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martedì 25 agosto 2009

73 immigrati morti in mare

3 commenti

Il 20 agosto 73 potenziali richiedenti asilo, in maggioranza eritrei, ma anche somali ed etiopici, sono morti dopo 20 giorni di deriva e nessun soccorso.

La tragedia che si è consumata nel Mediterraneo nei giorni scorsi ci impone di informarci, per cercare di capire perché tanti giovani mettano a repentaglio la propria vita in questi viaggi della speranza che hanno così spesso esiti nefasti.

Non è difficile trovare una risposta. Basta leggere qualche riga dei rapporti di Amnesty International riguardanti i paesi di provenienza dei ragazzi finiti in fondo al mare per capire che niente potrà fermarli, neanche la paura della morte che sono abituati a guardare in faccia quotidianamente, o magari a vedere negli occhi dei propri familiari. Tutti sanno che cosa li aspetta quando lasciano il villaggio, la casa, la caserma per mettersi in salvo e per dare una speranza a chi rimane a casa; tutti sperano di essere tra quelli che arriveranno dall’altra parte del mare dove finalmente la vita potrà ricominciare.

Cercano di fuggire da situazioni così insopportabili che sono difficilmente immaginabili da chi non ne ha mai avuto un’esperienza diretta. Un rapporto dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch, pubblicato nei primi mesi di quest’anno, definisce l’Eritrea come “una prigione a cielo aperto” in quanto nessuno, o quasi, è autorizzato a muoversi dal paese; i giovani sono trattenuti nell’esercito all’infinito; l’università è chiusa e il perfezionamento dopo la scuola media superiore può avvenire solo in college residenziali, sparsi nelle zone rurali del paese, dirette da militari e sorvegliate da agenti della sicurezza. Ora, poi, dopo anni di siccità e di politiche economiche dissennate, oltre che di arroganza nel rifiutare gli aiuti della comunità internazionale, il paese è alla fame. I pochissimi che hanno potuto vedere con i propri occhi cosa avviene nei villaggi hanno descritto bambini così deboli da non essere in grado di camminare. Questo alcuni mesi fa, quando l’ultimo raccolto era ancora vicino.
Cosa starà succedendo adesso, in questi mesi che precedono il prossimo raccolto, quando, anche in anni normali le scorte si riducono insieme alla razione di cibo giornaliera disponibile? Nessuno lo sa veramente, perché nessuno è autorizzato a monitorare la situazione, neppure le organizzazioni delle Nazioni Unite a ciò deputate, che l’hanno dichiarato pubblicamente più volte negli ultimi mesi.
E che dire della Somalia? Quello che non si capisce è come ci sia ancora qualcuno che riesce a sopravvivere nel paese, dopo vent’anni di guerra civile e di interventi sbagliati della comunità internazionale, che stanno consegnando il paese nelle mani di forze islamiche radicali, estranee al contesto socio culturale, ma nate in antagonismo a occupazioni militari e fomentate dall’esterno. Chi paga è la gente. Le cronache della guerra in Somalia parlano di decine di morti, tutti i giorni, di sfollati che aumentano al ritmo di migliaia di unità, tutti i giorni, di epidemie che fanno strage nei campi profughi, di aiuti alimentari che non riescono ad arrivare a chi ne ha bisogno.
L’Etiopia, che pure è il baluardo dell’Occidente nel Corno d’Africa, da parte sua, sta impostando politiche di controllo della popolazione e dei gruppi della società civile, e in ultima analisi di ogni potenziale opposizione, francamente molto preoccupanti. La legge che regolamenta le organizzazioni non governative e gli enti non profit  rappresenta, a detta di tutti gli analisti, una minaccia per il diritto di riunione, associazione ed espressione, e per la sopravvivenza stessa del settore, limitando drasticamente la possibilità di ricevere fondi dall’estero.
E poi la fame, anche qui: più di 6 milioni di persone, anche quest’anno, secondo stime ufficiali dipenderanno dall’aiuto alimentare esterno per la sopravvivenza. Ma non è detto che tutti coloro che ne avrebbero bisogno saranno alla fine raggiunti. Ci sono regioni che il governo non controlla e quale arma migliore della fame per svuotare un territorio e sedare una rivolta? In Etiopia, questa, è una prassi consolidata.

Come stupirsi che un numero sempre maggiore di cittadini di questi paesi accettino coscientemente ogni rischio pur di avere un’altra opportunità  dalla vita?

Secondo stime dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (ACNUR), nei primi sette mesi del 2009 hanno passato il confine tra l’Eritrea e il Sudan nella sola zona di Kassala più di 11.000 richiedenti asilo; ormai il flusso dei richiedenti asilo da Eritrea ed Etiopia, secondo dichiarazioni delle autorità competenti sudanesi, sempre nella sola zona di Kassala, si aggira attorno al centinaio ogni giorno. Questa massa in fuga prenderà pian piano la via del deserto che li porterà sulle coste del Mediterraneo, in balia di ogni sopruso, di trafficanti senza scrupoli e senza nessuna di quelle protezioni che le convenzioni internazionali in materia di rispetto dei diritti umani e di diritto all’asilo dovrebbero loro garantire.
Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, nel 2008 almeno 1.200 richiedenti asilo eritrei sono stati rimpatriati dall’Egitto. Ma lo stesso è successo in Sudan, Germania, Svezia e Regno Unito, mentre la convenzione di Ginevra, firmata da tutti i paesi sopra nominati, esplicitamente e fortemente esclude che i richiedenti asilo possano essere rimandati nel paese da cui sono fuggiti. Tutti conoscono quale sarà il destino dei ragazzi rimpatriati: campi di lavoro forzato nei posti più isolati e infuocati del paese, con cibo scarso e scadente e senza cure mediche; detenzione in container affollati, con temperature che superano i 40 gradi di giorno e si avvicinano allo zero durante la notte; torture fisiche e psicologiche. Molti non usciranno vivi dall’esperienza; altri ne saranno per sempre segnati.

C’è una cosa che i nostri governanti hanno detto a proposito della tragedia che si è consumata in mare che potrebbe sembrare giusta: il problema va risolto in Africa, nei loro paesi.
Certo, come non condividere una posizione di così apparente buon senso? Ma come fare? Con quali politiche? I fondi per la cooperazione allo sviluppo sono stati tagliati dal nostro governo fino ad essere ridotti praticamente a niente, nonostante le pompose dichiarazioni a livello internazionale. La Commissione Europea concede doni enormi, denari delle nostre tasse, ai dittatori africani, a quello eritreo in particolare, in deroga ai suoi stessi principi sul rispetto dei diritti umani  e l’avvio dei processi di democratizzazione, principi dichiarati e sottofirmati nei preamboli delle convenzioni che regolamentano i rapporti europei con i paesi del sud del mondo,
E intanto che si percorre la strada che porterà, un giorno, chissà, ad onorare i trattati firmati e gli impegni dichiarati, e magari ad elaborare una teoria efficace di governance globale e a darle le braccia per operare, che fare?
Certo non possiamo accettare questo progressivo imbarbarimento. Come definire i respingimenti di richiedenti asilo, l’ecatombe nel Mediterraneo, il trattamento degli stranieri sul nostro territorio?
Per noi sono crimini contro l’umanità.
Dobbiamo pretendere che le convenzioni internazionali, che ci sono e parlano chiaro, vengano rispettate e che chi “se ne frega”, come dichiarano  alcuni dei nostri ministri, venga chiamato a risponderne nelle sedi competenti.

3 Commenti all'articolo “73 immigrati morti in mare”

  1. alessandra scappini

    Da molti giorni, dal momento della notizia della morte in mare, senza soccorso, di tanti giovani provenienti dal Corno d’Africa,non faccio che cercare modi per non” stare a guardare” quello che succede.Io faccio parte di un’associazione che si occupa dei richiedenti asilo, perciò conosco dalla voce stessa di chi arriva quello che c’è alle loro spalle. Oggi ho letto il vostro testo e vi ho trovati espressi i miei stessi sentimenti e le mie stesse convinzioni,soprattutto quella che dobbiamo pretendere il rispetto delle convenzioni internazionali.Vorrei per questo essere contattata per qualsiasi iniziativa “Mani tese” voglia prendere.
    Cordiali saluti Alessandra Scappini

  2. Luigi Idili

    Grazie per questo commento. Sono passate diverse settimana dalla notizia, ma purtroppo il governo governo italiano persiste nella scelta dei respingimenti in mare. La nostra indignazione resta alta. Continueremo ad occuparci del tema ,in rete con chi non si stanca di denunciare le violazioni al diritto internazionale e soprattutto ai diritti umani inviolabili.
    Luigi Idili, Presidente Mani Tese.

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