LA RISPOSTA E’ NELLE NOSTRE MANI
SUPERARE L’EMERGENZA
Le conseguenze dei cambiamenti climatici ricadono su tutti noi: sebbene i grandi interventi per contrastare il riscaldamento globale spettino ai governi e alle organizzazioni internazionali, ognuno di noi ha la possibilità di incidere su tale processo adottando uno stile di vita sostenibile e responsabile, a basso impatto ambientale.
I cambiamenti climatici sono una realtà: senza voler cadere in teorie e visioni catastrofiche, è tempo che tutti riconoscano, ed agiscano di conseguenza, per contrastare gli effetti dannosi che tale cambiamento climatico ha sulla vita dell’intero Pianeta.
Anche i più scettici non possono negare l’evidenza: la salute del nostro pianeta è seriamente a rischio, bisogna intervenire urgentemente per porvi rimedio.
Lo riconoscono scienziati, ambientalisti, ma anche i governi dei paesi industrializzati e le organizzazioni internazionali, che in occasione dell’ultimo summit di luglio 2009 hanno confermato la volontà di raggiungere un efficace accordo globale alla Conferenza ONU di Copenaghen dedicata al clima. Le emissioni di gas a effetto serra provocate da attività umane sono aumentate del 70% dal 1970 e le concentrazioni di tali gas stanno causando un riscaldamento globale, con potenziali conseguenze devastanti per le generazioni presenti e future… La lotta ai cambiamenti climatici avrà ripercussioni positive anche per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio e la promozione di un modello di sviluppo sostenibile (dal sito ufficiale www.g8italia2009.it).
Il Protocollo di Kyoto del 1997, accordo internazionale che stabilisce precisi obiettivi per i tagli delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra da parte dei Paesi industrializzati, ha rappresentato un’importante assunzione di responsabilità da parte di molti Paesi del Nord del mondo (vedi:http://unfccc.int/resource/docs/convkp/kpeng.html). Ad oggi purtroppo mancano ancora molte firme importanti al Protocollo, come gli USA, responsabili di gran parte delle emissioni di CO2. Per questo il summit di Copenhagen del prossimo dicembre, durante cui si incontreranno i 188 Paesi firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite, è un appuntamento decisivo per trovare un accordo per ridurre in maniera significativa le emissioni di anidride carbonica (CO2) provocate dalla produzione d’energia, dalle attività industriali, dai mezzi di trasporto e dalla deforestazione.
Ma su chi ricadono maggiormente i dannosi effetti del cambiamento climatico?
Ad oggi potremmo rispondere gli abitanti del Sud del mondo, investiti da sempre più violente e continue catastrofi naturali. Aumento di inondazioni dovuto a temporali e piogge di forte intensità; progressivo scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari che potrebbe crescere tra 10 e 90 centimetri, sia a causa dello scioglimento dei ghiacci polari, sia perché le acque più calde occupano un volume maggiore (la geografia delle coste di tutti i continenti potrebbe risultare profondamente stravolta, con grandi città come New York, Miami, Rotterdam, Copenaghen, Bangkok e Venezia sommerse); le siccità sempre più frequenti, per esempio in Africa, in Asia e nella regione mediterranea. Milioni di persone sono minacciate da carestie sempre più gravi, soprattutto nei Paesi più poveri, e si ritiene che la situazione possa peggiorare nei prossimi decenni; con conseguente alterazione degli ecosistemi ed estinzione delle specie; aumento della povertà e della fame nel mondo, in quanto i cambiamenti climatici modificheranno l’attuale quadro mondiale di produzione alimentare.

Basterebbe il senso di responsabilità che ognuno di noi dovrebbe sentire nei confronti delle popolazioni del Sud del mondo, che ancora una volta pagano per gli eccessi di un capitalismo sfrenato, per farci attivare e modificare i nostri stili di vita secondo modelli di sviluppo sostenibile.
Purtroppo spesso questo non accade: ci sentiamo ancora protetti e lontani. Pensiamo sempre che “tanto non accadrà a noi”.
E se non bastasse nemmeno ricordare che sono soprattutto le nostre abitudini quotidiane ad influenzare maggiormente i consumi energetici dell’intero Pianeta, che ogni comportamento quotidiano del singolo influisce in qualche maniera sugli equilibri naturali del pianeta e sulla vita di individui e comunità anche lontanissime, allora proviamo a dare uno sguardo alla salute del nostro Paese, l’Italia, per vedere se siamo poi così lontani dal subire gli effetti dei cambiamenti climatici.
Uno studio pubblicato a marzo 2009 da Carlo Carraro, responsabile della ricerca ambientale della Fondazione Enrico Mattei (Cambiamenti climatici e strategie di adattamento in Italia. Una valutazione economica. Ed. Il Mulino) attesta che in Italia 16.500 chilometri quadrati di terreno sono considerati a rischio desertificazione, il che vuol dire che per questi terreni è prevista una diminuzione di resa agricola che, in completa assenza di politiche e strategie di adattamento, potrebbe essere calcolata in una perdita che oscilla tra gli 11,5 (nel caso di terreni adibiti a pascolo) e i 412,5 milioni di dollari l’anno (nel caso di terreni irrigati).
Tra gli altri possibili effetti negativi, la diminuzione dei flussi di turismo internazionale verso il nostro Paese, a fronte però di un aumento del turismo domestico. Ad esempio, l’innalzamento della temperatura potrebbe costare nel 2030 una diminuzione del turismo straniero sulle nostre Alpi del 21,2 per cento.
In generale – sottolinea lo studio – il mancato adattamento ai cambiamenti climatici potrebbe costare al sistema economico italiano nel 2050 una perdita di Pil pari a circa 20/30mila milioni di euro, l’equivalente di un’importante manovra finanziaria. Cifre che nel 2100 potrebbero raggiungere livelli assai più elevati.
Le Nazioni Unite hanno calcolato che nel 2050 vi saranno circa 150 milioni di profughi ambientali, cioè umanità costretta a migrare dalle terre di origine per sopravvivere a desertificazione, carenze idriche, innalzamento del livello del mare. La pressione economica e sociale di queste migrazioni sulle nostre società sarà inevitabile e anche economicamente rilevante.
Dati che parlano chiaro: anche il nostro Paese subisce le conseguenze del cambiamento climatico, e non solo perché “non esistono più le mezze stagioni”, ma perché gli effetti ricadono sulla nostra economia, sulla nostra struttura societaria, sui nostri patrimoni ambientali.
E per porre rimedio a tutto ciò, per contribuire a migliorare le sorti del nostro futuro, bisogna partire da casa propria, scegliendo scelte di consumo alternative, sostenibili, che rispettino l’ambiente e quindi le persone.
In Italia, come nel resto del mondo, sono molti gli esempi e le esperienze virtuose da cui attingere: si può partire dai gesti quotidiani, che seppur appaiono piccoli e insignificanti, influenzano in maniera significativa la salute del nostro Pianeta.
A questo punto non ci resta che agire!
A cura della redazione
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Gli effetti dei cambiamenti climatici ricadono al momento sui Paesi del Sud del mondo, che subiscono così un ulteriore arresto dello sviluppo economico e sociale. Anche la cooperazione internazionale fa i conti con le sempre più frequenti catastrofi internazionali, dovendo coniugare le necessità imposte dalle emergenze con il più generale obiettivo di sviluppo sostenibile e duraturo.
I casi del Bangladesh e Burkina Faso.
Lo scorso ottobre la Banca Mondiale ha presentato il rapporto “Development and climate change 2010”, in cui si evidenziano i danni che i Paesi del Sud del mondo subiscono a causa dei cambiamenti climatici. Secondo le stime degli economisti di Washington, anche solo 2 gradi centigradi di surriscaldamento della terra potrebbero tradursi in una riduzione permanente del Pil tra il 4 e il 5% in Africa e Asia del Sud. I Paesi in via di sviluppo saranno i più colpiti dai cambiamenti climatici. Il capo economista della Banca Mondiale Justin Lin ha affermato che “questa parte di mondo dovrà accollarsi tra il 75-80% dei costi derivanti danni dal cambiamento del clima, anche se contribuisce solo per circa un terzo alla produzione di gas serra”.
L’aumento delle catastrofi naturali, la maggiore frequenza di uragani, di forti piogge e inondazioni nelle zone tropicali, e di forti siccità e carestie nelle fasce semidesertiche, sono tutti segnali di cambiamenti climatici già in atto, quasi interamente causati da attività umane, che stanno mettendo a rischio lo sviluppo economico e sociale di quelle aree del pianeta dove vive la grande maggioranza dei più poveri.
Il direttore del gruppo di ricerca di scienze geografiche presso la Rück AG di Monaco di Baviera, Gerhard Berz, prevede il verificarsi di “catastrofi come non si sono mai viste nella storia dell’umanità”, e mette in guardia da un inevitabile periodo di calamità naturali. A livello mondiale il numero delle grandi catastrofi è aumentato di tre volte dagli anni Sessanta ai Novanta.
Klaus Töpfer, direttore generale dell’UNEP, il programma ambientale dell’ONU, in merito alle attuali catastrofiche inondazioni, invita a preservare e ricostituire le aree umide quali importanti zone in grado di assorbire e attenuare le ondate di piena. Tra le cause del cambiamento del clima e degli effetti conseguenti, ad esempio le alluvioni, Töpfer cita la combustione di combustibili fossili.
Sempre più frequentemente sono i Paesi del Sud, maggiormente vulnerabili, a subire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico in atto.
Un esempio lampante della ricaduta degli effetti del cambiamento climatico sui Paesi del Sud del mondo lo fornisce l’India, che negli ultimi mesi (da fine luglio a fine settembre 2009) è passata da uno stato di emergenza dovuto ad una prolungata siccità ad un’emergenza causata dalla violenza delle piogge monsoniche, che hanno costretto 2,5 milioni di persone ad abbandonare le loro case.
Catastrofi di tale entità influiscono anche sui progetti di sviluppo portati avanti da associazioni come Mani Tese, che da anni lavorano sul territorio al fianco delle popolazioni e delle organizzazioni locali per l’implementazione di uno sviluppo sostenibile (socialmente ma anche ambientalmente).
Le azioni di Mani Tese in Bangladesh sono volte a stimolare l’economia locale, investendo nel settore del microcredito, dell’agricoltura e dell’allevamento, ma anche l’aumento e la diffusione dell’istruzione (sia formale sia professionale) rimane uno dei principali obiettivi che si intende raggiungere, come primo e reale strumento di emancipazione.
Da molto tempo le comunità più povere e arretrate della regione sud-occidentale del Bangladesh non hanno potuto godere di iniziative di sviluppo di ampio respiro e sono state considerate gruppi socialmente marginali ed emarginati. A causa di queste mancanze le comunità sono ancora più duramente colpite dalle calamità naturali, di qualsiasi genere esse siano: cicloni, inondazioni, straripamenti, ecc. I cicloni nel 1988, le inondazioni improvvise nel 2000, gli straripamenti nel 2005 e 2006 e, nel 2007, il devastante ciclone Sidr sono solo una sommaria cronaca degli ultimi tempi. A causa di queste calamità, l’85% dei membri della comunità appartenenti a questi gruppi ha subito danni alle proprie vite e ai loro beni, e quelli che possedevano della terra coltivabile hanno perso praticamente la totalità delle loro proprietà.
Sebbene l’azione di Mani Tese si concentri principalmente su progetti di sviluppo, nel corso degli anni è stato necessario dedicare risorse significative ad interventi di emergenza, soprattutto in seguito ai cicloni. Alcune delle zone (in particolare il sud-ovest del Paese) in cui Mani Tese opera insieme ai partner locali, sono state infatti ripetutamente colpite da queste calamità naturali. Per questo, oltre ad interventi di primo aiuto (come distribuzione di acqua, cibo e medicinali), sono stati realizzati anche dei centri di accoglienza, i cosiddetti “rifugi anti-ciclone”.
In seguito al ciclone Sidr del 2007, uno dei 10 cicloni più potenti che abbiano colpito il Bangladesh negli ultimi 10 anni, Mani Tese, in collaborazione con il partner locale Dalit (organizzazione bengalese fondata nel 1998 con l’obiettivo di migliorare le condizioni socio economiche delle comunità dei fuori casta), ha sostenuto la ricostruzione delle case distrutte con strutture in grado di resistere ad eventuali altri cicloni, la bonifica dei pozzi per l’acqua; il ripristino delle attività locali; la ricostruzione di scuole; ma ha anche organizzato momenti di formazione di squadre di volontari per i salvataggi di emergenza, incontri pubblici a cadenza regolare con gli abitanti delle comunità e incontri di sensibilizzazione con gli studenti delle scuole, con lo scopo di informare e preparare l’intera popolazione ad eventuali future emergenze.
Lo scorso 25 maggio l’ennesimo ciclone, battezzato “Aila”, si è abbattuto sulle comunità di Khulna, Bagerhat e Satkhira, già colpite dal devastante Sidr, proprio nel momento in cui queste stavano cercando di ricostruire una vita normale.
Il lavoro dei volontari e dello staff di Dalit, formati per l’emergenza, è stato di fondamentale importanza per portare aiuti tempestivi alle popolazioni colpite dal ciclone. Inoltre il centro polifunzionale costruito in precedenza è stata una delle poche strutture che ha resistito alla forza devastante dell’acqua, permettendo a centinaia di sfollati di trovare un rifugio temporaneo.
Mani Tese ha quindi avviato un altro progetto di emergenza, per portare beni di prima necessità alla popolazione colpita dal ciclone Aila. Ad oggi la situazione è ancora molto grave: a causa delle piogge il livello dell’acqua continua a salire, la popolazione lascia le proprie case in cerca di rifugi più sicuri, le scuole sono chiuse in quanto utilizzate come rifugi.
Nonostante gli interventi del governo (come la costruzione di rifugi anti-ciclone, il rafforzamento degli argini, il pronto intervento in caso di calamità naturali, la diffusione di un sistema di preavviso), uniti ad altre iniziative di ONG come Dalit e Mani Tese, abbiano contribuito a ridurre in proporzione la vulnerabilità delle popolazioni di queste zone, rispetto agli anni ’80, ancora non si è in grado di rispondere adeguatamente a disastri di proporzioni simili o maggiori. La situazione è ulteriormente aggravata a causa degli imprevedibili cambiamenti climatici, che si vanno a sommare a un pericoloso impoverimento delle risorse naturali. La foresta di mangrovie nel sud-ovest del Paese, ad esempio, agiva da barriera naturale contro le infiltrazioni saline nel terreno, le inondazioni e le alluvioni, smorzando la violenza dei cicloni che avevano così un impatto meno devastante sulle zone dell’entroterra. Il progressivo abbattimento della foresta equivale quindi ad un aumentato rischio per l’intera zona. Oltre all’intensità e alla frequenza dei disastri naturali, aumentano e si aggravano quindi le conseguenze sulla popolazione, sempre più vulnerabile.
Un esempio ancora più recente delle conseguenze profonde che i cambiamenti climatici hanno su popolazioni già in difficoltà è l’alluvione che ha colpito il Burkina Faso a fine agosto. Nonostante il Paese sia soggetto ad inondazioni periodiche, il 1° settembre scorso la pioggia ha avuto una portata straordinaria di 263 mm d’ acqua caduti in 12 ore, provocando danni estesi all’interno ed attorno alla capitale Ouagadougou. Le inondazioni sono state segnalate anche nei Paesi vicini, della regione occidentale Africana, dove sono state colpite circa 350.000 persone. Tutti e cinque i distretti di Ouagadougou hanno subito danni, in totale il 50 % del territorio cittadino.
Circa 48,000 persone sono state accolte in ricoveri temporanei come scuole, chiese e uffici pubblici; gran parte dei raccolti sono andati distrutti, privando così gli agricoltori della loro unica fonte di reddito.
Numerosi sono stati anche i danneggiamenti alle infrastrutture pubbliche, soprattutto a strade, ponti, scuole e al Central University Hospital. Gli impianti di purificazione dell’acqua della città, che fornisce il 30% della popolazione, sono fuori uso e, nonostante il deficit sia momentaneamente coperto da fonti idriche provenienti da altri impianti fuori città, c’è il rischio che aumenti la propagazione di malattie causate dall’inquinamento dell’acqua, come il colera, la febbre gialla e la malaria.
In Burkina Faso Mani Tese, in collaborazione con il partner locale Kibare (associazione che opera in Benin e in Bukina Faso allo scopo di promuovere azioni per lo sviluppo delle comunità), è intervenuta per portare aiuti di prima necessità alla popolazione: tende, cucine da campo, zanzariere, lenzuola, materassini, etc. In una seconda fase il progetto prevede la ricostruzione delle abitazioni, ma anche per la distribuzione di sementi agli agricoltori della zona. Un lavoro lungo, che rallenta, e a volte interrompe, gli altri progetti di cooperazione avviati in questi paesi.
Le catastrofi naturali hanno un effetto prolungato nel tempo e rischiano di annientare anni di sforzi nell’ambito della lotta alla povertà.
Per questo da anni lavoriamo perché gli interventi nei contesti di emergenza non siano solo volti a curare le ferite, ma possano creare i presupposti per uno sviluppo sostenibile e duraturo, capaci di far crescere anche le capacità di difesa delle comunità dagli effetti dei cambiamenti climatici.
A cura della redazione
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