Roma, 30 novembre 2009
Una premessa necessaria: per debito ecologico si intende quanto il «Nord ricco» del pianeta deve al «Sud povero» per lo sfruttamento indiscriminato delle sue risorse naturali e l’imposizione di politiche in contrasto con lo sviluppo sostenibile.
Insomma: ciò che il Nord deve pagare al Sud a risarcire i guasti provocati.
Un ottimo esempio di debito ecologico il Bangladesh, dove un ruolo tristemente negativo hanno giocato anche istituzioni finanziarie internazionali come la Banca mondiale. Il primo, e forse il più eclatante, esempio di debito ecologico nel paese asiatico è rappresentato dall’incidente occorso nel 1997 nei giacimenti di gas di Magurchara, all’epoca sotto il controllo della compagnia americana Occidental. La conta dei danni ammontò a un miliardo di dollari per le risorse andate perdute e a 2,5 miliardi per gli impatti sull’ambiente, inclusa la distruzione di numerosi ettari di terreni dove si coltivavano le foglie di the.
Non va nemmeno sottovalutato il caso del progetto per l’allevamento dei gamberetti di Chakaria. La Chakaria Sunderban è la più vecchia foresta di mangrovie del Bangladesh, sita nella parte sud-orientale del Paese, nel grande delta del Gange a pochi chilometri dalla costa del Golfo del Bengala. Nel lontano 1903, 8.150 ettari di foreste divennero di proprietà statale. Nel 1926 circa 1.600 ettari furono assegnati dal governo coloniale britannico a famiglie povere che, come mostrano le mappe fino al 1975, preservarono le foreste. L’ecosistema pressoché unico di quello spicchio di pianeta si mantenne intatto, continuando a fornire i mezzi di sussistenza per la popolazione locale. All’inizio degli anni ’80 però la Banca mondiale, spalleggiata dalla Banca asiatica per lo sviluppo, finanziò un progetto per l’allevamento di gamberetti che rientrava nell’ambito dei famigerati «piani di aggiustamento strutturale» che tanti sconquassi causarono in quegli anni nei Paesi in via di sviluppo. L’obiettivo era favorire l’esportazione dei gamberi nel mercato statunitense e nei paesi dell’Unione europea. Il risultato di questa iniziativa economica fu la quasi totale distruzione della foresta, con perdite incalcolabili in termini di biodiversità e la rilocazione di migliaia di famiglie.
Da tempi immemori le mangrovie rappresentavano una barriera naturale contro gli uragani, molto comuni da quelle parti. Non deve quindi stupire che quando il fortissimo uragano Marian investì il Bangladesh nel 1991, le conseguenze furono drammatiche: i morti furono addirittura 138mila. Stime conservative valutano in 4,7 miliardi di dollari i danni che Marian, e i successivi uragani Sidr (2007) e Aila (2009) hanno inferto a una delle realtà più povere del mondo. Non va poi dimenticato che i cicloni devastanti stanno crescendo in maniera esponenziale a causa del cambiamenti climatici.
Buffo come gli esperti di settore della Banca mondiale continuino a sostenere che il progetto non abbia avuto alcun impatto ambientale e che anche gli altri effetti collaterali siano stati minimizzati il più possibile.
La morale della favola, che tale evidentemente non è, sta nel fatto che i benefici derivanti dalle politiche e dal sostegno finanziario della Banca mondiale in Bangladesh sono andati ad attori privati che provengono dal Nord del mondo, mentre alle popolazioni locali è rimasta solo l’ingiustizia ecologica, economica e sociale sempre più di frequente annessa a questo tipo di operazioni. Ormai è arrivato il momento di cambiare approccio e ripagare per i tanti disastri combinati nel passato.
A cura di Luca Manes – CRBM
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