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mercoledì 23 dicembre 2009

Cambiamenti climatici

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Gli effetti dei cambiamenti climatici ricadono al momento sui Paesi del Sud del mondo, che subiscono così un ulteriore arresto dello sviluppo economico e sociale.

Lo scorso ottobre la Banca Mondiale ha presentato il rapporto “Development and climate change 2010”, in cui si evidenziano i danni che i Paesi del Sud del mondo subiscono a causa dei cambiamenti climatici. Secondo le stime degli economisti di Washington, anche solo 2 gradi centigradi di surriscaldamento della terra potrebbero tradursi in una riduzione permanente del Pil tra il 4 e il 5% in Africa e Asia del Sud. I Paesi in via di sviluppo saranno i più colpiti dai cambiamenti climatici. Il capo economista della Banca Mondiale Justin Lin ha affermato che “questa parte di mondo dovrà accollarsi tra il 75-80% dei costi derivanti danni dal cambiamento del clima, anche se contribuisce solo per circa un terzo alla produzione di gas serra”.

L’aumento delle catastrofi naturali, la maggiore frequenza di uragani, di forti piogge e inondazioni nelle zone tropicali, e di forti siccità e carestie nelle fasce semidesertiche, sono tutti segnali di cambiamenti climatici già in atto, quasi interamente causati da attività umane, che stanno mettendo a rischio lo sviluppo economico e sociale di quelle aree del pianeta dove vive la grande maggioranza dei più poveri.
Il direttore del gruppo di ricerca di scienze geografiche presso la Rück AG di Monaco di Baviera, Gerhard Berz, prevede il verificarsi di “catastrofi come non si sono mai viste nella storia dell’umanità”, e mette in guardia da un inevitabile periodo di calamità naturali. A livello mondiale il numero delle grandi catastrofi è aumentato di tre volte dagli anni Sessanta ai Novanta.
Klaus Töpfer, direttore generale dell’UNEP, il programma ambientale dell’ONU, in merito alle attuali catastrofiche inondazioni, invita a preservare e ricostituire le aree umide quali importanti zone in grado di assorbire e attenuare le ondate di piena. Tra le cause del cambiamento del clima e degli effetti conseguenti, ad esempio le alluvioni, Töpfer cita la combustione di combustibili fossili.

Sempre più frequentemente sono i Paesi del Sud, maggiormente vulnerabili, a subire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico in atto.
Un esempio lampante della ricaduta degli effetti del cambiamento climatico sui Paesi del Sud del mondo lo fornisce l’India, che negli ultimi mesi (da fine luglio a fine settembre 2009) è passata da uno stato di emergenza dovuto ad una prolungata siccità ad un’emergenza causata dalla violenza delle piogge monsoniche, che hanno costretto 2,5 milioni di persone ad abbandonare le loro case.

Catastrofi di tale entità influiscono anche sui progetti di sviluppo portati avanti da associazioni come Mani Tese, che da anni lavorano sul territorio al fianco delle popolazioni e delle organizzazioni locali per l’implementazione di uno sviluppo sostenibile (socialmente ma anche ambientalmente).

ciclone_aila_bangladeshLe azioni di Mani Tese in Bangladesh sono volte a stimolare l’economia locale, investendo nel settore del microcredito, dell’agricoltura e dell’allevamento, ma anche l’aumento e la diffusione dell’istruzione (sia formale sia professionale) rimane uno dei principali obiettivi che si intende raggiungere, come primo e reale strumento di emancipazione.
Da molto tempo le comunità più povere e arretrate della regione sud-occidentale del Bangladesh non hanno potuto godere di iniziative di sviluppo di ampio respiro e sono state considerate gruppi socialmente marginali ed emarginati. A causa di queste mancanze le comunità sono ancora più duramente colpite dalle calamità naturali, di qualsiasi genere esse siano: cicloni, inondazioni, straripamenti, ecc. I cicloni nel 1988, le inondazioni improvvise nel 2000, gli straripamenti nel 2005 e 2006 e, nel 2007, il devastante ciclone Sidr sono solo una sommaria cronaca degli ultimi tempi. A causa di queste calamità, l’85% dei membri della comunità appartenenti a questi gruppi ha subito danni alle proprie vite e ai loro beni, e quelli che possedevano della terra coltivabile hanno perso praticamente la totalità delle loro proprietà.

Sebbene l’azione di Mani Tese si concentri principalmente su progetti di sviluppo, nel corso degli anni è stato necessario dedicare risorse significative ad interventi di emergenza, soprattutto in seguito ai cicloni. Alcune delle zone (in particolare il sud-ovest del Paese) in cui Mani Tese opera insieme ai partner locali, sono state infatti ripetutamente colpite da queste calamità naturali. Per questo, oltre ad interventi di primo aiuto (come distribuzione di acqua, cibo e medicinali), sono stati realizzati anche dei centri di accoglienza, i cosiddetti “rifugi anti-ciclone”.
In seguito al ciclone Sidr del 2007, uno dei 10 cicloni più potenti che abbiano colpito il Bangladesh negli ultimi 10 anni, Mani Tese, in collaborazione con il partner locale Dalit (organizzazione bengalese fondata nel 1998 con l’obiettivo di migliorare le condizioni socio economiche delle comunità dei fuori casta), ha sostenuto la ricostruzione delle case distrutte con strutture in grado di resistere ad eventuali altri cicloni, la bonifica dei pozzi per l’acqua; il ripristino delle attività locali; la ricostruzione di scuole; ma ha anche organizzato momenti di formazione di squadre di volontari per i salvataggi di emergenza, incontri pubblici a cadenza regolare con gli abitanti delle comunità e incontri di sensibilizzazione con gli studenti delle scuole, con lo scopo di informare e preparare l’intera popolazione ad eventuali future emergenze.
Lo scorso 25 maggio l’ennesimo ciclone, battezzato “Aila”, si è abbattuto sulle comunità di Khulna, Bagerhat e Satkhira, già colpite dal devastante Sidr, proprio nel momento in cui queste stavano cercando di ricostruire una vita normale.
Il lavoro dei volontari e dello staff di Dalit, formati per l’emergenza, è stato di fondamentale importanza per portare aiuti tempestivi alle popolazioni colpite dal ciclone. Inoltre il centro polifunzionale costruito in precedenza è stata una delle poche strutture che ha resistito alla forza devastante dell’acqua, permettendo a centinaia di sfollati di trovare un rifugio temporaneo.
Mani Tese ha quindi avviato un altro progetto di emergenza, per portare beni di prima necessità alla popolazione colpita dal ciclone Aila. Ad oggi la situazione è ancora molto grave: a causa delle piogge il livello dell’acqua continua a salire, la popolazione lascia le proprie case in cerca di rifugi più sicuri, le scuole sono chiuse in quanto utilizzate come rifugi.

Nonostante gli interventi del governo (come la costruzione di rifugi anti-ciclone, il rafforzamento degli argini, il pronto intervento in caso di calamità naturali, la diffusione di un sistema di preavviso), uniti ad altre iniziative di ONG come Dalit e Mani Tese, abbiano contribuito a ridurre in proporzione la vulnerabilità delle popolazioni di queste zone, rispetto agli anni ’80, ancora non si è in grado di rispondere adeguatamente a disastri di proporzioni simili o maggiori. La situazione è ulteriormente aggravata a causa degli imprevedibili cambiamenti climatici, che si vanno a sommare a un pericoloso impoverimento delle risorse naturali.
La foresta di mangrovie nel sud-ovest del Paese, ad esempio, agiva da barriera naturale contro le infiltrazioni saline nel terreno, le inondazioni e le alluvioni, smorzando la violenza dei cicloni che avevano così un impatto meno devastante sulle zone dell’entroterra. Il progressivo abbattimento della foresta equivale quindi ad un aumentato rischio per l’intera zona. Oltre all’intensità e alla frequenza dei disastri naturali, aumentano e si aggravano quindi le conseguenze sulla popolazione, sempre più vulnerabile.

Un esempio ancora più recente delle conseguenze profonde che i cambiamenti climatici hanno su popolazioni già in difficoltà è l’alluvione che ha colpito il Burkina Faso a fine agosto. Nonostante il Paese sia soggetto ad inondazioni periodiche, il 1° settembre scorso la pioggia ha avuto una portata straordinaria di 263 mm d’ acqua caduti in 12 ore, provocando danni estesi all’interno ed attorno alla capitale Ouagadougou. Le inondazioni sono state segnalate anche nei Paesi vicini, della regione occidentale Africana, dove sono state colpite circa 350.000 persone. Tutti e cinque i distretti di Ouagadougou hanno subito danni, in totale il 50 % del territorio cittadino.
Circa 48,000 persone sono state accolte in ricoveri temporanei come scuole, chiese e uffici pubblici; gran parte dei raccolti sono andati distrutti, privando così gli agricoltori della loro unica fonte di reddito.
Numerosi sono stati anche i danneggiamenti alle infrastrutture pubbliche, soprattutto a strade, ponti, scuole e al Central University Hospital. Gli impianti di purificazione dell’acqua della città, che fornisce il 30% della popolazione, sono fuori uso e, nonostante il deficit sia momentaneamente coperto da fonti idriche provenienti da altri impianti fuori città, c’è il rischio che aumenti la propagazione di malattie causate dall’inquinamento dell’acqua, come il colera, la febbre gialla e la malaria.

In Burkina Faso Mani Tese, in collaborazione con il partner locale Kibare (associazione che opera in Benin e in Bukina Faso allo scopo di promuovere azioni per lo sviluppo delle comunità), è intervenuta per portare aiuti di prima necessità alla popolazione: tende, cucine da campo, zanzariere, lenzuola, materassini, etc. In una seconda fase il progetto prevede la ricostruzione delle abitazioni, ma anche per la distribuzione di sementi agli agricoltori della zona. Un lavoro lungo, che rallenta, e a volte interrompe, gli altri progetti di cooperazione avviati in questi paesi.

Le catastrofi naturali hanno un effetto prolungato nel tempo e rischiano di annientare anni di sforzi nell’ambito della lotta alla povertà.
Per questo da anni lavoriamo perché gli interventi nei contesti di emergenza non siano solo volti a curare le ferite, ma possano creare i presupposti per uno sviluppo sostenibile e duraturo, capaci di far crescere anche le capacità di difesa delle comunità dagli effetti dei cambiamenti climatici.

Fonte: Periodico Manitese n. novembre – dicembre 2009

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