Darfur, 28 agosto 2009
Per chi si occupa di Africa, e di Sudan in particolare, certamente la notizia di questi giorni è la dichiarazione del generale Agwai, comandante uscente della forza ibrida di pace UNAMID, secondo il quale la guerra in Darfur è finita: “Ad oggi, non si può dire che ci sia guerra in Darfur”. “Dal punto di vista militare, non c’è gran ché. Ci sono problemi di sicurezza, più che altro. Banditismo, problemi locali, gente che cerca di risolvere controversie relative all’acqua e alla terra a livello locale. Ma la guerra vera, penso proprio che sia finita”.
Questa dichiarazione fa seguito ad altre, altrettanto autorevoli, tese a ridimensionare il problema Darfur. Lo speciale rappresentante della missione congiunta di pace UN /AU, Mr. Adada, si è dimesso nei giorni scorsi sottolineando come la situazione sia nettamente migliorata durante il suo mandato, iniziato circa due anni fa. Lo stesso inviato speciale del presidente Obama, il generale in pensione Scott Gration, fin dal suo primo viaggio in Darfur ha dichiarato di aver trovato una situazione molto migliore di quanto non si aspettasse e nella sua presentazione al Congresso americano ha detto di aver visto, al massimo, quello che resta di un genocidio.
Probabilmente, però, si tratta di capire di che cosa si sta parlando. E’ dalla firma del fallito trattato di pace per il Darfur, nel maggio 2006, che analisti, esperti e testimoni sottolineano che la situazione sul terreno si è rapidamente e radicalmente trasformata: da una guerra fra contendenti riconoscibili ad una situazione molto più complessa, di conflitto a bassa intensità in un contesto di estrema insicurezza. Qualcuno ha evocato lo spettro della somalizzazione del conflitto, intendendo la cronicizzazione di una situazione che rischia di andare, o di essere già, fuori controllo.
D’altra parte, a controbilanciare le dichiarazioni del generale Agwai, non si sono fatte attendere quelle altrettanto, e forse più, autorevoli di Edmond Mulet, l’assistente del segretario generale dell’ONU per le azioni di peacekeeping: “Che si tratti di guerra o non, la realtà è che le minacce nei confronti dei civili rimangono tutte”. Sebbene il livello dei combattimenti sia diminuito, ha aggiunto, altre 140.000 persone hanno cercato rifugio nei campi profughi dallo scorso gennaio. “Dunque siamo ancora ben lontani dalla pace”.
Il timore di chi si occupa ormai da anni di Sudan è che certe dichiarazioni facciano calare l’attenzione e la pressione internazionale per la ricerca di una soluzione politica e definitiva della crisi in Darfur, spostando l’interesse sull’altra crisi sudanese, tra il Nord e il Sud, a lungo trascurata proprio a causa della centralità data a quanto succedeva nella regione occidentale. Alcune agenzie e autorevoli quotidiani lo dicono chiaramente. Il New York Times oggi titola “Dal momento che i combattimenti in Darfur diminuiscono, i funzionari ONU si concentrano sul Sud Sudan” sottolineando come si continui così in un approccio parcellizzato ai problemi del paese, che avrebbe invece bisogno di un approccio globale, per evitare l’effetto domino, già sperimentato nel passato, per cui, risolta una crisi in un’area, se ne apre un’altra, in un’altra zona, dal momento che le radici comuni, la centralizzazione del potere e delle risorse e la marginalizzazione delle periferie, non vengono mai prese in considerazione.
Mani Tese - Sede Nazionale
p.le Gambara 7/9, 20146 Milano (It)
Tel. +39 02 40 75 165
Fax +39 02 40 46 890
Numero verde 800 552 456
IBAN Banca Popolare Etica
IT 58 W 05018 01600 000000000040
C.F. 02343800153
mail: manitese@manitese.it

Fonte di bilancio 2010/
Efficienza della raccolta fondi