Dall’Albania alla Patagonia, dall’Africa al Kazakistan: il rapporto di Crbm allegato al numero di dicembre della rivista Altreconomia
A breve saranno infatti realizzate delle mastodontiche e costosissime opere infrastrutturali che avranno delle ricadute pessime sull’ambiente e sulle popolazioni locali. Si tratta dell’estrazione di combustibili fossili “convenzionali” come il petrolio, oppure solo mascherati di sostenibilità, come il fantomatico carbone “pulito”, o ad altissimo grado di inquinamento, nel caso delle sabbie bituminose.
E ancora, mega sbarramenti fluviali che, come sostengono numerosi esperti, aumenteranno le emissioni di CO2. Con la partecipazione di imprese come l’Eni e l’Enel, o grandi istituzioni come Banca mondiale o Banca europea per gli investimenti.
Questa pubblicazione esce alla vigilia del vertice sui Cambiamenti climatici di Copenaghen. Purtroppo si sa già che, al di là degli impegni che i Paesi nel Nord e del Sud del mondo prenderanno per limitare le emissioni dei nefasti gas serra, a breve saranno realizzate delle mastodontiche e costosissime opere infrastrutturali che avranno delle ricadute pessime sull’ambiente e sulle popolazioni locali. Si sa anche anche che tali progetti riguardano l’estrazione di combustibili fossili “convenzionali” come il petrolio, oppure solo mascherati di sostenibilità, come il fantomatico carbone “pulito”, o ad altissimo grado di inquinamento, nel caso delle sabbie bituminose. E ancora, sono progetti che hanno a che fare con la costruzione di mega sbarramenti che imprigioneranno l’acqua di fiumi ancestrali e, come sostengono numerosi esperti, aumenteranno invece di diminuire il carico di CO2 s ul groppone del Pianeta.
La costante dei cinque progetti che vengono raccontati in questa pubblicazione è che saranno realizzati tutti nel “Sud povero” del mondo, sebbene a promuoverli con tenacia siano grosse compagnie private, banche o istituzioni del “ricco Nord”.
Come purtroppo accaduto troppo spesso in passato, c’è il rischio concreto che alle comunità locali rimangano quasi esclusivamente gli impatti negativi, soprattutto in termini di danni ambientali, mentre alla multinazionale o all’istituto di credito di turno andranno parecchi vantaggi in termini economici.
I cinque casi vedono quasi tutti il coinvolgimento delle due grandi compagnie energetiche di bandiera, Eni ed Enel.
In questi giorni di immediata vigilia del vertice di Copenaghen, scorrendo le pagine dei giornali e dei siti web dei principali organi stampa internazionali si trova una impressionante quantità di cifre sui cambiamenti climatici.
Numeri che, per la stragrande maggioranza, mettono paura.
Partiamo dal record delle emissioni registrato da un’agenzia che fa capo alle Nazioni Unite, la World Meteorogical Agency, e che riguarda il 2008: 385,2 parti per milione di CO2, due parti in più rispetto al 2007, mentre nel 1958 si era ancora fermi a 315 unità. Dal 1750 la CO2 rilasciata nell’atmosfera è aumentata del 38 per cento, il metano, altro pericoloso gas serra, del 19 per cento.
Ma chi emette di più? I Paesi del G8, ovvero il 13 per cento della popolazione mondiale, incidono per il 43 per cento. Per entrare in dettaglio, gli Stati Uniti si attestano intorno ai sei miliardi di tonnellate di CO2, ormai superati di 200 milioni di tonnellate dalla Cina. Se si fa riferimento però alla media per persona, ogni americano ha sul groppone 20 tonnellate, un cinese 4,8. Per capire quanto poco incidano su tutti questi calcoli i Paesi del Sud del mondo basta tenere a mente che un etiope ha la “responsabilità” di solo 0,1 tonnellate. Eppure sono le realtà più povere del pianeta quelle che stanno subendo gli impatti più nefasti di tutto questo processo.
La Banca mondiale valuta in 90 milioni i “nuovi” poveri a causa della crisi ambientale. Per “adattarsi” ai cambiamenti climatici domandano fondi per circa 400 miliardi di dollari, le loro controparti ricche vogliono sborsare molto di meno, in alcuni casi, vedi Francia e Germania, facendo rientrare quei soldi nel conto già striminzito degli aiuti allo sviluppo.
Certo, ora tutte le superpotenze mondiali ammettono che è l’operato dell’uomo ad aver causato il surriscaldamento globale – non a caso 11 dei 12 anni più caldi sono stati registrati dal 1995 ad oggi e ci sono ottime probabilità che il 2010 superi ogni limite fissato finora. Tutti i capi di Stato e di governo del pianeta nel 2006 hanno senza dubbio letto lo Stern Report, commissionato dall’esecutivo britannico, lì dove si evidenzia che continuando di questo passo il pil mondiale calerà del 20 per cento, sebbene basti solo l’un per cento dello stesso pil per porre un argine alla mutazione del clima.
I leader mondiali sanno anche che l’85 per cento degli esponenti della comunità scientifica chiamati a dare il loro parere qualificato sui cambiamenti climatici conferma con certezza che non sono un fenomeno naturale ma indotto. Gli 800 esperti che hanno redatto il rapporto del 2007 dell’Intergovernamental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite stimano il dato sulle responsabilità dell’uomo come acquisito con il 90 per cento di margine di accuratezza. Gli studiosi hanno riempito migliaia di pagine con le previsioni sugli effetti dello stravolgimento del clima della Terra. Ci hanno avvertito che entro il 2040 l’Artico si ritroverà a vivere un’estate senza nemmeno un filo d’erba coperto dalla coltre di neve, che l’Antartide ha già perso 8mila chilometri quadrati di superficie ghiacciata e che i 150 ghiacciai che esistevano nel Montana (Usa) nel 1910 saranno tutti spariti intorno al 2030.
Ma di questi esempi, purtroppo, se ne possono fare molti. Sicuramente troppi.
Fonte: www.versocopenaghen09.org
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