Nazioni Unite di quanto accaduto, sperando di poter trovare una soluzione”. Intanto anche altri attivisti di reti e organizzazioni della società civile si stanno mobilitando per protestare contro il giro di vite operato nei confronti delle Ong. Copenhagen, 16 dicembre 2009 Gli oceani a rischio per la crescita dell’acidità
Sono dati molto allarmanti, quelli resi noti ieri dal Segretariato della Convenzione sulla Biodiversità. Continuando di questo passo, il livello di acidità degli oceani aumenterà del 150 per cento entro il 2050, un tasso di crescita 100 volte più grande rispetto a quanto accaduto negli ultimi 20 milioni di anni. Il fenomeno, hanno messo nero su bianco gli esperti che hanno compilato il rapporto, è direttamente collegato alla crescita sproporzionata di emissioni di CO2. Se non si porrà un freno ai gas serra, c’è la quasi certezza che milioni di organismi marini non saranno in grado di adattarsi al cambiamento. Le barriere coralline andrebbero perse per sempre, mentre numerose catene alimentari sarebbero stravolte irrimediabilmente. Ahmed Djoghlaf, segretario della Convenzione sulla Biodiversità, si è detto molto preoccupato per la situazione attuale, esortando i leader mondiali giunti in queste ore a Copenaghen a prendere delle decisioni che possano salvare il destino degli oceani.
Copenhagen, 15 dicembre 2009
Fuori la Banca Mondiale dal clima!
Un centinaio di attivisti hanno manifestato di fronte al Bella Center di Copenhagen, sede della conferenza Onu sul Clima, contro la Banca Mondiale, chiedendo a gran voce la riparazione per i Paesi del sud del mondo del debito storico ecologico nei confronti di quelli industrializzati. I rappresentanti dei Paesi più poveri da tempo mettono sotto accusa la Banca Mondiale, evidenziando una pericolosa sovrapposizione tra i fondi Onu già esistenti e quelli creati dalla Banca mondiale, che con la copertura del G20 punta a ottenere a breve la gestione della finanza globale per il clima. Alla manifestazione di fronte alla sede del negoziato hanno partecipato diversi attivisti italiani della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, di Mani Tese e dello Sci.
Copenhagen, 13 dicembre 2009
Gli agrocarburanti sono una falsa soluzione
False soluzioni, dannose a molti livelli. La Via Campesina lo ripete ai potenti della terra riuniti a Copenhagen per la Conferenza Onu sul clima. Fra queste gli agrocombustibili in piena espansione in tutto il mondo. Diverse sono le argomentazioni che il più grande movimento contadino del mondo mette sul piatto e che sono state presentate anche nel corso del workshop “Debt, trade, finance, agricoltural and climate change and the roots of global economic and social justice”" che si sta svolgendo in queste ore al Klimaforum nella capitale danese e che vede fra i promotori la Campagna per la riforma della Banca Mondiale.
Fra le argomentazioni contrarie alla proliferazione degli agrocarburanti, lo loro inefficienza dal punto di vista energetica, economica e sociale. Quelli definiti “di prima generazione”, prodotti tramite la monocultura in vasti appezzamenti di terra sono sono un grave attacco alla sovranità alimentare dei popoli, mentre quelli di seconda, i più promettenti provenienti da biomassa, sono ancora poco diffusi. Inoltre influiscono negativamente sul diritto al cibo delle persone, mettendosi in concorrenza con la produzione di cibo in Europa e in tutto il mondo, influenzando negativamente le dinamiche dei prezzi sui mercati e godendo anche di forti sussidi da parte dell’Unione Europea.
I contadini della Via Campesina hanno ricordato quanto l’agricoltura su piccola scala, capace di sfamare e restituire dignità alle aree rurali, sia la via maestra per rispondere ai cambiamenti climatici e come sia necessario per questo cambiare le politiche agricole e del commercio delle istituzioni.
Guarda la galleria fotografica delle manifestazioni della Società civile a Copenhagen
Copenhagen, 13 dicembre In 100mila a Copenhagen
Una folla come quella che ha raggiunto ieri sera il Bella Center, la sede ufficiale dei negoziati sul clima, non si era forse mai vista a Copenaghen. Eravamo quasi in centomila, da tutto il mondo, a ribadire ai governanti della Terra che dalle loro scelte dipenderà il futuro di tutti. “Enough is enough! Climate justice now!” è il grido, scandito da Nnimmo Bassey, presidente di Friends of the earth international, e ripreso da tutta la folla, che ha concluso la manifestazione. Il blocco più imponente è stato quello che ha sfilato dietro lo striscione “System change, not climate change”, oltre cinquemila attivisti da tutti i continenti guidati dai militanti della Via Campesina.
La questione dei cambiamenti climatici non si risolverà senza affrontare le enormi contraddizioni di un sistema economico insostenibile ed ingiusto, che ha portato la comunità internazionale alla situazione di crisi multipla che stiamo vivendo. Il grido a Copenaghen lo abbiamo lanciato. Ora la responsabilità è dei Paesi cosiddetti sviluppati che devono sostanziare con azioni concrete ed impegni finanziari adeguati le tante promesse e dichiarazioni fatte negli ultimi giorni.
Fonte e approfondimenti su www.versocopenaghen09.org
Copenhagen, 12 dicembre Il vertice diventa meno accessibile
A partire da lunedì sarà ristretto l’accesso alla Conferenza ufficiale agli osservatori, inclusi quindi gli esponenti delle Ong e delle associazioni della società civile. L’ufficio di contatto con la società civile ha comunicato che stanno preparando delle carte speciali che verranno distribuite secondo un ordine non ancora chiaro. Accordi simili sono in fase di preparazione per l’accesso alle plenarie a partire dal 15 dicembre. A molte persone sono già stati ritirati i badge, mentre nuovi passi verranno consegnati la prossima settimana e distribuiti in funzione di valutazioni di sicurezza del segretariato. In sostanza quindi, si penalizza la società civile proprio quando si entra nel cuore del negoziato. Il business invece, per buona parte incluso nelle delegazioni ufficiali dei governi, continuerà ad avere via libera nelle sale del negoziato.
Copenaghen, 11 dicembre 2009 L’ennesima promessa di Berlusconi Con il solito metodo “spot” effervescente quanto evanescente, Berlusconi annuncia lo stanziamento di 200 milioni di euro l’anno per il triennio 2010-12 per sostenere i Paesi poveri nella loro lotta contro il cambiamento climatico. Il tutto nell’ambito del cosiddetto “fast start” promosso dall’Unione europea. Temiamo fortemente che si tratti dell’ennesima “boutade” dal momento che non è specificato, né è immaginabile visto ciò che sta facendo il nostro governo, dove il premier italiano pensi di trovare i fondi. Alle promesse di impegno internazionale per la lotta alla povertà fatte in più sedi, non è seguito alcun atto concreto, se si esclude il pesante taglio all’aiuto pubblico allo sviluppo che il governo italiano ha attuato dal primo giorno del suo insediamento. L’ultima promessa è stata l’annuncio, più volte reiterato dal G8 dell’Aquila e ripreso anche durante il vertice della FAO di metà novembre, dei 20 miliardi di dollari per la lotta alla fame di cui non si è visto ancora un centesimo.
In attesa dei dati ufficiali dell’Ocse, dalle risorse messe in campo nell’ultima finanziaria per il 2010 dal Governo italiano ammontano a 326 milioni di euro da destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo, di cui 123 milioni sono già stati impegnati per coprire iniziative già deliberate e 30 milioni necessari per le spese di funzionamento. Vale a dire lo stesso valore nominale del 1996 che porta il nostro paese allo 0,16% del rapporto Aiuto pubblico allo sviluppo/Pil, ben lontano dall’obiettivo dello 0,51% che l’Unione Europea ha fissato per ogni Stato membro.
Rispetto alla Legge Finanziaria 2008 è un taglio di 402 milioni di euro. La manovra per il 2010 non arriva a coprire nemmeno gli impegni economici presi dall’Italia per i fondi multilaterali e le Banche di sviluppo. Invece di annunci improbabili, Berlusconi e il suo governo dovrebbero rilanciare l’aiuto pubblico allo sviluppo (l’Italia è ormai insieme alla Grecia la cenerentola europea in quanto a fondi) e iniziare a fare politiche pubbliche efficaci per ridurre le emissioni del nostro paese.
Deve prima di tutto essere chiarito se questi fondi saranno addizionali rispetto agli impegni già presi per l’aiuto allo sviluppo. Secondo gli impegni negoziati nell’ambito della Conferenza sui cambiamenti climatici, tali fondi possono essere solamente addizionali all’aiuto pubblico allo sviluppo.
Il governo italiano, oltre a fare poco per l’ambiente, non crea nemmeno le condizioni per favorire investimenti “verdi”, come dimostrato anche da un’analisi, da noi passata sotto silenzio, elaborata dalla Deutsche Bank in cui emerge come l’Italia sia uno dei Paesi più rischiosi per gli investimenti nel settore climatico. La causa di questo pessimo risultato sta, sempre secondo l’analisi della banca tedesca, nella mancanza di chiarezza delle politiche governative in fatto di cambiamento climatico
Copenhagen, 11 dicembre Migranti forzati del clima I cambiamenti climatici che stanno sempre più interessando il nostro pianeta hanno inevitabilmente un impatto sullo stile di vita di tutti i suoi abitanti, in primis sulle persone che vivono in contesti particolarmente vulnerabili (per esempio a causa dell’innalzamento del livello del mare o di fenomeni naturali sempre più frequenti e violenti). In seguito a questa situazione, sono aumentate negli ultimi anni le persone costrette senza possibilità di scelta ad abbandonare, temporaneamente o permanentemente, le loro terre originarie e a trasferirsi altrove. Questo compromette seriamente la qualità della loro vita e, soprattutto, causa la perdita di tutti i diritti. Le condizioni di vita precarie, soprattutto delle donne, la conseguente totale mancanza di dignità e le violazioni dei diritti umani fondamentali, unite alla perdita della loro identità, porta la maggior parte di queste persone a vivere negli slums delle grandi città. Uno degli incontri organizzati al Klimaforum di Copenhagen nella mattinata di oggi ha posto l’attenzione proprio su questo tema e sulla necessità di ottenere per tali persone un riconoscimento ufficiale nell’ambito di un nuovo Protocollo internazionale. Definiti indistintamente come “rifugiati ambientali” o “climatici” o “migranti a causa dei cambiamenti climatici”, non possono essere considerati in realtà dei rifugiati veri e propri in base alla Convenzione di Ginevra del 1951 (è rifugiato chi lascia il proprio Paese per motivi politici, religiosi, etnici, a causa di persecuzioni razziali) e non trovano protezione dei propri diritti nemmeno in documenti a livello regionale o nazionale. Per cercare di colmare questa mancanza, alcune organizzazioni internazionali considerano queste persone come “environmentally displaced persons“, in linea con il concetto di “internally displaced persons” dell’UNHCR. Ma questa definizione non soddisfa chi vive nei Paesi del sud del mondo, in quanto sembra non garantirli di fronte alla perdita dei diritti. Particolare rilevanza viene data al caso del Bangladesh, paese frequentemente colpito da cicloni ed il cui 18% delle terre viene periodicamente inondato dall’acqua salata del mare, provocando seri problemi per migliaia di persone che vivono lungo la costa e riducendo notevolmente la produttività agricola. Il rappresentante di Equity and Justice Working Group (EquityBD) ha lanciato una campagna globale per portare i leader del mondo a sviluppare un nuovo strumento legale che assicuri la riabilitazione sociale, culturale ed economica di queste persone, coniando anche un nuovo termine per definirli:”Universal Natural Persons”. Info su www.equitybd.org Copenhagen, 11 dicembre 2009
Un tribunale dei popoli per soluzioni reali Non si possono difendere i diritti umani senza passare da quelli dei popoli e dell’ambiente.
Il messaggio è chiaro e si è levato ieri (giovedì 10 dicembre) a Copenhagen dal “Klimaforum“, il “forum dei popoli” alternativo alla conferenza ufficiale che si sta svolgendo in questi giorni. Nel corso di una tavola rotonda molto partecipata, si è parlato di debito ecologico e della sua relazione con le questioni climatiche, di diritti umani e della natura, attraverso la testimonianza di attivisti e analisti di tutto il mondo.
Fra le voci che si sono levate, anche la denuncia delle imprese energetiche, fra cui una precisa su ciò che sta facendo l’Enel in Salvador in campo geotermico, le quali pur investendo, e vantandosene, nella produzione di energia geotermica o idroelettrica e quindi “pulita”, stanno causando enormi impatti ambientali e disagi per le comunità locali.
Anche per mettere in rete le varie resistenze, in questi giorni al Klimaforum si stanno condividendo strategie e proposte. Fra di esse la della creazione di un Tribunale dei popoli sul debito e la giustizia climatica.La giornalista e scrittrice canadese Naomi Klein è intervenuta ieri per discuterne insieme ai movimenti. “Non possiamo limitarci a marciare educatamente e a costituire tavole rotonde -ha detto la Klein-. Dobbiamo costruire un movimento di massa a livello mondiale che non permetterà che i leader di cavarsela con quello che stanno cercando di farla franca. Pensatela come la madre di tutte le compensazioni di carbonio. L’accordo di Copenaghen può trasformarsi nel peggior tipo di capitalismo dei disastri”.
Milano, 9 dicembre 2009
L’agricoltura incide, direttamente e indirettamente, per il 44% delle emissioni totali di gas serra. Cambiare modello di produzione agricola, come chiedono da tempo movimenti rurali e contadini in tutto il mondo, è una delle azioni prioritarie per fermare il riscaldamento globale.
“Secondo le proiezioni della Fao –spiega il responsabile campagne di Mani Tese Giulio Sensi- nel 2050 ci saranno 9,1 miliardi di persone (2,3 in più) in più da nutrire e sarà necessario un incremento del 70% della produzione di cibo. Si calcola che il 70% della popolazione vivrà in aree urbane il 21% in più rispetto ad oggi. Il 14% delle emissioni totali di gas serra del pianeta arriva dall’agricoltura, ma si stima che un altro 30% sia correlato alle attività agricole tramite la conversione delle foreste in terre coltivabili, la produzione e diffusione di fertilizzanti e il trasporto e la trasformazione degli alimenti”.
L’agricoltura “industrializzata” e orientata alla monocultura e all’esportazione, oltre a sottrarre terre e risorse naturali alle popolazioni locali, è quella che maggiormente contribuisce al cambiamento climatico. Le colture destinate alla produzione di agro-combustibili (etanolo e biodiesel) mettono ulteriormente in pericolo la sicurezza alimentare, tanto più che 1,6 miliardi di persone nel Pianeta non hanno ancora accesso a nessuna forma di energia.
“Per questo temiamo -prosegue Sensi- che affidare fondi e risorse per “fermare” il riscaldamento climatico a istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale, che hanno promosso e finanziano questo modello insostenibile, sia l’ennesima riprova della scarsa volontà politica di cambiare le situazione, facendo solo annunci spot senza cambiare i meccanismi che hanno portato il Pianeta in questo stato”.
L’agricoltura rimasta ai margini del negoziato
Un documento della FAO preparato per l’imminente Vertice di Copenaghen ha lanciato l’allarme su come il settore agricolo sia ancora rimasto escluso dai principali meccanismi di finanziamento per il cambio climatico che sono in discussione a Copenaghen.
Secondo la Fao, l’agricoltura da una parte è vittima del cambiamento climatico, ma dall’altra ne è anche responsabile, contribuendo sostanzialmente al totale delle emissioni di gas serra. L’agricoltura tuttavia, sostiene la Fao, può anche essere una parte importante della soluzione, mediante la mitigazione, la riduzione e/o l’eliminazione, di un ammontare significativo delle emissioni globali. E circa il 70% di queste strategie, secondo il documento FAO, potrebbero essere attuate nei paesi in via di sviluppo.
Diffidare dalle soluzioni fasulle
Nei giorni scorsi è stato pubblicato da Econexus (www.econexus.info) un rapporto che fa luce sulle proposte attuali relative al commercio di crediti di carbonio per l’agricoltura. Il rapporto analizza alcune delle soluzioni fasulle proposte per mitigare e adattare i cambiamenti climatici all’agricoltura, compreso cosa si cela dietro questi ultimi e chi li sta promuovendo. Un capitolo sull’agricoltura che non prevede la lavorazione dei terreni (“no-till agricolture”), con un focus specifico sull’Argentina, getta dei dubbi sulle richieste fatte per il “sequestro dell’anidride carbonica” nei milioni di ettari di prodotto chimico, sistemi che hanno già ottenuto una fortuna e profitti inaspettati dalle sementi geneticamente modificate e tolleranti agli erbicidi.
Nuove colture, alberi e microrganismi geneticamente modificati sono stati individuati come la risposta alle problematiche ambientali che nascono dai cambiamenti climatici e dalla trasformazione della cellulosa in energia. Comunque, ci si chiede nel rapporto, anche se questi sistemi potessero essere sviluppati, quali sarebbero le conseguenze per la biodiversità, gli ecosistemi, le foreste e le comunità locali?
Dal rapporto emerge anche come le sementi e la conoscenza dei piccoli agricoltori si vadano perdendo man mano che si accelera il ritmo in nome della “modernizzazione” agricola o dell’”aumento dei raccolti”, anche se i piccoli agricoltori, la maggior parte dei quali sono donne, dovrebbero essere al centro della ricerca in modo che l’agricoltura possa giocare un ruolo maggiore nell’adattamento e nella mitigazione.
Il rapporto conclude che l’agricoltura, in modo particolare gli appezzamenti di terra, non deve essere venduta sul mercato di carbonio, ma dovrebbe essere posta più attenzione su come con essa fronteggiare i cambiamenti climatici. La carne che mette il Pianeta in padella
Più della metà dei cereali prodotti in tutto il mondo (1226 su 2232 milioni di tonnellate) finisce per sfamare animali o produrre agro-carburanti. 756 milioni di tonnellate di cereali finiscono per essere trasformati in mangimi animali, per sostenere un modello di consumo di carne insostenibile e pericoloso (anche per la salute umana). Il settore zootecnico è in piena espansione nonostante sia dimostrato che é responsabile del 18% delle emissioni di gas serra e libera nell’aria il 37% del metano e il 65% dell’ossido di azoto.
Anche la Fao ha pubblicato nel 2006 il rapporto “The livestock’s long shadow”, da cui emerge come tale settore rappresenti il 40% del Pil agricolo mondiale. L’allevamento del bestiame sfrutta anche il 33% della terra coltivabile mondiale, che arriva al 70% dei suoli ad uso agricolo se si considerano anche i pascoli.
Sostenere la piccola agricoltura anche come consumatori
Secondo Mani Tese, sostenere la piccola agricoltura agro-ecologica, come consumatori e come istituzioni, è la via maestra per garantire la sovranità alimentare e contribuire a fermare il cambio climatico.
Piccola agricoltura che, peraltro, sfama già il mondo, nutrendo il 70% della popolazione del Pianeta.
Per questo i cambiamenti climatici e la sicurezza alimentare passano dalle nostre tavole: la dieta occidentale, energivora e divoratrice di risorse, è insostenibile. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono necessario 7,3 calorie per produrne una alimentare: 1,6 necessarie per l’agricoltura vera e propria, 1 per i trasporti, 1,2 per la lavorazione, 0,5 per l’imballaggio e altrettante per il servizio commerciale, 0,3 per la rivendita la dettaglio e 2,3 per la preparazione e conservazione presso il consumatore.
La dichiarazione finale del vertice Fao di Roma di metà novembre lo ha riconosciuto, affermando che “le soluzioni per far fronte alle sfide del cambiamento climatico devono comprendere azioni di mitigazione e un forte impegno per l’adattamento dell’agricoltura, incluso tramite la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura”. Una dichiarazione di principi che rischia non solo di non avere azioni concrete a sostegno, ma di non essere nemmeno presa in considerazione al vertice di Copenhagen.
Roma, 7 dicembre 2009
La Campagna per la riforma della Banca mondiale nel giorno d’apertura del vertice sull’ambiente di Copenaghen, chiede hai Paesi del Nord del mondo se sono seriamente intenzionati a pagare il conto dei cambiamenti climatici, oppure se non andranno oltre i soliti sterili impegni di facciata.
Il riscaldamento globale è un dato di fatto ormai riconosciuto dalla comunità scientifica e dai governi di tutto il globo, eppure non è ancora chiaro se e come i Paesi europei, e quindi anche il nostro, metteranno a disposizione delle realtà più povere del pianeta i finanziamenti necessari a sostenere i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici che già oggi stanno pagando.
Le risorse da impiegare devono essere pubbliche e non devono presentare delle condizionalità, oltre a essere addizionali rispetto ai livelli attuali degli aiuti pubblici allo sviluppo. Devono essere messe a disposizione attraverso i meccanismi già in piedi nell’ambito della UNFCCC e gestiti sotto l’autorità della Conferenza delle Parti.
Se il problema dei governi è come generare le risorse necessarie, si potrebbe iniziare da una tassazione delle esternalità negative, ambientali come finanziarie, che permetterebbe così di risolvere la questione nel breve termine. Al riguardo una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali sollecitata da più governi, seppure applicata solo alla zona Euro, potrebbe già contribuire anche alle spese dei paesi più poveri per far fronte ai cambiamenti climatici.
Sarebbe inoltre necessaria una pronta riforma dell’attuale sistema degli aiuti, che dovrebbe diventare “climate friendly”. Non è più accettabile che finanziamenti pubblici continuino ad essere spesi per sostenere l’industria estrattiva che danneggia l’ambiente, contribuisce alle emissioni di CO2 globali e non aiuta la lotta alla povertà.
In questo senso, la Banca Mondiale, visto che continua ad investire pesantemente nei progetti per l’estrazione di combustibili fossili (2,2 miliardi all’anno di media nel triennio 2007-09, di cui 470 per il carbone) e non nelle fonti rinnovabili (783 milioni nello stesso periodo), non può in nessuna ipotesi rientrare tra le istituzioni candidate alla gestione della finanza per il clima globale.
“Per noi è inoltre fondamentale che Copenaghen sia una tappa intermedia per l’estensione del protocollo di Kyoto, che va implementato e reso operativo il prima possibile” ha dichiarato Elena Gerebizza della CRBM.
“I governi europei devono accettare gli obblighi vincolanti previsti da Kyoto e impegnarsi diplomaticamente per fare sì che anche gli Stati Uniti entrino nel cosiddetto Kyoto plus” ha continuato la Gerebizza. “E’ impensabile oggi ricominciare a negoziare un nuovo accordo, peraltro su basi volontarie, solo per favorire l’ingresso degli Usa. Altra cosa sarebbe invece tagliare i “rami secchi” del protocollo, come il mercato dei crediti di carbonio, che ha creato solo ulteriori speculazioni finanziarie e non ha portato grandi benefici all’ambiente” ha concluso la Gerebizza.
fonte: www.crbm.org
Continua a seguire gli aggiornamenti quotidiani da Copenhagen anche sul sito:
Leggi anche l’editoriale di Elena Gerebizza (CRBM) dell’ultimo numero del periodico di Manitese (Novembre-dicembre 2009)
Oltre Copenhagen “Tanto è il tempo trascorso da quando i governi della Conferenza delle Parti hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, il primo accordo multilaterale sul clima. E in questi anni l’aumento della temperatura del pianeta da essere un problema è divenuta un’emergenza. Uragani, piogge torrenziali, siccità sono aumentati e la loro intensità è sempre più preoccupante. Migrazioni, aumento delle malattie infettive, sicurezza alimentare ma anche aumento dei conflitti per la gestione delle risorse naturali sono questioni sempre più impellenti per la maggior parte della popolazione del pianeta che vive nel Sud del Mondo.
I governi europei, a partire da quello italiano, hanno riconosciuto nell’ambito del negoziato la propria responsabilità storica nell’aver contribuito alle emissioni globali che causano i cambiamenti climatici. Eppure dalla firma del Protocollo di Kyoto ad oggi ben poco è stato fatto per ridurre le emissioni interne e mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili su cui si basa il nostro modello economico.
Un comportamento irresponsabile che ha contribuito a generare la situazione di crisi multipla – alimentare, climatica, economica e finanziaria – che sta colpendo il Sud e i più poveri in maniera implacabile.
Un’opportunità per trovare assieme alle altre organizzazioni impegnate nella giustizia climatica nuove pratiche comuni che, a partire dal quotidiano, ci permettano di contribuire alla transizione verso un modello economico più giusto, equo e sostenibile e riportare la giustizia economica, sociale
e climatica al centro dell’agenda italiana e internazionale”.
Mani Tese - Sede Nazionale
p.le Gambara 7/9, 20146 Milano (It)
Tel. +39 02 40 75 165
Fax +39 02 40 46 890
Numero verde 800 552 456
IBAN Banca Popolare Etica
IT 58 W 05018 01600 000000000040
C.F. 02343800153
mail: manitese@manitese.it

Fonte di bilancio 2010/
Efficienza della raccolta fondi
11 dicembre, 2009 - 12:15
[...] Leggi anche News da Copenhagen [...]