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mercoledì 13 maggio 2009

La sfida ambientale

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LA SOSTENIBILITA’ AL CUORE DELLO SVILUPPO  (13 maggio, 2009)
GUINEA BISSAU. UNA RISERVA MARINA DA PROTEGGERE  (21 maggio, 2009)
IL VALORE SOCIALE DELLA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE  (29 maggio, 2009)
L’IMPATTO SOCIALE E AMBIENTALE DELLA DELOCALIZZAZIONE (4 giugno, 2009)

LA SOSTENIBILITA’ AL CUORE DELLO SVILUPPO

articolo_13-05Da anni ormai si sente parlare di sviluppo sostenibile, ovvero un modello capace di coniugare tutela ambientale, benessere economico ed eliminazione della povertà. Quando però ci si riferisce a sviluppo sostenibile nei Paesi del Sud del mondo la questione diventa più complessa: in questi Paesi infatti le priorità sembrano rimanere la lotta alla fame, le malattie, le guerre. La tutela ambientale può risultare un lusso incompatibile

Paradossale è che proprio i Paesi più poveri del Pianeta stiano subendo i danni più gravi dell’attuale crisi ambientale: l’aumento delle catastrofi naturali, la maggiore frequenza di uragani, di forti piogge e inondazioni nelle zone tropicali, e di forti siccità e carestie nelle fasce semidesertiche, sono tutti segnali di cambiamenti climatici già in atto, quasi interamente causati da attività umane, che stanno mettendo a rischio lo sviluppo economico e sociale di quelle aree del pianeta dove vive la grande maggioranza dei più poveri.

Oggi ci troviamo in una situazione in cui gli impatti della crisi economica e finanziaria da un lato, e di quella ambientale dall’altro, stanno mettendo in ginocchio i più indigenti.
Inoltre, seppure negli ultimi anni siano già stati investiti centinaia di miliardi nella lotta alla povertà, l’esacerbarsi delle condizioni climatiche sta vanificando i risultati già raggiunti dalla comunità internazionale, rendendo sempre più difficile l’accesso all’acqua e alla sicurezza alimentare per due terzi della popolazione mondiale.

E’ più che mai evidente come sia necessario intervenire alla radice del problema, a partire dalla necessaria trasformazione del modello di produzione e di consumo attuale verso un’economia più sostenibile, incentrata su principi di giustizia ed equità, e che affronti la questione dell’accesso e della gestione delle risorse naturali.

I principali attori di questo cambiamento sono indubbiamente i governi e le istituzioni internazionali: ma indispensabile rimane il dialogo e lo scambio con le molte realtà che da tempo operano, si impegnano e lottano nei paesi del Sud del mondo seguendo il modello di sviluppo sostenibile.

La sostenibilità ambientale è da sempre il punto di riferimento per i progetti di cooperazione internazionale di Mani Tese: i nostri partner del Sud del mondo ci invitano a sostenere progetti  in grado di porre particolare attenzione su un corretto utilizzo delle risorse naturali, requisito indispensabile per la buona riuscita, per la ripetibilità futura del progetto e per non rimanere dipendenti dagli aiuti.

[A cura della redazione di Manitese]
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GUINEA BISSAU: UNA RISERVA MARINA DA PROTEGGERE

Molti progetti di cooperazione internazionale hanno come obiettivo principale quello di garantire alle popolazioni del sud del mondo il diritto alla sovranità alimentare, ovvero la possibilità di ogni singolo Paese di scegliere autonomamente i prodotti e le modalità di produzione dei beni alimentari, nel rispetto delle tradizioni locali e dell’ambiente.
Spesso però sono i Paesi del Nord del mondo ad utilizzare, e in alcuni casi a sfruttare, senza nessuna attenzione per la salvaguardia dell’ambiente le risorse naturali dei paesi più poveri, diminuendo ulteriormente l’autosufficienza alimentare ed economica delle popolazioni locali.
Un esempio di tale situazione ce lo può fornire lo Stato africano della Guinea Bissau, uno degli paesi poveri del mondo, ma anche un’immensa risorsa naturale, inutilizzata dai locali ma ampiamente sfruttata per le esportazioni estere.

La Guinea Bissau è infatti un paese ad alto potenziale nel settore della pesca: tuttavia le politiche governative sono esclusivamente orientate alla pesca industriale per l’esportazione ed alle concessioni per lo sfruttamento delle risorse ittiche da parte di attori internazionali, e non esistono imprese private di pescatori locali in grado di posizionarsi sul mercato.

Da più di 20 anni Mani Tese è presente in Guinea Bissau e da due nell’area del Rio Cacine, nella regione del Tombalì, con un progetto di miglioramento della sicurezza alimentare attraverso il rafforzamento della pesca cofinanziato dall’Unione Europea. il progetto si propone di contribuire alla promozione dell’uso sostenibile, dal punto di vista ambientale, sociale ed economico delle risorse naturali del Paese.
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La dotazione di materiale inadeguato per sfruttare le potenzialità produttive dell’area, le conoscenze limitate sulle nuove tecniche di trasformazione e l’insufficiente integrazione con i mercati, ha portato infatti a sviluppare strategie di sopravvivenza basate su attività alternative alla pesca, con fenomeni di emigrazione giovanile, degrado ambientale e scarso monitoraggio del mare.

Nonostante le grosse potenzialità produttive, la zona di Cacine è situata geograficamente in una posizione svantaggiata rispetto ai maggiori snodi del mercato nazionale del pesce e le infrastrutture sono carenti (mancano strade asfaltate e mezzi di trasporto). Questo scoraggia i compratori a recarsi in loco per l’acquisto del pesce e rende generalmente difficile l’evacuazione del prodotto fresco.
Nella filiera locale il pescatore individuale non dotato di mezzi e strutture è sicuramente l’anello debole e la sua attività si riduce al solo scopo di sussistenza. Mancano quindi le capacità ed i mezzi che consentano ai pescatori di organizzarsi aumentando conseguentemente il rendimento della loro attività.

Inoltre la filiera della pesca artigianale non garantisce ad oggi adeguati standard di qualità, igiene alimentare e rispetto ambientale. Queste deficienze causano una perdita di valore del prodotto, il rischio di aumento delle malattie a trasmissione oro fecale, una diminuzione della risorse alieutiche e il degrado dell’ambiente circostante. La  pesca abusiva e l’ uso di pratiche di pesca non autorizzate come é il caso della rete a monofilamento (Tchas), possono portare a conseguenze disastrose.

Lo sfruttamento di risorse da parte dei pescatori dei paesi della sottoregione può inoltre originare uno squilibrio nell’ ecosistema marino.

Il progetto di cooperazione di Mani Tese contribuisce alla dinamizzazione dell’economia delle aree rurali nel settore pesca, rafforzando inoltre il mercato locale del pesce e costituendo una valida alternativa ai mercati esteri.
L’azione proposta rende protagonisti i produttori e le comunità nel loro percorso di sviluppo attraverso il rinforzo delle capacità di organizzazione, gestione ed utilizzo di tecniche migliorate di valorizzazione della produzione. Questo progetto prende in considerazione tutti gli aspetti economici e sociali legati alla filiera della pesca per consentire il raggiungimento di migliori standard di qualità, ambiente e igiene alimentare. Attraverso l’utilizzo di adeguate tecniche di pesca e di trasformazione si potrà inoltre garantire una riduzione dell’impatto sull’ambiente in modo da garantire la riproduttività e risorse ambientali/naturali.
Il progetto prevede anche momenti di alfabetizzazione e di sensibilizzazione delle comunità locali sui temi della protezione ambientale.
Attraverso il rafforzamento del dialogo tra il Ministero della Pesca e le comunità di pescatori del fiume Cacine, il progetto ha inoltre incoraggiato il Governo della Guiné-Bissau a creare Riserve di Pesca negli estuari dei canali principali, tra cui Cacine e Cumbidjã.

[A cura della redazione di Manitese]
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IL VALORE SOCIALE DELLA SOTENIBILITA’ AMBIENTALE

Da anni Mani Tese collabora in Brasile con il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra, movimento che si batte per attuare una Riforma agraria, che mira all’ottenimento dei diritti di proprietà terriera dei piccoli agricoltori. articolo_29-05

Ma non basta avere un pezzo di terra per risolvere tutti i problemi: bisogna saperla coltivare, saper trasformare e vendere i prodotti. Bisogna avere la possibilità, e le conoscenze, per renderla produttiva, disporre di qualche soldo per comprare i fattori di produzione al tempo dovuto, altrimenti si cade preda degli sfruttatori e degli usurai e, come spesso accade, la terra torna dopo tanta fatica in mano a nuovi o vecchi latifondisti.
Per questa ragione il Movimento Sem Terra non si limita ad affiancare i contadini senza terra nella lotta per l’attuazione della Riforma Agraria e per l’ottenimento dei diritti di proprietà, ma opera anche in ambiti di assistenza tecnica, di credito e politica dei prezzi, di alfabetizzazione di giovani e adulti, di formazione tecnica in agricoltura, di preparazione di educatori e formatori, di sanità, di cultura, di questione di genere.
L’agricoltura diventa in tal modo uno dei motori di cambiamento sociale, attraverso, per esempio, lo sviluppo di mercati locali, che preservano la biodiversità e esaltano la diversificazione delle risorse naturali.

Il progetto triennale di Mani Tese in Brasile, dal nome “Il diritto alla terra”, ha come obiettivo generale la  formazione di  giovani leader contadini in modo che essi/e possano fungere come punto di riferimento e promuovere tutte le questioni legate allo sviluppo delle comunità rurali, in particolare per quanto riguarda l’assistenza agro-zootecnica.
La maggior parte degli insediamenti coinvolti dalla riforma agraria infatti si trovano in un territorio semi-arido che necessita di attenzione particolare per salvaguardare la fertilità dei suoli, risparmiare sull’utilizzo delle (scarse) risorse idriche, e praticare attività agrozootecniche adatte a questo ambiente.
Per rendere gli insediamenti economicamente redditizi e sostenibili a lungo termine il progetto punta innanzitutto sulla formazione delle risorse umane a partire dai giovani. Nella misura in cui essi saranno in grado di gestire le risorse naturali a disposizione, applicando scelte produttive adatte e  organizzandosi come piccoli produttori, si potranno trasformare le aree di riforma agraria in reali poli di sviluppo.

Durante il progetto di Mani Tese 17 giovani, figli/e di agricoltori insediati hanno frequentato il corso di formazione agro-zootecnico, di preparazione di educatori e formatori, di sanità, di cultura, di questioni di genere.
Le parole di Josivan, giovane apicoltore dell’area di Oziel Pereira, nello stato della Paraiba, esemplificano l’importanza e l’utilità di progetti che mirano alla formazione dei contadini insediati negli ex latifondi.
“Siamo in nove nella zona a produrre miele -racconta Josivan-. Mettendo insieme gli sforzi siamo riusciti anche a costruire un piccolo laboratorio professionale dove possiamo filtrare il miele,

mettere i resti nella centrifuga e farlo depositare in contenitori d’acciaio per far venire a galla le impurità”.
Nelle stagioni in cui ci sono meno fiori e quindi meno nutrimento per le api, le aiutano con una “pappa” di algaroba, una leguminosa non commestibile per l’uomo che cresce in abbodanza nella zona. L’apicoltura è un mezzo prezioso per aumentare anche la fertilità. “Abbiamo calcolato -dice ancora Josivan- che la pollinizzazione delle api ha aumentato la produttività dei terreni del 40%. Per alcuni frutti, come la maracujà, addirittura del 60%. Una buona dose di miele poi lo usiamo per i consumi nostri: è molto nutriente insieme ai tanti frutti delle nostre terre”.
Più sostenibile di così.

[A cura della redazione di Manitese]
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L’IMPATTO SOCIALE, E AMBIENTALE, DELLA DELOCALIZZAZIONE

articolo_04-06Se acquistiamo in Europa un prodotto tessile “made in India”, molto probabilmente proviene dal distretto di Tirupur, nel Tamil Nadu. Qui infatti si concentrano migliaia di industrie di maglieria, cucitura, tintura, stampa e ricamo.
Il settore tessile, che costituisce il principale settore nell’esportazione indiana, ammonta al 27% del totale delle esportazioni verso l’Europa. La maggioranza delle imprese presenti sul territorio sono però straniere: la delocalizzazione della produzione rappresenta un fenomeno complesso. Si tratta infatti di un processo legato all’internazionalizzazione delle imprese, che spostando la produzione all’estero, principalmente in Paesi in via di sviluppo, ottengono una riduzione dei costi di produzione, la disponibilità di manodopera specializzata a basso costo e di materie prime e risorse naturali in loco, e la possibilità di creare nuovi sbocchi di mercato. Nel delocalizzare un’impresa si segue, in genere, il principio del “maggior profitto al minor costo possibile”. Le produzioni estere controllate direttamente o indirettamente dalle aziende europee spesso non rispettano i diritti fondamentali della persona e delle comunità locali, non garantendo inoltre il rispetto e la protezione dell’ambiente.
Al momento non esistono meccanismi a livello internazionale in grado di assicurare che l’azienda sia ritenuta responsabile per le violazioni che compie, o di cui è complice su tutta la filiera. I codici di condotta e le norme per le multinazionali promosse dalle Nazioni Unite non sono diventate degli standard giuridici vincolanti e hanno dimostrato in molti casi una notevole debolezza.
Non a caso la prossima Presidenza Svedese dell’Unione ha organizzato per il mese di novembre 2009, a Stoccolma, una Conferenza internazionale sulla Responsabilità Sociale d’Impresa che avrà come titolo “Business and Human Rights”.
Sono molte inoltre le Associazioni e Ong che chiedono esplicitamente ai governi nazionali e al Parlamento europeo di definire un codice di condotta per le imprese europee, in modo che le attività delle imprese multinazionali esercitate, sia direttamente che indirettamente, nei paesi in via di sviluppo avvengano nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona e della comunità circostante, e garantiscano il rispetto e la protezione dell’ambiente.
[continua]

Nello specifico caso di Tirupur, che rappresenta il 70% del totale del tessile indiano per l’esportazione, i problemi causati da una scorretta delocalizzazione delle imprese estere sono sia di natura sociale che ambientale: le condizioni di lavoro nella filiera di produzione tessile sono infatti caratterizzate dall’estrema frammentazione e dalla predominanza del subappalto nella filiera che porta in molti casi alla violazione dei core labour standards, e inoltre l’inquinamento dell’acqua, causato dalle industrie che fanno parte della filiera del tessile, costringono i migliaia di lavoratori a rifornirsi di acqua potabile dalle Regioni adiacenti.

In questo contesto Mani Tese, la Regione Toscana e l’organizzazione indiana SAVE hanno avviato il progetto Multistakeholder per promuovere la responsabilità sociale d’impresa nel settore tessile e dell’abbigliamento. Verranno coinvolti tutti gli attori: imprenditori, lavoratori, sindacati, istituzioni, società civile, istituendo un meccanismo di dialogo permanente attraverso una piattaforma multistakeholder che possa condurre ad una strategia innovativa e coerente di valutazione d’impatto sui diritti umani.
Il progetto si sviluppa con attività di formazione e sensibilizzazione in India e in Italia, con continuo scambio di esperienze, riflessioni e azioni. Con l’impegno di tutti i soggetti coinvolti si potrà realmente arrivare a migliorare le condizioni sociali e ambientali della comunità locale di Tirupur, a partire dal rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori e dell’ambiente.

[A cura della redazione di Manitese]
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