LE SFIDE DEI POPOLI INDIGENI E TRIBALI
L’ESPERIENZA DEL POPOLO GUARANI’ PER IL DIRITTO ALLA TERRA. E ALLA SOPRAVVIVENZA
UNA VOCE PER I TRIBALI
LA FINCA VALPARAISO IN GUATEMALA

Oggi nel mondo vivono circa 350 milioni di indigeni. Sono distribuiti in oltre 60 paesi e la metà di loro appartengono in senso stretto a popoli tribali. 2 milioni vivono nell’America del Nord e 33 milioni nel subcontinente americano, la zona del pianeta con la maggiore diversità etnica e linguistica. La maggioranza si trova in Asia.
Negli ultimi anni le rivendicazioni delle popolazioni indigene per il riconoscimento della loro identità come popolo, inteso come insieme di persone con istituzioni sociali, economiche, culturali e politiche proprie, hanno portato a importanti passi in avanti. Ma la il percorso è ancora lungo, e i fatti accaduti in Perù lo scorso 5 giugno ne sono la dimostrazione concreta.
Risale al 1977 il primo riconoscimento internazionale delle popolazioni indigene, attraverso l’ istituzione presso l’Onu di una coalizione continentale, il Consiglio Internazionale dei Trattati Indigeni che, anche se solo con funzione consultiva, poteva far sentire la propria voce in un consesso internazionale. Negli anni ‘80 si ebbe la nascita presso la sede Onu di Ginevra della “Commissione per la Prevenzione della Discriminazione e la Protezione delle Minoranze”.
Nel 1992 si tenne a Rio De Janeiro la Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo e sul clima che vide gli indigeni protagonisti come unici veri depositari delle conoscenze per la difesa del Pianeta. Nella risoluzione finale, votata dall’ Assemblea delle Nazioni Unite con solo 4 voti contrari (Stati uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda), apparve un esplicito riferimento ai popoli indigeni e all’interdipendenza fra questi e la salvaguardia dell’ecosistema.
Due anni più tardi nel 1995 iniziò il “Decennio internazionale dei popoli Indigeni” delle Nazioni Unite. Ne seguì un altro di intensi dibattiti sull’identità indigena con l’entrata in scena delle insurrezioni in Ecuador del 1990 e in Chiapas del primo gennaio del 1994. Il mondo, che fino a quel momento riteneva di residuale importanza la questione indigena e tribale, spesso disconosciuta, prese atto della sua forza e delle sue dimensioni.
L’ultimo forum sociale mondiale di Belem (gennaio 2009) ha posto al centro delle sue attività la resistenza e indigena, in particolare in Amazzonia.
La “Risoluzione sui diritti dei popoli indigeni” del 1992, la Costituzione ecuadoriana del settembre 2008, pioniera nel riconoscimento del diritto all’ambiente e del buen vivir indigeno, e la nuova Costituzione boliviana del 25 gennaio 2009 sono conquiste rese pos-sibili grazie alla capacità di mobilitazione e proposizione dei popoli indigeni.
Gli scontri dello scorso 5 giugno, che hanno causato oltre cinquanta morti tra indigeni awajùn e agenti di polizia nella regione amazzonica del Perù, hanno riportato al centro del dibattito internazionale la questione indigena.
In seguito all’entrata in vigore del trattato di libero commercio tra Perù e Stati Uniti, il governo del presidente Alan Garcìa ha emanato un pacchetto di 99 decreti al fine di adeguare la legislazione nazionale ai termini dell’accordo commerciale, ampliando così le possibilità di sfruttamento della foresta amazzonica da parte delle imprese private ed aprendo le porte alla privatizzazione delle terre comunitarie.
La risposta indigena non si è fatta attendere e, da aprile, oltre mille comunità amazzoniche hanno intrapreso azioni di protesta, contestando la legittimità costituzionale del provvedimento e chiedendone la deroga immediata.
L’annuncio da parte del Parlamento di rinviare la discussione sulla deroga dei decreti ha inasprito le proteste, sfociate il 5 giugno negli scontri di Bagua dove il governo, come ammesso successivamente dallo stesso primo ministro Yehude Simon, si è reso responsabile di gravi violazioni dei diritti umani le cui immagini hanno fatto il giro del mondo.
Che gli incidenti di Bagua siano accaduti in concomitanza con le celebrazioni per la Giornata mondiale dell’Ambiente non è un caso. Quella a cui stiamo assistendo, in Perù come nel resto dell’America Latina, è una lotta per l’appropriazione dei beni comuni, alimentata da accordi commerciali o di associazione che Unione Europea e Stati Uniti stanno siglando in tutto il continente.
Le politiche commerciali imposte dalle grandi potenze economiche, con la complicità di governi latinoamericani accondiscendenti, sta mettendo in serio pericolo la sopravvivenza stessa delle popolazioni indigene, intimamente legate alla madre terra e custodi ancestrali dell’immenso patrimonio naturale amazzonico. In Colombia come in Guatemala, in Argentina come in Chiapas, i movimenti indigeni continuano ad opporsi all’applicazione di tali politiche. Acqua, legname, petrolio, gas, metalli, biodiversità sono l’oggetto del contendere di questa lotta impari contro la quale però, negli ultimi anni, si sono schierati alcuni Paesi latinoamericani. In tal senso, le Costituzioni approvate recentemente da Bolivia ed Ecuador sono un modello di rispetto, tutela ed uso sostenibile delle risorse naturali, in linea peraltro con quanto previsto dalla Dichiarazione dei diritti dei Popoli indigeni delle Nazioni Unite. L’acqua assurge a diritto umano e si riconosce il carattere plurinazionale dello Stato, si privilegia l’uso di fonti rinnovabili di energia e si promuove il principio del buen vivir, l’armonia tra tutti gli esseri viventi del pianeta.
Un modello da seguire che, non a caso, si rifà ai principi di convivenza e di rispetto dell’ambiente propri delle popolazioni indigene.
[A cura della redazione]
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La vicenda dei Guaranì, popolo indigeno che attualmente vive tra Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay, può essere forse considerata emblematica del percorso seguito dai popoli indigeni latinoamericani negli ultimi 5 secoli.
Originari dell’Amazzonia, abbandonano la foresta a partire dal secolo XIII per dirigersi verso sud e ovest alla ricerca della “tierra sin mal”, di una terra promessa nella quale vivere in armonia con gli altri esseri viventi, uomini, animali e natura. Si troveranno invece a dover subire 500 anni di dominazione coloniale e sfruttamento, a lavorare come “peones”, praticamente schiavi della terra, per un padrone bianco, a vivere prigionieri nel proprio territorio. Focolai di rivolta, spenti con il sangue, continuano ad accendersi fino al 28 gennaio 1892, data del massacro di Kuruyuki: i Guaranì oppongono archi e frecce ai fucili dell’esercito nazionale. La sconfitta è totale, e da quel momento i Guaranì sembrano scomparire dalla storia.
Eppure, anche se costretti al silenzio e privati del rapporto ancestrale, pieno e concreto, con il territorio, rapporto nel quale si sostanziano l’appartenenza e l’identità indigene, la cultura Guaranì, fondata sulla condivisione e sullo scambio, sottovoce e quasi segretamente sopravvive. Sopravvive quello che i Guaranì chiamano Ñande Reko, il nostro modo di essere.
Bisogna tuttavia aspettare gli anni ’80 del secolo scorso, anni in cui inizia a soffiare all’interno della Chiesa Cattolica latinoamericana il vento della “Teologia della Liberazione”, che ai concetti di peccato e accettazione del dolore affianca quelli di giustizia e lotta per i propri diritti, per assistere a quello che gli stessi Guaranì considerano un “risveglio”. Nel 1987 nasce la APG – Asamblea del Pueblo Guaranì, che si pone da subito precisi obiettivi di sviluppo, sintetizzati nell’acronimo PISETT: Produzione, Infrastrutture, Salute, Educazione, Terra e Territorio. I Guaranì si organizzano, ma non per cercare vendetta: le radici salde nel passato permettono loro di guardare avanti, chiedono giustizia e dignità. Nel 1992, centenario del massacro di Kuruyuki i Guaranì marciano da Camiri a Kuruyuki, consapevoli per la prima volta del proprio ruolo come soggetto politico, come interlocutore paritario con le istituzioni. La marcia per il territorio e la dignità è in realtà appena iniziata, un cammino quotidiano che prosegue ancora oggi, nell’obiettivo di riappropriarsi delle terre usurpate dai “ganaderos”, grandi coltivatori-allevatori invariabilmente di origine europea, di vedere riconosciuto dallo Stato il diritto all’educazione interculturale bilingue per i propri figli, di avere accesso alle risorse del territorio, innanzitutto all’acqua.
I Guaranì non hanno smesso di lottare. Semplicemente, è cambiato il modo di lottare: “non più con archi e frecce, ma con il lapis e il quaderno”, un percorso di lotta che è anche un percorso di affermazione della propria esistenza nel mondo. I Guaranì oggi non pronunciano discorsi, ma esperienze di vita: pratiche di resistenza, per un’alternativa possibile al modello di sviluppo neo-liberista, che troppo spesso siamo portati a pensare come naturale e inevitabile.
La lotta dei Guaranì e dei popoli indigeni oggi è una lotta per l’autodeterminazione, che significa poter scegliere autonomamente il percorso di sviluppo da intraprendere: un proprio modello di sviluppo centrato sul territorio, unico e irrepetibile. Perché terra è libertà.
[A cura di Valentina Puglisi]
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Mani Tese da anni accompagna le popolazioni indigene nella lotta per il riconoscimento dei propri diritti come popolo.
Spesso infatti i destinatari dei progetti di cooperazione di Mani Tese sono i membri delle popolazioni indigene, che sempre più subiscono i danni di un capitalismo sfrenato, della deforestazione selvaggia, dell’omologazione culturale. Per sostenere tali popolazioni nel loro percorso di autodeterminazione Mani Tese si avvale della preziosa e fondamentale collaborazione dei partner locali, che meglio conoscono il tessuto sociale e culturale in cui devono integrarsi, e con cui devono interagire, le comunità indigene.
Nella zona a sud del Tamil Nadu in India Mani Tese lavora da oltre 6 anni al fianco dell’associazione TRED (Trust for rural education and development), che da oltre 20 anni è al fianco della popolazione indigena degli Adivasi, una delle 4 minoranze etniche che abitano all’interno del parco naturale indiano Nilgiri Hilss.
Istituzionalmente le popolazioni indigene indiane vengono riconosciute dalla Costituzione sotto il nome di “Scheduled Tribes”; mentre nel linguaggio popolare si utilizza il termine Adivasi (di derivazione sanscrita) per indicare tutte le popolazioni indigene e tribali indiane, e non solo quelle riconosciute dal governo.
Dall’ultimo censimento del 2001 risulta che ben 84.33 milioni di abitanti indiani, corrispondenti all’ 8,2% dell’intera popolazione, fanno parte di popolazioni indigene.
Abitanti originari delle foreste, la prima fonte di sostentamento di tali comunità è sempre stata l’agricoltura: la deforestazione selvaggia degli ultimi decenni, la conseguente migrazione verso i centri abitati, l’espropriazione delle loro terre, ha fatto perdere loro le tradizionali fonti di sostentamento, inducendoli spesso a diventare dei coolies, ovvero servi.
Il progetto di Mani Tese e TRED, “UNA VOCE PER I TRIBALI”, sostiene la costituzione di una federazione di organizzazioni tribali che si possa relazionare con le istituzioni governative a livello locale e possa rivendicare i diritti delle varie etnie, al fine di recuperare le terre alienate e i diritti negati.
Tutti gli interventi hanno l’obiettivo comune di combattere il costante processo di emarginazione che, negli ultimi anni, sta portando i tribali alla perdita della propria identità culturale, attraverso un percorso strutturato di sviluppo sociale ed economico.
L’azione pratica con le popolazioni è mirata, in particolare, all’organizzazione della società tribale in comitati ed associazioni al fine di creare occasioni di scambio, formazione, sensibilizzazione e presa di coscienza sull’educazione legale e sanitaria, la formazione in mestieri per giovani tribali, le attività di riforestazione, l’avvio di attività generatrici di reddito per le donne, la promozione dell’educazione per i bambini.
L’impatto sulle comunità coinvolte è stato positivo: molti giovani hanno potuto apprendere nozioni sulle arti tradizionali della cultura Adhivasi e acquisire competenze professionali. Le donne, grazie ai corsi di formazione e sensibilizzazione, hanno sviluppato una maggiore conoscenza su tematiche sanitarie, di sviluppo economico e sociale. Infine, l’importanza attribuita all’educazione dei bambini unitamente agli incontri di sensibilizzazione sullo sfruttamento del lavoro minorile e la costituzione di centri di istruzione prescolastica, hanno provocato una significativa diminuzione dell’abbandono scolastico.
“Ci auguriamo per il futuro un rafforzamento della comunità indigena, una maggiore tutela dei loro diritti che gli permetta di godere dei servizi accessibili al resto della popolazione indiana, e anche una indigenizzazione della cultura dominante con i loro valori (coscienza comunitaria, rispetto della natura, equità di genere..)”. Queste le parole di speranza per il futuro delle comunità indigene di Father Tony di TRED. E di Mani Tese.
[A cura della redazione]
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Il Guatemala è uno dei Paesi al mondo con la più alta concentrazione di indigeni: il 65% del totale della popolazione infatti è rappresentato dall’etnia indigena, prevalentemente di discendenza maya.
I mutamenti macropolitici ed economici di questi ultimi anni influiscono negativamente sulle iniziative sociali, e soprattutto indigene, che vorrebbero vedere riconosciuti i loro diritti. Dato l’alto tasso di povertà del Paese, a farne le spese sono soprattutto gli indigeni, che compomngono gli strati più poveri della popolazione.
Alcuni dati esemplificano le condizioni sopra descritte: ogni dieci persone sei vivono in povertà e tre in situazioni di estrema povertà. Di queste dieci persone ben sette sono indigeni.
Su dieci bambini malnutriti sette sono maya; per quanto riguarda la scolarizzazione promessa dal governo ai ladini (popolazione indigena ufficialmente riconosciuta) sono garantiti sei anni di copertura dei costi scolastici, mentre per i bambini maya solo tre.
Il governo no ha previsto piani di ammortizzamento per affrontare l’attuale crisi economica e finanziaria, che impoverisce sempre più le famiglie già povere, che vivono nelle zone rurali nelle periferie cittadine.
La delinquenza dilaga nel Paese, e con essa il senso di insicurezza tra la popolazione: 12 – 4 morti al giorni, uccisioni spesso molto violente, anni di estorsioni, sequestri, rapine rendo il clima del Paese davvero instabile. Il narcotraffico e il crimine organizzato hanno grande influenza sullo stato e sulle istituzioni, ed è sicuramente questo uno dei maggiori motivi per cui in Guatemala regna l’impunità, principalmente nei confronti di coloro che commettono violenze verso la popolazione maya.

La struttura dello stato continua ad essere monoculturale e elitaria. La frase “ un governo con faccia maya” è rimasta solo una bella frase in un bel discorso.
Lo stato guatemalteco continua a non curarsi delle popolazioni indigene del territorio, a dispetto di molti strumenti nazionali e internazionali (ricordiamo per esempio la Comisión Para el Esclarecimiento Histórico), che affermano il rispetto dei diritti di tali popolazioni.
All’interno del Paese esistono tuttavia diverse realtà che lottano per la difesa delle popolazioni indigene, tra queste ricordiamo CONIC (Coordinadora Nacional Indígena y Campesina), che nata nel 1992 conta ad oggi circa 70 mila associati, distribuiti in 14 dipartimenti del Paese, 250 comunità organizzate e 61 in via di integrazione.
L’associazione CONIC promuove un modello di sviluppo integrale, sostenibile e autogestito delle popolazione indigene, in particolare i maya, attraverso il rafforzamento organizzativo delle comunità locali.
Fino al 2001 CONIC è riuscita a recuperare 13 mila ettari di terreno che sono stati ridistribuiti a famiglie indigene e contadine che vivevano in situazione di estrema povertà.
Inizialmente, la popolazione beneficiaria era costituita da un gruppo di 45 famiglie contadine, provenienti da Santiago Atitlán che, insieme a CONIC, avevano lottato per la concessione di terre. Obbligate a prendere in affitto terre sulla costa sud per coltivare mais e fagioli, cominciarono, nel 1996, le pratiche per il conseguimento di terre da coltivare e su cui vivere. Nell’ottobre del 2001, le 45 famiglie si costituirono in Asociación Maya Tz’utujil de Agricultores de Santiago Atitlán – AMTSA¬ – con stato e personalità giuridica. Nel 2002 ottennero l’attribuzione della finca Valparaíso per 290.000 Euro pagabili in 12 anni.
Tra le attività di reddito introdotte nella finca troviamo: gli orti familiari, che promuovono la biodiversità e rafforzano l’auto-sostentamento di ogni singola famiglia, che può in tal modo consumare ciò che ha prodotto e vendere il rimanente ai mercati locali; allevamenti di pesce, che sfruttare le risorse del fiume che attraversa la comunità, creando un’alternativa in più per la sussistenza familiare, e permettono una diversificazione della produzione alimentare; il commercio collettivo, attraverso cui il produttore può avvicinarsi direttamente al consumatore.
Purtroppo la comunità di Valparaiso ha attraversato diverse difficoltà.
Calamità naturali come l’uragano Stan del 2005, che ha distrutto l’intero raccolto, provocato l’erosione del suolo, semidistrutto le abitazioni, causato la morte dei pesci di allevamento.
Ma anche tragedie sociali, come l’assassinio ad opera di ignoti nel 2006 di Antonio Ixbalán Cali, presidente di AMTASA, e sua moglie, Maria Petrey Coo, e il rapimento nell’ottobre 2007 di cinque membri di AMTASA, fra cui presidente e tesoriere (in seguito liberati dai rapitori).
Ma il desiderio di riscatto, la volontà di riconquistare la dignità e i diritti perduti, alimentano ancora le speranze di questa comunità, che grazie al lavoro e al sostegno di realtà come il CONIC e Mani Tese, possono ancora creder in un futuro migliore.
[A cura della redazione]
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